Agorà

Mostraci il tuo volto. Lidia Curcio: «Immersi nel rumore smarriamo noi stessi»

Roberto I. Zanini domenica 21 novembre 2021

"Cristo in silenzio", Odilon Redon 1897

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Sono le parole con cui inizia il Proemio della costituzione pastorale Gaudium et spes. Parole in cui risuona con forza l’entusiasmo rinnovatore del Vaticano II. Non a caso il titolo di questo primo paragrafo del documento fa riferimento all’Intima unione della Chiesa con l’intera famiglia umana. Che poi questa intimità e questa unione siano man mano venute meno e che oggi la Chiesa tutta si stia preparando a un grande Sinodo per rispolverarne il senso e l’efficacia non inficia la potenza e la verità dell’affermazione. «Tutto quello che è genuinamente umano trova ascolto ed eco nel cuore dei cristiani perché prima ancora è nel cuore di Dio, che ha così tanto amato il mondo da dare il suo unico figlio. L’incarnazione di Cristo è la prova suprema di questo amore. Dio continua a calarsi nelle infinite e multiformi grandezze e povertà che ci caratterizzano. Ed è per questo che la ricerca del volto di Dio è tanto presente nelle Sacre Scritture ed essenziale per la comunità cristiana. Dio è vivo e presente nella storia e nella nostra storia e noi dobbiamo essere capaci di riconoscerlo», sottolinea Lidia Curcio, biologa, psicologa della comunicazione e counselor, consacrata della Famiglia ecclesiale Missione Chiesa Mondo: una realtà ecclesiale nata in Sicilia, costituita da consacrate, consacrati, famiglie e sacerdoti, che hanno come carisma la tensione a vivere e testimoniare il Vangelo in chiave comunitaria.

Questo cosa significa?

Significa amore per i poveri, significa solidarietà nei confronti di chi soffre, ascolto dei vicini e di coloro che sono lontani. Significa capacità di accogliere i segni della presenza di Dio nel mondo, anche nelle sue contraddizioni e nella sua rumorosa confusione. Tutto questo è ricerca e desiderio del volto di Dio. La Chiesa oggi più che mai dovrebbe essere capace di rispondere a questa ricerca, a questo desiderio. Il Volto si mostra in una Chiesa che fa ed è esperienza di comunione, vivendo la compassione, la condivisione, l’accoglienza e il dialogo.

Accoglienza, condivisione, dialogo sono le grandi questioni sulle quali cozzano le relazioni umane.

Oggi è indispensabile una vera e propria conversione alla relazione. Spesso, invece, chiusi in un’ottica individualistica, viviamo male la dimensione dell’ascolto e del dialogo, interpretiamo la comunicazione come un’affermazione di noi stessi. Ma la comunicazione non è né imporsi, né convincere... anche nei casi in cui lo facciamo in maniera delicata e suadente. Gadamer diceva che comunicare è trasformarsi in ciò che si ha in comune. La vera comunicazione, quindi, prevede condivisione di ciò che si è, ascolto profondo di ciò che l’altro è. Questo però diventa difficile in una vita sommersa dal rumore... Non c’è ascolto nel rumore. Per questo si può dire che il silenzio è la sorgente delle relazioni umane: è dal silenzio che emerge la vera comunicazione, cioè la reciproca comprensione, la comunione.

Per comunicare nel mondo del rumore serve il silenzio?

In realtà non esiste in natura il grado zero del silenzio. Il rumore è nella natura delle cose. Il silenzio regna in un luogo come effetto della nostra interpretazione dei rumori. È subordinato anche alle nostre interferenze interiori. È qualcosa di intimo, di personale. Ma questa intimità è uno degli strumenti più efficaci che abbiamo per intuire il significato della nostra esistenza. È in questa intimità che conosciamo chi siamo. Nel silenzio riesco finalmente a capire e accogliere la verità di me stessa.

Se mi accolgo divento capace di accogliere?

Diciamo che se entro in relazione con le mie povertà, ma anche con la pienezza e la verità che sono in me, il mio parlare non sarà più fine a se stesso, un dire parole vuote: sorgerà dal vissuto, dalla sperimentazione di ciò che sono veramente e sarà interessato alla verità dell’altro, teso all’ascolto e alla condivisione. Non sarò più soltanto preoccupata di dire la cosa giusta per contrappormi o per ottenere assenso.

Dove entra Dio in questo ragionamento?

Quella pienezza che scopro nell’umiltà del silenzio nasce dal diventare capace di incontrare la relazione trinitaria che abita in me fin dal Soffio primordiale che mi ha donato la vita a Sua immagine e somiglianza. Nel silenzio, ci dicono i mistici, mi accorgo che c’è sempre qualcosa di altrimenti impercettibile che il Signore vuole porre alla mia attenzione. Il silenzio è la mia possibilità di vedere oltre. Ma anche, nel Dio Trino e Unico che è in me, di vedere l’altro. Nel Suo volto vedo l’oltre e l’altro. Nel silenzio e nell’ascolto che ne consegue, do all’altro la possibilità di esistere per me nella sua pienezza. Questo è dialogo, comunicazione autentica.

Vengono in mente quei quattro versetti in principio al capitolo 27 del Siracide che legano la verità e il valore di un uomo al suo parlare...

Nel rumore non si parla con parole vere perché non si è veri con se stessi. Possiamo dire che se muore il silenzio muore la comunicazione perché la comunicazione è mettersi in gioco per quel che siamo. Il silenzio ci è antropologicamente necessario perché solo nel silenzio riusciamo a scambiare parole che sanno andare in profondità. Possiamo persino dire che l’uomo che ha perduto il silenzio è sostanzialmente modificato nella sua struttura interiore. Così come, per dirla prendendo spunto dal Siracide, la parola giusta viene dal silenzio e il giusto silenzio viene dalla Parola.

Nel silenzio si ascolta il dolore del mondo, il grido degli innocenti...

È nella logica delle cose. Il silenzio e la preghiera acuiscono le capacità di ascolto della vita che scorre in me e fuori di me in ogni suo aspetto. Divento sensibile al dolore della natura così come al grido di chi soffre. È emblematico il percorso di Etty Hillesum, ebrea non credente che scopre Dio nel silenzio dell’intima scrittura del suo diario in piena Shoah: «Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi... Una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio». C’è la disperazione, ma se osservo meglio scopro in me la vera speranza. Il silenzio mi insegna a fare i conti con me stessa, ad avere a cuore il grido di chi attende di essere liberato dalle catene, mi offre l’opportunità di incontrare il Suo volto e di godere del Suo sguardo.