Agorà

Filosofia. Macché effimera, la moda è segno dell’unicità umana. Parola di filosofo

Simone Paliaga martedì 2 aprile 2024

«L’abito è una prerogativa dell’essere umano, una sua invenzione e una sua creazione, un costrutto artificiale di quell’unico, strano animale che non si accontenta di rimanere così come lo ha fatto la natura, che si rimodella in continuazione, si circonda di forze generative, si difende con le armi, si attrezza con strumenti tecnologici, costruisce abitazioni, va a vivere in specifici insediamenti con i suoi simili, assecondando usi e convenzioni, e che impone ordini? L’abbigliamento è un segno distintivo della cultura umana” scrive Eugen Fink (1905-1975) in un saggio apparentemente anomalo, La moda. Un gioco seduttivo (pagine 128, euro 17), a cura di Giovanni Matteucci, da oggi in libreria per l’editore Einaudi. Talmente bizzarro, il saggio, all’interno della sua produzione che la stessa figlia, in una nota biografica, non esitò a definirlo una “scappatella filosofica”.

Già perché la moda, di primo acchito, non è certo un tema che si addice a uno degli allievi prediletti dell’austero Edmund Husserl, che non a caso scrisse la Sesta meditazione cartesiana, quasi a completamento delle cinque che il suo maestro tenne all’Amphithéâtre Descartes della Sorbona nel febbraio del 1929. Né tantomeno si attaglia a un austero docente di filosofia e pedagogia dell’università di Friburgo im Breisgau. Come dare conto, dunque, di un interesse così futile da parte di chi, insieme a Ludwig Landgrabe, cominciò a organizzare, dopo il 1938, il lascito postumo di Husserl arrivato a Lovanio grazie all’intervento del francescano Herman Van Breda?

Di là del fatto che la moda era stata già oggetto di riflessione, sociologica e filosofica, per opera di Georg Simmel, l’uso che ne fa Eugen Fink non stabilisce certo una corrispondenza di amorosi sensi con la filosofia pop oggi in voga. Per quanto il volumetto sia occasionale, non costituisce un corpo estraneo al suo cammino di pensiero. L’occasione è la supplenza, avvenuta nell’anno accademico 1963-1964, di un collega ammalato all’ateneo di Basilea. Nel corso della sua permanenza nella città elvetica, Fink fa la conoscenza di un commerciante tessile, Walter Spengler, appassionato di filosofia. Sua era la convinzione che da una formazione filosofica i responsabili delle diverse filiali svizzere della azienda di famiglia avrebbero tratto giovamento. Fink, solleticato dall’idea e in anticipo sui tempi, diede corso a questa esperienza. Così, qualche anno dopo, nel 1967, diede avvio ad alcuni seminari in Svizzera destinati ai dipendenti di Spengler, che poi confluirono nel testo ora disponibile per il lettore italiano.

La questione della moda rientra appieno nell’orizzonte filosofico che Fink, passo dopo passo, costruisce in seguito a un serrato dialogo critico con Edmund Husserl e con Martin Heidegger, intrecciando quanto il suo maestro aveva pensato intorno al mondo della vita e il relatore della sua tesi di dottorato sulla storicità dell’Essere. Prospettive arricchite con una originale ricezione del pensiero di Nietzsche oltre che dei suoi amati presocratici, in particolare Eraclito. Dall’incontro di tutte queste contaminazioni nasce una visione filosofica, quella di Fink, da cui germogliano le basi per una singolare concezione filosofica, che rimette in discussione la relazione tra uomo, storia e cosmo caratteristica del pensiero moderno. Ne deriva una originale antropologia filosofica per cui «lavoro, lotta, amore, gioco e culto dei morti - ammonisce il pensatore tedesco - costituiscono i campi di vita essenziali della comunità umana. È in tali ambiti che si situano i fenomeni sociali: economia e tecnica, governo e stato, matrimonio e famiglia, festa, celebrazioni, passatempi e, infine, quella devozione con la quale si celebrano i riti funebri sin dall’antichità più remota». Qui si eclissa quella dimensione economicista dominante nel Novecento, ed emerge la centralità del gioco, che non solo assurge a simbolo del mondo, come recita il titolo di un altro suo lavoro da tempo introvabile, ma anche a elemento costitutivo di quel mondo della vita, in cui ogni uomo si trova incarnato e mai isolato, ma sempre in relazione con altri simili attraverso il proprio corpo.

«La socievolezza vive nell’elemento del gioco - spiega Fink-. Il gioco umano è un fenomeno di base che non si verifica accanto e al di fuori della serietà dell’esistenza ma, piuttosto, replica e rispecchia nella propria sfera tutte le imprese serie al modo del come se: parafrasa ironicamente quel che è serio, mette in scena onori, titoli, questioni importanti, affari e conflitti, fa comparire magicamente un mondo di apparenza e nondimeno non vi soccombe». «Il gioco - continua - è in modo particolare legato al corpo vivo e tale da renderlo attivo: nella danza e nel girotondo festoso, nelle rappresentazioni in maschera e nella tragedia, o negli scherzi spensierati che generano il riso».

In questa cornice si incastona la riflessione sulla moda, un fenomeno che esprime le modalità con cui l’uomo abita, incarnato, il mondo, e attraverso il suo agire giocoso ne disegna le fome. «L’essere umano - precisa Fink - non procrea e non dà alla luce allo stesso modo dell’animale; si comporta in modo da procreare e generare elevando questi fenomeni biologici a un significato trasfigurato, conferendo loro profondità e intimità, creando una famiglia, mettendo su casa e un focolare, costruendo un letto e una culla, coprendo il proprio corpo nudo con abiti e ornamenti giocosi». Anche attraverso la moda l’essere umano conferisce, dunque, una forma specifica alla propria esistenza, crea la sua propria libertà e restituisce al mondo la sua varietà di forme. Per questo l’uomo non vive semplicemente, ma vive in modo responsabile. Esiste, in carne e ossa, a suo rischio e pericolo, mettendosi in gioco col proprio agire e dando forma al mondo grazie al gioco stesso. Così «il mondo e l’esistenza umana, pur restando inalterati nelle cataratte del tempo, brillano di volta in volta in mille disparati modi di apparire, dando forma a una superficie colorata, variegata e frastornante».

Tutto questo è possibile non solo se l’uomo gioca ma se lo fa, agendo con tutto se stesso, corpo compreso, perché «le menti disincarnate, per quel che si può presumere, non possono amare, non possono procreare e partorire, non possono lavorare, non possono inventare strumenti e macchine, non sono vestite, non vivono in abitazioni, non fondano città e stati, non possono giocare né morire». Considerazioni non banali per oggi, travolti come siamo dalla retorica sull’intelligenza artificiale.