Agorà

Il caso. FRATE e CALIFFO, in Africa amici nella carità

Anna Pozzi mercoledì 3 dicembre 2014
«Tutto è cominciato circa trent’anni fa. A quel tempo, un malato arrivato da Kiota, in Niger, è guarito qui nel nostro ospedale di Tanguiéta, in Benin. Rientrando, ne ha parlato con il grande marabutto, che ha cominciato a mandarmi regolarmente altri pazienti. Ciascuno, da allora sino a oggi, arriva con una sua lettera personale, in cui viene descritto sommariamente il problema e mi viene affidato il malato. La lettera termina immancabilmente con il ricordo nella preghiera, il venerdì in moschea».  Si illumina fra Fiorenzo Priuli, quando racconta di questa 'strana' e decennale amicizia tra due uomini di fede, un cristiano e un musulmano. Lui è un frate e un chirurgo. Da oltre quarant’anni vive a Tanguiéta, nella savana nel nord del Benin. Qui dirige l’ospedale Saint Jean de Dieu dei Fatebenefratelli, un presidio medico di frontiera, non solo perché è al confine fra tre Paesi, ma soprattutto perché è un avamposto della sanità, in una regione in cui il diritto alla salute è un privilegio per pochi. L’altro è cheikh khalif  Moussa Aboubakar Hassoumi, califfo di Kiota, in Niger, una delle più importanti guide spirituali della Tijaniyya, confraternita musulmana sufi che ha avuto un ruolo decisivo nella diffusione dell’islam nel Maghreb e in Africa occidentale, ma anche nel creare un dialogo con le culture e le tradizioni locali. L’amicizia tra fra Fiorenzo e lo cheikh  di Kiota è diventata anche una mostra fotografica: Il frate e il califfo. Storia di un’amicizia oltre ogni frontiera ed è stata realizzata dal Gruppo Solidarietà Africa di Seregno, che sostiene l’ospedale di Tanguiéta, con le immagini di Bruno Zanzottera (Parallelozero), alla Sala civica Mariani, via Cavour 26, a Seregno, e resterà aperta sino al 7 dicembre. In quasi trent’anni, riprendendo la tradizione dal padre, il califfo ha inviato centinaia di malati di Kiota dal medico cristiano di Tanguiéta, a settecento chilometri e due frontiere di distanza, quelle del Burkina Faso e del Benin.  «Non dimenticherò mai l’unica visita che ho fatto al califfo di Kiota – ricorda fra Fiorenzo –. Mi sono presentato in maniera molto discreta e ho trovato l’accoglienza di un presidente! Il califfo aveva mobilitato migliaia di persone. Tutti i miei pazienti! Un benvenuto e una festa che non mi sarei mai aspettato», si schermisce il frate. Questa amicizia, nata dal comune senso di responsabilità per una popolazione poverissima che spesso non ha i mezzi per curare le malattie più banali, si è consolidata attraverso un legame di solidarietà, come «solo due uomini di fede possono tesserlo», tiene a sottolineare Moussa Aboubakar Hassouni. L'ospedale di Tanguiéta (foto Bruno Zanzottera)

Ancora oggi, quella tra il frate e il califfo è un’amicizia fondata su un profondo rispetto e sulla reciproca stima. E in una regione sempre più segnata dall’integralismo e del fondamentalismo, rappresenta una testimonianza concreta ed edificante di come fedi diverse possano unire e non dividere, seminare pace e non guerra. E dunque è anche una grande lezione di solidarietà al di là delle frontiere non solo geografiche e culturali, ma anche del fanatismo religioso e dell’intolleranza. «Per tutti noi, qui all’ospedale di Tanguiéta – dice fra Fiorenzo – l’attenzione alla persona è prioritaria da tutti i punti di vista; rispettiamo la religione di tutti e non badiamo alla condizione economica. Qui curiamo tutti, indistintamente, cercando di garantire la migliore qualità possibile delle cure e di guardare anche oltre la malattia. Questa attenzione più ampia alla persona è un segno importante che contraddistingue la nostra presenza qui: quella di un ospedale cattolico in un contesto in cui ci sono diversi popoli, culture e religioni». Lo ha capito perfettamente il suo amico califfo. E se ne rendono ben conto i suoi tanti pazienti musulmani che vengono dal Niger. E se Kiota è uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio per i membri della Tijaniyya, quello verso l’ospedale Tanguiéta è pure lui una sorta di pellegrinaggio, del tutto particolare.  «Siamo tutti discepoli di Florent!», dicono con entusiasmo e commozione molti pazienti del frate-medici. Discepoli, certo, in un senso molto speciale: innanzitutto, perché sono stati suoi pazienti, ma anche perché sono il risultato di questa amicizia più che trentennale tra il califfo di Kiota il frate di origini bresciane.  Per la gente del posto Florent è una specie leggenda; sono convinti che il frate-medico abbia un 'debole' per loro. «Quando arriviamo in ospedale è sempre lui stesso, in persona, a riceverci. È gentile e affettuoso. Ci tratta sempre molto bene!».  Eppure, basta aggirarsi un giorno per l’ospedale di Tanguiéta per rendersi conto che fra Fiorenzo è così con tutti. Nonostante i tanti problemi e talvolta i drammi – come la morte nelle scorse settimane di un medico e tre infermieri con il terrore (fortunatamente scongiurato) che si trattasse di Ebola – fra’ Fiorenzo è sempre dolce e attento con tutti. Anche per questo, insieme alla competenza e alla dedizione del suo staff e al supporto di molti amici italiani (e non solo), l’ospedale di Tanguiéta è oggi un presidio medico per molti versi d’avanguardia in una regione poverissima come il nord del Benin.  Quando è stato aperto, nel 1969, aveva 60 posti letto. Oggi arrivano a 300, ma i malati sono quasi sempre più di 400, alcuni «accampati » in veranda, specialmente in pediatria. L’ospedale registra più di ventimila nuovi ricoveri l’anno, seimila interventi chirurgici, 2700 malati di Aids, 500 dei quali ricevono i farmaci anti-retrovirali, gli altri tenuti sotto controllo con la fitoterapia. Con fra Fiorenzo lavorano altri 17 medici e un numeroso staff di infermieri: tutti africani e tutti molto motivati. «La malattia resta un evento doloroso per ogni essere umano – dice il frate –, ma può e deve essere trasformato in un momento di grazia e di crescita, sia per chi lo vive sia per chi incrocia il malato sul suo cammino. Questo vale specialmente per chi, per vocazione o professione, ha scelto di mettersi a servizio di chi soffre».