Agorà

IL CASO. Francesco, «crociato» di pace

Franco Cardini martedì 24 marzo 2009
Ma si sono davvero incontrati, Francesco d’Assisi e il sultano ayyubide d’Egitto, al-Malik al-Kamil, nipote e successore del Saladino, fra l’estate e l’autunno del 1219? Pare di sì, come viene confermato almeno da quattro testimonianze non tardive e non francescane: la Historia occidentalis del vescovo di San Giovanni d’Acri Giacomo da Vitry; il cronista Ernoul, continuatore della Cronaca di Guglielmo di Tiro; il cronista Bernardo il Tesoriere; e infine l’epigrafe funeraria di Fakhr ad-Din Muhammad ibn Ibrahim Fârîsi al cimitero di Qarâfa al Cairo, che a Francesco sembra alludere. Queste testimonianze corroborano quella di Tommaso da Celano e quelle, più recenti, di Giordano da Giano e di Bonaventura – tutte minoritiche, queste tre – che potrebbero altrimenti venir sospettate di aver fondato la leggenda dell’incontro per ragioni e scopi interni all’Ordine o relative alla sua immagine. Si discute al riguardo se l’episodio possa essere considerato fondante per il concetto francescano di missione e se esso abbia implicato l’accettazione, il superamento o il rifiuto, da parte di Francesco, dello strumento della crociata come forma di rapporto con l’islam. La chiave di lettura più certa sta in quel che Francesco, immediatamente rientrato dall’Egitto, scrive nella regola del 1221, non legittimata da una bolla pontificia, e rivista nel 1223. Che il frate minore debba visitare il mondo degli infedeli «come agnello tra i lupi» indica un atteggiamento pacifico e remissivo: cioè di testimonianza, che solo se il frate si sente pronto e ispirato può cedere il passo alla predicazione 'missionaria'. Quanto al rapporto tra Francesco e l’'idea di crociata', si tratta in gran parte di un fraintendimento anacronistico, isterizzato dall’interferenza di questioni attualizzanti che nulla hanno a che fare né con lo spirito di Francesco, né con la storia autenticamente intesa. Sono ancora molti coloro che amano parlare del Duecento come dell’ultimo secolo della crociata, secondo quella tradizione – a onor del vero ormai si direbbe manualistica – che numera le spedizioni crociate da uno a sette, oppure a otto, o magari a nove, e include il movimento crociato nella parentesi costituita dalle due fatidiche date del 1095, il concilio di Clermont, e del 1270, la morte di san Luigi (o il 1291, la caduta di San Giovanni d’Acri). Ma anche chi non concorda con tale ristretta e sorpassata visione, e preferisce condurre addirittura idea di crociata e movimento crociato fino alle soglie dell’età contemporanea, scorge comunque nel Duecento il secolo d’una serie di mutamenti profondi, che dell’una e dell’altro hanno fatto qualcosa di molto diverso da quel ch’essi originariamente erano.Fra tali mutamenti, solitamente si attribuisce speciale importanza a quelli rappresentati o determinati da due personaggi che nei confronti della crociata giocarono un ruolo nuovo, originale, magari contraddittorio o paradossale. Oltre Francesco, Federico II: dopo di loro, la crociata non fu più la stessa; fu – si dice da più parti – negata, o superata (magari 'misticamente'), o si andò mutando in missione, o si aprì al gioco diplomatico. Con e a partire da essi, anche il rapporto fra cristianità e islam andò facendosi diverso, sia pur non uniformemente e immediatamente. Francesco e Federico: crociati, oppure semicrociati, pseudocrociati, metacrociati, anticrociati? La sensibilità moderna recalcitra dinanzi all’idea che il mite Povero d’Assisi e il lungimirante Stupor mundi abbiano sul serio a che vedere con la barbarie e il fanatismo delle spedizioni legittimate nel segno della croce. In che misura un’impostazione del genere è corretta? In che misura risente – al contrario – di stereotipi anacronistici? Certo che Francesco prese la croce: le fonti non ce lo dicono, ma se non ci dicono nemmeno che camminasse muovendo i piedi. Il rito di assunzione del distintivo della croce, che implicava la promessa di compiere il pellegrinaggio di Gerusalemme o un’azione equivalente se esso fosse impossibile (ed era quello il caso di quel momento: la Città Santa in mano agli infedeli, una spedizione militare intrapresa per riconquistarla), era preliminare per chi volesse raggiungere l’esercito cristiano accampato alle foci del Nilo. È evidente che il 'crociato' Francesco non voleva né poteva combattere: oltretutto era diacono, per cui l’uso delle armi gli sarebbe stato comunque interdetto. Approvava la guerra contro gli infedeli? Era uomo di pace: quello che egli sognava, l’ha dimostrato appunto recandosi dal sultano e portandogli la pace del Cristo, che non è quella che dà il mondo. Ma la crociata era voluta dal Papa, e Francesco non ha mai detto una parola che suonasse disobbedienza al pontefice e alla Chiesa. Del resto, non era lì solo per il sultano: ma anche per i crociati, che di esempi di vita cristiana avevano Dio solo sa quanto bisogno. Presenza e testimonianza: queste le limpide linee spirituali e storiche d’un gesto che non lascia spazio ad equivoci. Se si esce da queste concrete e chiarissime coordinate interpretative, si fanno solo chiacchiere inutili.