Agorà

Intervista. Mio padre Sergio Endrigo, molto più grande di come viene ricordato

Andrea Pedrinelli martedì 24 ottobre 2017

Pochi cantautori hanno saputo toccare vertici di poesia e umanità come accaduto a Sergio Endrigo: signore elegante, cantante maiuscolo, autore di rare profondità e coraggio che questo Paese è riuscito a dimenticare quando ancora in vita licenziava dischi maiuscoli come Il giardino di Giovanni o Qualcosa di meglio, che non venivano neppure distribuiti. Ci voleva, un libro che mettendo ordine nella sua biografia (e pure nella sua vastissima discografia) andasse oltre l’ovvia quanto ingiusta etichetta di cantore della melanconia, o il banale per quanto meritato plauso a colui che con Gianni Rodari creò inedita canzone d’autore per bambini. Perché Endrigo non è stato solo quello di Canzone per te né dei capolavori degli esordi, da Aria di neve a Io che amo solo te: è stato anche quello di canzoni colte e intelligenti dedicate alla fine del Comunismo o al razzismo, nonché colui che mise in musica Pasolini, Alberti, Dickinson. E quanto sarebbe orgoglioso oggi, Sergio Endrigo, di sapere che il libro decisivo per conoscerlo davvero l’ha scritto sua figlia Claudia: dando alle stampe per Feltrinelli Sergio Endrigo, mio padre (pagine 204, euro 16,00), volume commosso e delicato quanto brioso e stuzzicante, ricco di aneddoti ma anche di verità a volte dolorose o sottaciute.

Claudia Endrigo racconta delle origini del padre e di un mestiere che egli rese arte con rigore, riannoda i fili che lo legavano a Bruno Lauzi e Marisa Sannia, ne rimette in luce il coraggio di dar spazio nel ’76 alla già emarginata Mia Martini, soprattutto ha la forza e la serietà per ricordarne l’alcol quale via di fuga, i problemi all’udito, una solitudine a tratti voluta, l’ischemia e gli ultimi giorni. Ha ragione Claudio Baglioni nella prefazione a sottolineare quanto contino per noi oggi gli occhi di Claudia, che “cantando” di suo padre in un libro con la stessa passione con cui davvero cantò con lui in passato, ci fa rimettere a fuoco la grandezza di Sergio Endrigo: come diceva Lauzi, l’unico nostro artista comparabile a Brel.

Che obiettivi si era posta scrivendo il libro?

«Non realizzare un’agiografia. Volevo rispettare papà raccontandone la storia con tutti i chiaroscuri».

Quali sono state le maggiori difficoltà del lavoro?

«Affrontare i periodi bui, la malattia di mamma, la sua perdita dell’udito: in centinaia di consulti mai ci hanno parlato di acufeni; facemmo visite su visite e alla fine papà perse l’uso di un orecchio».

A chi assomigliava più Sergio, al padre o alla madre?

«Di mio nonno si sa poco o nulla, lui in pratica non lo conobbe: senz’altro molto prese dalla mamma, e molto però fece la sua indole. Era un uomo buono».

Che soffrì tantissimo l’etichetta per cui era triste…

«Non aveva la faccia che ride come Gianni Morandi, ma scriveva di amori finiti come fa anche Tiziano Ferro: però il mondo dello spettacolo ha il vizio di creare stereotipi che poi paghi. Papà comunque cantava una cosa bellissima: bisogna vi- vere d’amore, mai morire».

Cosa rappresentò il Brasile per suo padre?

«Una scoperta, fin dal ’64 quando tornò a casa con dischi dai suoni nuovi. Alla fine si sentiva quasi più brasiliano che italiano: e provava più nostalgia del Brasile che dell’Istria, anche perché non si era reso conto di ciò che era accaduto nel ’47 quando dovette lasciare Pola per Venezia. Era un bambino».

Pochi seppero che perse l’udito già negli anni ’80…

«Lo ricordo come fosse ieri, il suo smarrimento a Sanremo quando non sentì più la musica. In prova era andata bene, ma quel problema era pure legato alla sua insicurezza: anche alle serate sentiva fischi, fruscii, o come se avesse acqua nell’orecchio».

Quanto influì sul silenzio degli ultimi anni la vedovanza, per la morte della moglie avvenuta nel 1994?

«Tanto, fu un amore grandissimo anche se travagliato: da anni poi la mamma si era chiusa e quando si ammalò papà divenne rabbioso, fu incapace di reagire».

Endrigo sincero, orgoglioso, coerente: lo pagò?

«Ormai non vale la pena tornarci su, direi. Però certo in ambienti come la tv era a disagio, non si trovava: era coerente e orgoglioso sui principi».

Aveva ragione Bardotti a dire che non credeva in sé?

«Assolutamente sì. Sa, viveva male il fatto di non aver studiato, non si sentiva all’altezza perché gli era stato impossibile studiare musica… E non pensava mai a quanto aveva saputo scrivere da autodidatta!».

Si era isolato anche dai colleghi?

«Tendeva a isolarsi: viveva lontano dal mondo della canzone, a parte le telefonate frequenti con Lauzi».

Ma alla fine cosa ferì di più suo padre, per lei?

«In realtà diceva di essere grato per quanto avuto, si stupiva che la sua carriera fosse durata decenni e in effetti il successo gli aveva dato tranquillità economica. Negli ultimi anni però trovava riduttivo l’essere ricordato solo per Ci vuole un fiore».

Lei ci cantò in quell’lp, come in Altre emozioni del 2003, l’ultimo disco due anni prima che morisse. Che effetto le fece cantare con suo padre?

«Nel ’74 fu un gioco, nel 2003 lavorammo nei ritagli di tempo e si sente, io non sono una professionista. Ma ricordo l’emozione, direi quasi la soggezione… Poi papà era contentissimo che cantassi con lui».

Quali canzoni meno note rappresentano Sergio Endrigo?

«Penso che tutto quanto ha scritto lo rispecchi ma le cito Le parole dell’addio, che sosteneva gli avessi fatto riscoprire io, Rosamarea, Madame guitar, La voce dell’uomo, Gli uomini soli, Trieste... ».

Adesso che ha “cantato” suo padre anche in un libro, pensa di aver finalmente elaborato la sua assenza?

«Purtroppo no. È stato meraviglioso scrivere di lui, incontrare persone che mi hanno fatto conoscere parti della sua vita, avere conferma del suo essere stato perbene, generoso, altruista… Ma tutto ciò non fa che farmelo mancare di più. Non sarò mai più quella che ero prima della sua morte, e ci devo convivere».