Agorà

REPORTAGE. Le testimonianze degli eremiti tra le foreste

Enrico Fumagalli venerdì 28 ottobre 2011
I carbonai di Serra San Bruno hanno occhi chiari, accesi come una breccia di luce nell’ombra dei volti neri di fumo. Quando arrivi alla carbonaia, la prima cosa è l’odore del fumo, un distillato di fiamme che ti avvolge come un sudario. Per diventare carbonai bisogna amare quest’odore e sapere cose che nessun altro sa. Sentire col viso la temperatura dell’aria e sotto i piedi quella dello pira, annusare la combustione, leggere le tonalità azzurrine dei fumi, misurare la fame quotidiana della catasta, che mangia legna e digerisce carbone. Un mestiere difficile, che si fa per nascita e non per vocazione, in cui se sbagli è un’intera montagna d’alberi – lo scarazzu, o carbonaia – che se ne va in fumo. Ci vogliono vent’anni per affinare le facoltà indefinibili che occorrono per governare il lento e vorace metabolismo che trasforma in carbone migliaia di tronchi di faggio e di leccio. Faggio e leccio: il carbonaio vive delle essenze della foresta e quando muoiono le foreste scompaiono anche i carbonai. È successo in tutta la penisola e non è un caso che proprio qui, nelle Serre calabresi, dove le foreste sono ancora realtà, si trovino gli ultimi carbonai d’Italia. Oltre l’istmo di Marcellinara, i 35 chilometri che segnano il punto più stretto d’Italia, tra Ionio e Tirreno, iniziano le Serre, due lunghi rilievi poco più che collinari dal profilo a denti di sega, che uniscono la Sila all’Aspromonte. Il cuore verde della Calabria, coperto da boschi di leccio (<+corsivo>elice<+tondo>, in dialetto locale), la materia prima più pregiata, dalla fibra forte, che dà carboni durevoli, e di faggio, che dà un carbone meno resistente, ma più facile da accendere. Il territorio delle Serre si caratterizza per la ricchezza del contesto ambientale, rappresentato da foreste secolari, boschi impenetrabili e candide fiumare di sassi. Lungo le fiumare Stilaro, Assi e Ancinale, una lussureggiante macchia mediterranea si spinge fino ai piedi dei rilievi più alti, dove lascia il passo ai boschi di Archiforo, Stilo, Santa Maria, Mongiana, Ferdinandea, antica tenuta di caccia dei Borbone: nell’insieme uno dei contesti naturalistici più pregiati dell’entroterra calabro, per la cui tutela è nato il Parco Regionale delle Serre. Ma non c’è solo natura: sui ripidi pendii delle Serre s’infittiscono anche i segni del sacro. La gemma più preziosa brilla all’ombra del Monte Consolino, nel cuore di Stilo, patria di Tommaso Campanella: è la piccola chiesa della Cattolica, suggestivo esempio d’arte bizantina del X secolo, con affreschi dei secoli X-XII e XV. Straordinario l’ordito policromo delle mura esterne del tempietto e la selva di cupole che funge da copertura. I bizantini, giunti sul Monte Consolino a partire dal VII secolo, diedero una forte impronta al borgo, costruendovi un gran numero di chiese – Stilo ne conterà fino a diciotto – e cintando l’abitato di mura. Gran parte delle chiese di Stilo sono andate distrutte. Di alcune, come la piccola chiesa a croce greca intitolata a San Nicola da Tolentino (XI secolo) e quella imponente di San Domenico, annessa al convento in cui visse Campanella, non restano che rovine. Ben conservate sono, invece, la barocca chiesa di San Francesco, con convento e Torre di guardia, e il Duomo, della cui fondazione, avvenuta nel XIII secolo sotto i Normanni, restano un grandioso portale d’ispirazione gotico-sveva, mentre all’interno si può ammirare la Madonna d’Ognissanti, capolavoro di Battistello Caracciolo. A breve distanza da Stilo, in posizione davvero impressionante sul filo della vertiginosa cresta che separa la fiumara Stilaro dalla fiumara Assi, sorge il centro monastico di San Giovanni Therestis, con la grande chiesa d’impianto bizantino, in cui opera una piccola comunità di monaci athoniti provenienti dal Monte Athos. È la testimonianza, ancor oggi viva, dell’epoca in cui la Calabria era sotto il dominio bizantino e vi fiorivano la cultura e la lingua greca, principalmente per la presenza, a partire dal VII secolo ed a causa delle persecuzioni iconoclaste, di monaci ortodossi provenienti dall’Oriente. Nell’area dell’Aspromonte e delle Serre sorsero moltissimi monasteri, specie nelle vallate dell’Amendolea e delle Stilaro e vi furono molti santi italo-greci, come san Giovanni Therestis. Moltissimi furono gli eremiti, che in queste lande selvagge cercavano solitudine e luoghi di preghiera; centinaia di romitori, di grotte abitate, di ruderi di piccoli santuari, si celano tra questi boschi, a testimonianza di una straordinaria stagione di monachesimo ascetico che rappresentò un importante momento d’incontro tra cristianesimo d’Oriente e cristianesimo d’Occidente. Più a nord, oltre il Passo di Pietra Spada, si stende il vasto Bosco di Stilo, che precede l’arrivo a Serra San Bruno. Fu tra i silenzi di questo altopiano che Bruno da Colonia, dopo aver attraversato mezza Europa, decise di fermarsi e di fondare la Certosa di Santo Stefano del Bosco. Correva il secolo XI e qui c’erano le condizioni per vivere quella vocazione del deserto, che improntò il percorso ascetico di Bruno, portato avanti a distanza di dieci secoli dai monaci che vivono ancor oggi nel cenobio certosino. A breve distanza dalla Certosa sorge il Santuario di Santa Maria della Torre (o "dell’Eremo" o, ancora, "del Bosco"), inserito in un ameno contesto naturale. È il luogo dove san Bruno visse da eremita anche dopo aver fondato la certosa, dove pregava inginocchiato nelle acque di un piccolo lago. Il lago c’è ancora e c’è ancora il riparo dove il santo soleva dormire sulla nuda roccia, oggi racchiuso nel cosiddetto Dormitorio di San Bruno, che ne ospita anche la tomba. Un altro lago, quello dell’Angitola, segna il confine delle Serre, al di là di Brognaturo e Simbario. L’Angitola è una zona umida di grande importanza naturalistica, iscritta nella Convenzione di Ramsar quale rifugio per rare specie avicole. Attira coi suoi silenzi e la sua appartata serenità gli uccelli che rifuggono la presenza dell’uomo. Un parallelo naturalistico coi tanti luoghi di preghiera di quest’angolo di Calabria, che per secoli ha attirato i cercatori di Dio, che rifuggono i clamori del mondo.