Agorà

Anniversario. Venti anni senza De André. Dori Ghezzi: «Fabrizio appartiene alla gente»

Massimiliano Castellani venerdì 11 gennaio 2019

Dori Ghezzi e Fabrizio De André (Reinhold Kohl / Fondazione Fabrizio De André Onlus)

Vent’anni da senzaFaber. Come una Preghiera in gennaio: la grande anima salva di Fabrizio De André volava via da questa terra fredda e confusa l’11 gennaio del 1999. Per ricordare e ricordarlo, noi senzaFaber, e siamo in tanti sparsi per il mondo, ci si affida all’ascolto quotidiano della sua voce, inimitabile, e al tesoro, inestimabile, ereditato collettivamente, che sono le sue canzoni. Le sue buone novelle (131 quelle incise) che prima di andarsene ha descritto e spiegato confidenzialmente, in concerti e incontri (applausi compresi), in note a margine di libri di altri o su quaderni e taccuini suoi, ora raccolti dalla Fondazione Fabrizio De André in Anche le parole sono nomadi (Chiarellettere. Pagine 180. Euro 18,00).

«Il sottotitolo di questo libro quanto mai prezioso, è altrettanto poetico e emblematico: I vinti e i futuri vincitori cantati da Fabrizio De André – spiega Dori Ghezzi – , la compagna di una vita di Faber, aprendoci la porta della Fondazione. Un appartamento milanese, un interno di famiglia (con Dori, ci sono i suoi fidi collaboratori: Elena Valdini, Arnaldo Bolsi, Igor Pedrazzini, Claudia Gatti, e da poco «è venuta a mancare la nostra insostituibile Liliana Azzolini») in cui ogni giorno si riordinano gli scaffali e si sistemano le «Nuvole», quelle vere, lasciate da De André che tra le sue carte annotava: «I vinti di ieri sono i futuri vincitori e da subito è stato chiaro che queste pagine dovessero volgere al riscatto, guardare al futuro invocando ancora una smisurata preghiera per i nomadi, le infinite prinçese». Pagine intagliate dal pensiero forte e profondo di un uomo che non si sentiva né poeta, né intellettuale, ma che per brevità, «gli sembrava più giusto e calzante sentirsi riconosciuto semplicemente come cantautore».

L’autore che ha cantato, con timbro unico e civile, di guerre, di ultimi e di emarginati, di nomadi in cammino (gli zingari di Khorakhanè) di madri, di vergini e di prostitute. «Molti si sorprendono che questo libro si apra con il testo dell’Infanzia di Maria. Un atto d’amore di Fabrizio verso le donne tutte, alle quali riconosceva, la verginità di Maria e il sacrificio della maternità che dura ben oltre i nove mesi… – commenta Dori Ghezzi –. Il sacrificio della prostituzione era il più doloroso e dal suo punto di vista può anche diventare “santificazione”. In un’epoca come questa di vergognosa misoginia è importante che le donne, che le ragazze soprattutto, si prendano le loro responsabilità e lottino ogni giorno per ottenere il rispetto dei propri diritti, specie di quelli faticosamente acquisiti».

Nina continua a volare, a ritroso, e si posa sulle ceneri spente di un Sessantotto che Faber aveva visto sfilargli davanti con lui «seduto dietro a un tavolino». E Dori dov’era? «Io avevo 22 anni ed ero impegnata artisticamente come cantante pop, ma non ancora impegnata con Fabrizio. Comunque il ’68 e il suo “fallimento” lo si ritrova in Coda di lupo. Il non comprendere certe modalità di lotta di quella generazione lo portò a leggere i vangeli apocrifi e a comporre La buona Novella, a concentrarsi su quella figura, a lui cara, di Gesù». Il bisogno di parlare con un Dio umanizzato è quello che oggi gli farebbe tanto apprezzare papa Francesco. «Cosa ne penserebbe Fabrizio? Be', direbbe quello che penso anch’io: questo è un Papa, un uomo dell’ascolto e a cui si può parlare. Ma anche la presenza di papa Ratzinger e la sua scelta coraggiosa di farsi da parte mi rende più sicura in un tempo di violenta incertezza».

Un tempo bucato, come le braccia dei tanti, troppi tossicodipendenti («forse oggi più di ieri “e se qualcuno sbaglia – diceva Fabrizio – allora devono esserci anche i complici”») a cui Faber aveva spettinato i cattivi pensieri e accarezzato la testa con Cantico dei drogati. «Ho licenziato Dio / gettato via un amore / per costruirmi il vuoto / nell’anima e nel cuore». Quel vuoto umano che viene riempito dalla sete di denaro e la fame folle di potere che fa scrivere a Faber, «il potere lo si conquista in vari modi, quasi nessuno corretto».

Aria inquinata nel palazzo della politica, quello in cui è entrato da protagonista anche il suo vecchio amico Beppe Grillo. «Oggi Fabrizio sarebbe molto preoccupato per Beppe... perché la politica è un’arma a doppio taglio. L’anarchia di Fabrizio sta nell’appartenere a tutta la gente – al di là delle connotazioni politiche o religiose – che continua ad ascoltare e ad amare la sua musica. Alcuni non l’hanno capito, ma forse per semplice tornaconto. Come quando a Roccella Ionica, in uno degli ultimi concerti disse dal palco che “la mafia dà lavoro”. Era una provocazione, Fabrizio voleva solo denunciare il fatto che tanti disperati dimenticati dallo Stato alla fine trovano impiego solo all’ufficio collocamento della criminalità».

La guerra interna delle nostre mafie, e di contro la Guerra di Piero o di Sidùn, sangue libanese o le lacrime di un padre palestinese per il figlio morto «schiacciato dalle ruote di un carro armato israeliano». Tutti morirono a stento. L’elogio della morte portata al vertice della poesia nello Spoon River di Lee Masters e “tradotta” da Faber, con tanto di encomio dell’americanista Nanda Pivano, in Non al denaro non all’amore né al cielo.

Tra i tanti incontri sul cammino di Faber nei carrugi della sua Genova ci fu quello con Paolo Villaggio, con cui scrisse la splendida Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. «Nei suoi appunti, Fabrizio ricorda il “Fracchia” di Villaggio: l’universitario realmente esistito che era stato bocciato diciassette volte all’esame di Istituzioni di diritto romano… Quando si trovavano con Paolo si divertivano un mondo, due genialità a confronto che si sono espresse con due linguaggi diversi, ma mai distanti».

Volti allo specchio che riflettono l’Amico fragile. «Il brano spartiacque, il vero testo autobiografico di Fabrizio che traccia il solco, tra il prima e il dopo». Fine della Storia di un impiegato, Fabrizio e Dori («eravamo due entità distinte che camminavano a fianco») sbarcano in Sardegna. Il rifugio dolceamaro de L’Agnata custodisce, come uno scrigno naturale, ricordi teneri, ispirazioni illuminanti come il sole e cupi tormenti notturni davanti al mare, compreso quello del rapimento. Hotel Supramonte. «Con la sua ironia divertente, che forse pochi hanno conosciuto, Fabrizio diceva: “Beh, almeno quello che ci è successo è servito a far uscire una bella canzone”. Hotel Supramonte è l’unica che mi ha dedicata, anche perché non scriveva mai di amori in corso, perché a lui piaceva snaturare i personaggi, mitizzarli». Ma al ragazzo che fermandolo per strada gli gridò «Fabrizio sei il mio mito!», lui rispose ridendo: «Dovresti vedermi al mattino...».

Cantautore e basta, più a suo agio con quelli della sua razza, «con De Gregori e Fossati, con i quali aveva collaborato. Con Vasco Rossi, Fabrizio ha in comune l’aver scritto una canzone intitolata Sally e anche l’essere riusciti a conservare nel tempo un popolo innamorato della loro persona, del loro carisma quanto della loro musica... Ma il suo sogno era poter fare un tour con Guccini, peccato non ci sia stato il tempo».

Il tempo fugge, come le nuvole che cambiano continuamente forma, così come le parole «cambiano di significato». Crêuza de mä. De André il più studiato da filologi e traduttori, «anche in Cina». Cultore del dialetto, convinto come ebbe a dire Pasolini che «il dialetto è il popolo e il popolo è l’autenticità». Oggi e per mille altri anni ancora, Faber è al mondo che si rivolge, ai giovani (è in “dialogo” anche con i trapper, da Salmo a The Andrè) specie quelli che presto troveranno ospitalità nella “Casa dei cantautori” a Genova, all’Abbazia di San Giuliano. «Un centro di formazione dove si potranno imparare i tanti mestieri della musica – spiega Dori Ghezzi –. Non solo una Casa per musicisti e cantanti, ma anche per tecnici, fonici... In Italia manca il concetto delle attività da palcoscenico».

Quel palco che per noi senzaFaber vent’anni dopo si illumina ancora quando confessa di «aver detto sempre la verità». E come il capo indiano sul Fiume Sand Creek non ha mai riposto l’ascia, la sua chitarra, la sua voce, ma ha solo spento l’ultima sigaretta e sussurrato al vento: «Quello che non ho, è quello che non mi manca».