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INTERVISTA AL SOCIOLOGO JEAN ZIEGLER . Fame nel mondo: l’Occidente che fa?

da parigi Daniele Zappalà mercoledì 28 gennaio 2009
«Il Sud del mondo vive oggi una storica rinascita i­dentitaria di cui l’Occi­dente non si è ancora accorto. Essa genera grandi speranze, ma occor­re evitare che si trasformi in follia, tribalismo, terrorismo». È la dia­gnosi che il sociologo svizzero Jean Ziegler presenta nel suo ultimo saggio La haine dell’Occident («L’o­dio dell’Occidente», Albin Michel), presto edito anche in Italia. Relato­re speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione dal 2001 al 2008, oggi al Consiglio dei diritti dell’uo­mo, Ziegler s’interessa da decenni ai rapporti Nord-Sud. Il suo saggio ha titolo provocato­rio. Perché? «Tutto parte da una constatazione. La stessa sofferenza ha prodotto due tipi d’odio verso l’Occidente. L’odio terrorista mostruoso, cinico, spaventoso, senza scusanti. Ma an­che un altro odio che analizzo nel libro, un odio più ragionato ed e­steso a livello sociale. Lo stesso, ad esempio, che ha portato al potere personalità come Evo Morales in Bolivia». Ma il populismo anti-occidentale è davvero nuovo? «Non si tratta solo di questo, anche se esistono in effetti derive dema­gogiche. Prendiamo un altro esem­pio. Nel dicembre 2007, il presi­dente francese Nicolas Sarkozy compie il suo primo viaggio in Al­geria per negoziare accordi petroli­feri. Le delegazioni dei due Paesi si siedono a un tavolo, ma ancor pri­ma di cominciare le discussioni, il presidente algerino Abdelaziz Bou­teflika chiede all’improvviso delle scuse per Sétif, ovvero per il mas­sacro che l’esercito francese com­mise l’8 maggio 1945, provocando la morte di 42 mila algerini non ar­mati. Sarkozy replica di non essere giunto per la nostalgia. E Boute­flika, allora, risponde che la me­moria viene prima degli affari. Vi è in ciò qualcosa di radicalmente nuovo. Viviamo nell’epoca di una misteriosa resurrezione della me­moria. Elie Wiesel ricorda, a pro­posito dell’Olocausto, che sono oc­corse quasi tre generazioni prima che esso riemergesse a livello co­sciente. Analogamente, quando un popolo riceve lo choc terribile del colonialismo o della schiavitù, non può razionalizzarlo subito. La ge­nerazione dei figli tace imitando i padri. Solo dalla terza generazione, comincia il lavoro cosciente». Verso cosa si concentra questo colpo di coda della memoria? «Vi sono due temi privilegiati, la deportazione schiavista durata tre secoli e mezzo e il colonialismo, di­stante nel tempo appena due ge­nerazioni, almeno nel caso africa­no. Quando emerge, questo biso­gno misterioso ma forte di memo­ria può concretizzarsi in una riven­dicazione di riparazione o nella ri­chiesta di un pentimento». Ma fino a che punto questo biso­gno proviene davvero dalle popo­lazioni? «Ogni 5 secondi, un bambino sotto i 10 anni muore di fame. Dobbia­mo riconoscere che è un assassinio. Quasi un miliardo di perso­ne sono costante­mente denutrite. È stato lo scrittore nige­riano Wole Soyinka a parlare di una 'filia­zione abominevole' per descrivere il do­minio negli ultimi 5 secoli di pochi Stati sull’intero pianeta. E ancor oggi, come lui, tanti leader d’opinio­ne e intellettuali ve­dono nell’attuale si­stema finanziario glo­bale un prolungamento della tratta triangolare e del colonialismo». Ma molti Paesi del Sud sono gui­dati da governi a dir poco discuti­bili. Perché dare all’Occidente le responsabilità di tutti i mali? «C’è un odio anche contro una cer­ta occidentalizzazione delle élite dei Paesi poveri. Fra gli uomini più ricchi che abitano a Londra, il pri­mo inglese arriva al nono posto, preceduto da nababbi indiani, ci­nesi, sauditi. Queste oligarchie del­la periferia sono integrate nel siste­ma globale occidentalizzato, adot­tandone lo stile di vita e pratican­do le stesse strategie di sfrutta­mento della povertà». Promossa dall’Occidente, la Di­chiarazione dei diritti dell’uomo ha 60 anni, ma il Nobel Rigoberta Menchù dichiara che essa resta un’utopia. Che ne pensa? «Credo che i diritti dell’uomo sof­frano oggi della doppiezza dell’Oc­cidente. L’ho detto al Consiglio dei diritti dell’uomo, la terza istanza dell’Onu. Quando gli ambasciatori occidentali fanno la morale sui di­ritti umani all’Africa a proposito del caso di Robert Mugabe, il presi­dente dello Zimbabwe che è effet­tivamente un criminale, questa le­zione è però ormai totalmente i­naccettabile per un ambasciatore africano, asiatico o arabo. E questo, a causa della guerra preventiva in Iraq, di Guantanamo e di tante al­tre violazioni quotidiane occiden­tali dei diritti umani. Lo stesso vale per i discorsi sul diritto all’alimen­tazione degli ambasciatori europei all’Onu, quando al con­tempo l’Unione euro­pea incentiva la fame in Africa attraverso il pro­prio dumping agricolo e le sovvenzioni all’e­sportazione, distrug­gendo così le produzio­ni locali africane». La crisi economica at­tuale rischia di acuire i divari Nord-Sud. Eppu­re, ogni giorno, nasco­no anche nuovi ponti di cooperazione… «La solidarietà mi pare proprio la chiave di o­gni speranza. In Occi­dente, la crisi potrebbe anche far riflettere sempre più persone sulla realtà del mondo di oggi. La solida­rietà col Sud è la sola via per la co­struzione di un mondo giusto. E solo ciò potrà impedire che gli at­tuali imponenti movimenti sociali nel Sud, fondati sull’identità, gene­rino in futuro veleno e tribalismo distruttivo». America Latina, Uruguay. Centinaia di persone si accalcano per una distribuzione di cibo Jean Ziegler