Agorà

FEDE E CULTURA. «Testimoni», la verità che fa notizia

Umberto Folena domenica 25 aprile 2010
Millecinquecento teste pensanti, quelle del convegno «Testimoni digitali». Più altre migliaia che in fila, diligentemente, affluiscono nell’Aula Paolo VI, fino e riempirla tutta. «Millecinquecento teste pensanti – ripete Marco Tarquinio, direttore di Avvenire – si sono riunite per giorni intensi di lavoro comune eppure non hanno fatto (quasi) notizia». Sono i «testimoni» arrivati a Roma da ogni angolo d’Italia in una livida mattina umida di pioggia. «Ma siamo un’onda tranquilla» garantisce Tarquinio.Onda tranquilla e forte, che approva padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, quando invita a essere tutti «generatori di onde», attori protagonisti; e a non vivere di paura, ma a saper coglier il positivo del mondo dei media. È un popolo tranquillo ma non inerte quello che apprezza l’invito di padre Lombardi a essere «testimoni, in grado di non avere nulla da nascondere, con coerenza e rigore, nel rifiuto di ogni ipocrisia e doppiezza». È un tempo, ribadisce Lombardi con richiamo implicito e sereno ai casi di pedofilia tra persone consacrate agitati contro la Chiesa, «di verità, trasparenza e credibilità. Il segreto e la riservatezza non sono, ora, valori che vanno per la maggiore. Bisogna essere in grado di non avere nulla da nascondere». Apprezzate anche le sue osservazioni sulla «molteplicità» dei siti. «Una grande ricchezza, ma anche una grande babilonia. Ce ne sono molti, anche in campo ecclesiale, che cercano di accreditarsi come autorevoli, senza esserlo».Onda tranquilla, diceva Tarquinio. Una piccola, voluta bugia… È un popolo mite; ma è anche un popolo che non accetta supino le aggressioni. Un popolo che dà sfogo alla propria indignazione in un applauso lungo quattro minuti quando Tarquinio ricorda di stare ad Avvenire «con orgoglio smisurato», lui direttore dopo Dino Boffo, «un grande giornalista». Da giovedì pomeriggio i «testimoni digitali» aspettavano di poter dare sfogo all’applauso liberatorio, tributo all’uomo aggredito più ancora che protesta civile contro chi ha voluto abbatterlo con bieco cinismo. Tarquinio riprende a parlare sull’applauso, faticando a smorzarne l’inerzia: «Si è fatto da parte per non esporre la Chiesa, Avvenire e gli altri media cattolici agli attacchi di cui era bersaglio. La sua vicenda è la dimostrazione di come i meccanismi mediatici possano stritolare chiunque. O quasi». E in quel «quasi» tutti leggono un’allusione alla recente, reiterata aggressione mediatica allo stesso Pontefice, quel Benedetto XVI per sostenere il quale, non è un mistero, molti si sono sobbarcati anche due notti filate in pullman.Tarquinio cita un altro genere di aggressione, quello in cui ad essere manipolati e stravolti sono i contenuti stessi della notizia. Febbraio 2009. Avvenire esce con un post-it giallo sulla testata: «Giudicateci per quello che scriviamo, non per quello che ci fanno dire». Un’agenzia di stampa, e poi un paio di siti, hanno abilmente tagliato e ricucito un editoriale sul caso tragico di Eluana Englaro, una «manipolazione chirurgica» la definisce Tarquinio. «C’è un altro modo», conclude. C’è un altro modo di fare informazione e dare le notizie. Il modo che è anche di Avvenire e dei media d’ispirazione cattolica: «Avvenire è terra, sale, lievito. Terra ferma, solida, un approdo sicuro, un faro. Fatto insieme a voi». C’è un altro modo, che vorrebbe essere contagioso.È il modo di chi non esita a «mettere al centro la persona», come ricorda Vittorio Sozzi, responsabile del Servizio nazionale per il Progetto culturale, in nome di «un Vangelo che non sostituisce, ma plasma la cultura e configura l’umano». In attesa del Ratzinger oggi Papa, Sozzi evoca un altro Ratzinger, il prefetto della Dottrina della fede che nello stesso luogo, dallo stesso tavolo, nel 2002 fu relatore alla stessa tavola rotonda conclusiva del convegno «Parabole mediatiche», assieme a Giorgio Rumi e a Dino Boffo. Ed è un modo «leggero, ma non superficiale né effimero; leggero della leggerezza della fantasia – sono parole di monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – la fantasia capace di far emergere il lato non immediatamente evidente dei fatti, spesso umoristico, per un mondo che non sa più ridere di sé».Ed è un’onda che rischia di bagnare i piedi a Lorenza Lei, vicedirettore generale della Rai, che parla di come la sua azienda stia raccogliendo la sfida digitale, per una tv che «aiuta a sentirsi parte di una comunità: ecco il servizio pubblico». Lei lo dice con convinzione e tiene per certa questa stella polare. Ma qualcuno vorrebbe chiederle perché allora non c’è più la tv dei bambini e dei ragazzi, la cui capostruttura, Mussi Bollini, ha partecipato in silenzio ai lavori di tutto il convegno. E quando annuncia che la Rai sta cercando «nuovi talenti sul web», verrebbe da suggerirle di guardarsi attorno, per ritrovarsi «accerchiata» da talenti, impegnati con passione e professionalità in una miriade di emittenti tv e radio locali di ispirazione cattolica. Oltre che sul web, la Rai potrebbe anche pescare lì...