Agorà

Anteprima. Finlandia, la montagna orizzontale

Noëlle Revaz giovedì 26 giugno 2014
In questi ultimi anni ho fatto diversi viaggi in Finlandia. Sono dovuta andare fin là per capire cosa apprezzavo delle Alpi e cosa invece non mi piaceva. È laggiù che ho scoperto di essermi sempre sentita rinchiusa fra le nostre montagne, perché è faticoso dover sempre salire o scendere e perché gli spazi, a causa dei pendii, sono piccoli. Arrivando a Jyväskylä ho avuto l’impressione inattesa di sentirmi a casa e che quel paese mi avrebbe offerto tutto ciò che amo, senza i suoi svantaggi: la montagna in orizzontale.
 
Quest’anno, porto mia sorella con me. È la prima volta per lei. Abbiamo previsto di volare direttamente in Lapponia. Atterriamo quindi all’aeroporto di Ivalo, io radiosa, lei preoccupata per i suoi piedi. Le ho vietato di portare con sé i suoi scarponi da montagna. Mia sorella è un’appassionata d’alpinismo. Ogni estate fa la Haute Route e il resto dell’anno scala le cime, con una guida. È per questo che ho pensato che la Finlandia le sarebbe piaciuta. Immaginavo che avrebbe ritrovato come me delle sensazioni d’altitudine e che i pini, gli abeti, i mirtilli, la vegetazione alpina, i laghi e l’aria fresca avrebbero riportato anche lei a dei luoghi d’infanzia.
 
Appena usciti dall’aeroporto, la prima renna ci appare davanti in mezzo alla strada, immersa nei suoi pensieri. La mitragliamo con le nostre macchine fotografiche, senza preoccuparci del fatto che possa essere banale. Ci avviamo dritte verso il nord, con mia sorella che continua a ripetersi nella testa: non c’è nulla, non c’è nulla. Alla sera, grigliamo delle salsicce makkara, come fossero cervelat. Mia sorella s’inquieta per la mia flemma quando accendo il fiammifero e butto sei bracciate di rami secchi sul fuoco. Teme che metta fuoco al bosco. «Dimentica i tuoi riflessi da vallesana, le spiego, qui è natura selvaggia!»
Il giorno dopo arriviamo al parco nazionale che vogliamo attraversare a piedi. Mia sorella infila le scarpe avvertendomi che sarà colpa mia, se si farà male. Le scale del parco lasciano uscire un personaggio stralunato, conciato come un esploratore. Ha un vestito bizzarro e sporco, ma nuovo di pacca. Noto mia sorella riflettere inquieta sul proprio equipaggiamento. Teme che sia troppo leggero. Dopotutto abbiamo solo una tenda, un fornello a gas e delle microscopiche scarpe da ginnastica ai piedi. Non abbiamo preso niente per la pesca o per la caccia. Ci mettiamo comunque in marcia. Dei lemming morti sono disseminati sul sentiero, sui cespugli, sulle erbe, per tutta la strada. È un po’ lugubre.
 
Affrontiamo la prima salita, amabilmente provvista di scale. Tutte le salite del parco sono d’altronde provviste di scale. Non proprio un banco di prova per alpinisti. Mia sorella non sa se prenderla male o se riderci sopra. La sento abbastanza scontenta, non suda abbastanza. Camminiamo a grandi falcate fra gli abeti. Lo sforzo più grande è trovare la strada. Le mappe intagliate nel legno sono disegni preistorici, tracciati con mano esitante e il nostro senso d’orientamento è atrofizzato dalla nostra infanzia nelle Alpi, dove non serve a nulla. Il sentiero ci riporta ironicamente al punto di partenza, dopo un’ora scarsa di cammino. Per salvare la giornata, decido che saliremo su un’altura.
 
A Kilopää, sotto un sole che brucia, scaliamo un monticciolo in un paesaggio fatto di brughiere e pini nani. Sono riuscita a nascondere a mia sorella il cartello che indicava: 546 metri, mettendomi davanti. Mia sorella corre in cima alle scale. Da lassù, la vista è imprendibile: foreste, foreste fino all’orizzonte, nessuna traccia d’altro. La solitudine assoluta. È rilassante, un po’ minaccioso. Mi stendo per terra. Mi sembra avere senso finire la giornata qui. Bisognava uscire dalla foresta e alzarsi in uno spazio nudo, come fossimo andate fino in fondo. Fatto questo, si può tornare indietro.
 
Ridiscendiamo le scale. Il sole declina. Su un cartello che prima non abbiamo notato, decifriamo dei nomi incomprensibili. Questa collina è una montagna sacra dei lapponi. Nel parcheggio, la renna del posto passeggia sotto i nostri occhi disincantati. Mia sorella mi spiega nel dettaglio una via di scalata nel Basso Vallese. Annuso qualche fiore, dei fiori rosa come lupini che si vedono ovunque in Finlandia, che crescono anche nei nostri boschi. In Finlandia questo fiore lo chiamano la rosa dell’ubriaco, perché torna molto utile agli uomini che hanno passato la notte fuori: al mattino ne colgono frettolosamente qualche gambo prima di rientrare a casa, per ammansire le loro mogli. Dev’essere che non c’è solo la vegetazione ad accomunare la gente del nord e quella delle Alpi.
 
(Traduzione dal francese di Sebastiano Marvin)