Agorà

AGRIGENTO. Fra i mandorli la «follia» dei templi

Vincenzo Arnone venerdì 3 febbraio 2012
Il viaggiatore che, arrivando nella città dei templi, ferma i suoi passi nel lungo e alberato Viale della Vittoria (altrimenti detto dagli abitanti la Passeggiata) e posa lo sguardo verso la valle e il mare di un azzurro forte e sognante, forse, inconsapevolmente, avrebbe piacere di risentire le riflessioni e gli interrogativi dello scrittore inglese (venuto anche lui fino a questo lembo di terra) David Lawrence, in preda a dolcissime estasi classico-mediterranee: «È così bello, qui in Sicilia, perché bisogna andare? Perché non restiamo? Dove si va? C’è Girgenti a sud, Girgenti e lo spirito sulfureo e i templi greci a guardia, per renderci più folli. Non mi sento di andare verso il Nord…». Il nostro viaggiatore ha di fronte un panorama che lentamente decresce fin nella valle, i templi greci e poi arriva fino al mare Mediterraneo in località San Leone; e vorrebbe quasi abbracciare il tutto in una "follia" estetica, dal sapore storico ed esistenziale. Certo, le poche parole di Lawrence racchiudono i segni di una struggente bellezza naturale e umana e le problematiche e le contraddizioni storiche e attuali per cui tanti, al contrario di lui, «si sentono di andare verso il Nord», Ma ciò non toglie che il nostro anonimo viaggiatore ha di fronte un ambiente, un territorio, un panorama di eccezionale bellezza. È la Valle dei templi di Agrigento, che nei secoli dell’era precristiana costituiva la città e che poi lentamente, è rimasta isolata, allorquando gli abitanti si andavano insediando in alto sui due colli, Agrigento e Athena, dove attualmente sorge l’agglomerato urbano. Allora era la città dove, nell’ampia agorà. passeggiavano, discutevano, si accapigliavano, sognavano gli intellettuali, gli studiosi, i filosofi, i poeti in mezzo a una massa enorme di contadini e di pescatori; era la città che viveva in mezzo ai templi, ai luoghi sacri, dedicati alle divinità: area sacra indispensabile nella polis, i templi che erano, nella concezione religiosa e estetica dei greci, il trionfo della grazia, dell’armonia, della misura perfetta. Nella Valle dei templi se ne contano otto, sorti in varie epoche, tra cui il grandioso tempio di Giove, oggi totalmente distrutto. In un gioioso luccichio di mandorli in fiore (in questo periodo di febbraio), che si perdono a vista d’occhio dalla città fino quasi al mare di San Leone, la visione dei templi dà grazia e stupore: da quello di Giunone, a quello della Concordia, di Ercole fino a quello dei Dioscuri, (all’interno dell’immenso tempio di Giove completamente distrutto), di Vulcano, di Esculapio per parlare solo di quelli più visibili all’occhio del turista. Sembra di udire le voci, le preghiere e i riti di sacrifici che si facevano dal V secolo a.C. in poi, tra colonne altissime e perfette che indicavano il cielo, l’Olimpo e comunque la sacralità di un popolo, che dovunque andava costruiva questi edifici. Quello di Giunone Lacinia fu edificato intorno al 470 a. C., quello dei Dioscuri o Castore e Polluce intorno al 450, quello di Vulcano nel 430 a. C. e quello di Esculapio nel 400 a. C. Nel 450 a. C. venne costruito anche quello che attualmente rimane nelle sue linee classiche, originali ed eleganti, punto di riferimento della Sagra del Mandorlo in Fiore e di altre solenni manifestazione: il tempio della Concordia, chiamato così a ricordo della pace fatta, e quindi della concordia, con Lilibeo, l’attuale Marsala. Ma deve la sua integrità anche al fatto che nel 600 l’allora vescovo di Agrigento, Gregorio, lo eresse a cattedrale e in tal modo lo restaurò e lo protesse dalle intemperie alle quali il tufo in modo particolare è sensibile. Nella nostra epoca forse non si sarebbe presa la decisione del vescovo Gregorio, ma la storia va avanti per ritmi, mentalità, cultura legata ai luoghi, alle circostanze, alle necessità, senza dire che indirettamente l’operato del vescovo salvò forse dalla distruzione un gioiello della architettura greca. È tempo che il nostro ipotetico viaggiatore scenda dalla città e a piedi percorra la valle, passo dopo passo, tra le strade comunali, i viottoli, le mulattiere, costeggiando i ruderi dell’insediamento urbano di Akragas del periodo ellenistico-romano, il Museo nazionale, la chiesa di San Nicola del XII secolo, l’oratorio di Falaride, fino ad arrivare nella spianata dei templi da dove, superando la Porta Aurea, si gode l’incantevole panorama del mare. Poi si va da tempio a tempio, tra colonna e colonna ascoltando voci antiche e nuove, da Empedocle a Quasimodo, passando per Pirandello. Forse, mettendosi a sedere sul prato nei dintorni del tempio della Concordia, il viaggiatore potrebbe ripetersi le considerazioni di Lawrence: «È così bello qui in Sicilia c’è Girgenti a sud, Girgenti e lo spirito sulfureo e i templi greci a guardia, per renderci più folli».