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Musica. Le dieci colonne sonore più belle di Ennio Morricone

Redazione Agorà lunedì 6 luglio 2020

Ennio Morricone al pianoforte

Da quelle per il Federale (1961) a Voyage of Time di Terrence Malick (2016) Ennio Morricone ha scritto oltre cinquecento colonne sonore per il cinema e la televisione, collaborando con i maggiori registi. I suoi suoni sono diventati parte integrante dell'immaginario della cultura di massa. Ecco una selezione di dieci titoli, una sorta di piccola guida ragionata all'arte di un maestro del Novecento.

Per un pugno di dollari, di Sergio Leone (1964)

Antiretorica, polverosa, sperimentale, irriverente, mediterranea. In perfetta corrispondenza al linguaggio visivo di Leone, è un punto di non ritorno nell’immaginario sonoro del western


Il buono, il brutto, il cattivo, di Sergio Leone (1966)

Come per Leone, la maniera di Morricone tocca il suo vertice. Il maestro, con una scrittura libera e carica di effetti, ormai ha riscritto le regole di tutto un genere.


Uccellacci e uccellini, di Pier Paolo Pasolini (1966)

I titoli di testa intonati dal cantastorie Domenico Modugno sono forse un unicum dell’intera storia del cinema, come lo stesso film appartiene a una categoria a sé. IL brano, un complesso pastiche stilistico, è tra i più "colti" tra quelli scritti per il cinema. Morricone ha firmato poi le musiche di cinque film di PPP.


C’era una volta il west, di Sergio Leone (1968)

Di nuovo insieme dopo due anni, per Leone e Morricone il salto di registro è evidente: dall’epica picaresca all’elegia, che nella partitura assume toni quasi pucciniani.


Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri (1970)

Una colonna sonora claustrofobica e intrisa di sarcasmo, perfetta per il ghigno di Gian Maria Volonté. Con mezzi minimi, quasi scheletrici, Morricone costruisce un'inesorabile macchina narrativa.


Giù la testa, di Sergio Leone (1971)

Sempre più orchestra e sempre più melodia: è ormai chiara la strada del Morricone che sarà. I vocalizzi senza parola del soprano (usato come uno strumento musicale) resteranno una sua cifra. Mentre il tocco di genio dell’indimenticabile Sean Sean è quasi un omaggio alla sua prima maniera.


Il gatto a nove code, di Dario Argento (1971)

Morricone ha realizzato le musiche dei primi tre film del maestro dell'horror. L'ambientazione consente al compositore di ricorrere a un linguaggio particolarmente sperimentale, difficile da proporre in altri contesti cinematografici. Nelle musiche per questa pellicola troviamo la scrittura del Morricone "colto", allievo di Goffredo Petrassi e membro del gruppo di avanguardia Nuovo Consonanza.

Sacco e Vanzetti, di Giuliano Montaldo (1971)

Here’s to you con la voce di Joan Baez accompagna, non senza un effetto di straniamento, le asciutte scene finali di un film. Quasi l’inno di un’epoca intera.


Mission, di Roland Joffé (1986)

Senza dubbio l’apice di un’intera carriera. Musica ispiratissima, e forse c’è anche una adesione profonda da parte di Morricone verso la storia dei gesuiti che nell’America Latina del Seicento conquistano gli indios con la musica – per essere poi traditi dalle istituzioni. In questa versione, un unico grande brano costruisce un crescendo da Gabriel’s Oboe (ormai un’icona sonora contemporanea) fino al grandioso coro degli indigeni. Il mancato Oscar fu un vero furto, quello per The hateful Eigth (che non troverete in questa lista) una tardiva compensazione.


Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore (1988)

Il lungo struggente sviluppo della melodia – scritta con il figlio Andrea –, affidata al violino, entra in testa e non esce più. È il primo film con Tornatore: la collaborazione seguirà per pressoché tutti gli altri film del regista siciliano. Di qui in poi Morricone scrive colonne sonore perfette ma ormai tutte un po’ simili a stesse: dense, magniloquenti (o melodrammatiche), ricche di melodie inconfondibili. Il pregio e il limite del marchio Morricone.