Agorà

INTERVISTA. L'Egitto oggi conta su donne e web

Laura Silvia Battaglia venerdì 15 luglio 2011
Una settimana fa in centinaia hanno manifestato per le strade del Cairo: piazza Tahrir si è infiammata di nuovo. La popolazione non accetta decisioni giudiziarie: davanti alla sede della Corte di Suez, che non ha condannato la polizia per la morte dei manifestanti, tira le pietre e fa la voce grossa. Ghada Abdel Aal, trent’anni, farmacista egiziana, la blogger più famosa d’Egitto, ha deciso di uscire allo scoperto. «Non mi occupo di politica e non entro in politica. Ma come non respirare questa primavera anche al Cairo o ad Alessandria? Come potrei non desiderare leggi che proteggano i giovani, le donne, i deboli, alla luce di quello che è accaduto in piazza Tahrir e ancora prima, a dicembre, che garantiscano i cristiani?». Al Cairo si protesta sempre più spesso in favore dei diritti delle donne. Durante la rivoluzione in piazza Tahrir, diciassette ragazze erano state arrestate e sottoposte dall’esercito al cosiddetto "test della verginità". La denuncia arriva da Amnesty International. I funzionari militari hanno negato le accuse ma una delle ragazze ha raccontato tutto alla televisione qatariota al-Jazeera: la conferma è che si sia trattato di vere e proprie violenze sessuali. «Qualsiasi forma di costrizione sulla volontà delle donne andrebbe abolita in questo Paese». Per esempio, alcune pratiche che favoriscono l’infibulazione o il rapimento di ragazze copte da parte dei mariti musulmani, come denunciato dal settimanale egiziano "al-Ahram". Ghada Abdel Aal è considerata una delle voci più fresche e sensibili della sua generazione. Il suo blog>, "wanna-b-a-bride.blogspot.com", che raccoglie tutte le perplessità di una ragazza (colta) in età da marito in Egitto, ha avuto un successo tale da diventare prima un libro pubblicato anche in Italia (Che il velo sia da sposa, Epoché), poi una sit-com televisiva per l’emittente più seguita sul Nilo. Ghada, da Tahir in poi, rimarca la forza delle nuove generazioni «che sono riuscite a creare, attraverso il social network, un movimento politico, la solidarietà, reazioni di massa, nuove sensibilità sociali». Perché i giovani sono migliori dei vecchi. Lo dimostra sia il coraggio con cui queste ragazze hanno denunciato la violenza, sia il sostegno dei più giovani ai cristiani perseguitati. «Dopo le bombe ad Alessandria è nato un movimento che ha chiesto la fine di queste follie, che ha schierato centinaia di giovani musulmani, indignati e sofferenti, come scudi umani intorno alle chiese il 7 gennaio del 2011. Le giovani generazioni coltivano una speranza: che tutto questo finisca». La Abdel-Aal non è una modernista a tutti i costi. Il segreto del suo successo sta nell’unire la fedeltà alla tradizione culturale e religiosa del suo Paese con l’apertura a Occidente, a partire da un tema vecchio quanto il mondo: l’amore e il matrimonio. Perché, secondo Ghada, «tutte le differenze culturali si appianano di fronte a ciò che una donna di qualsiasi latitudine desidera dal matrimonio: un buon marito». Anche oggi e per tutte le giovani: cristiane e musulmane. L’unica trasgressione che la giovane blogger si concede è questa: affrontare con humor una questione spinosa in Egitto, la rivoluzione del matrimonio tradizionale. «L’Egitto è un Paese in cui si rispettano le tradizioni ma non si è prevenuti rispetto agli usi più moderni. Certamente ci sono dei limiti, ma non c’è un grande scollamento tra tradizione e modernità. Io, da donna, vivo la contemporaneità ma credo ancora nei valori della tradizione: per questo non mi dispiace tenere distinti i ruoli nel matrimonio e per questo cerco un matrimonio con queste caratteristiche».Ma non è difficile pretendere di conciliare questi due aspetti – l’emancipazione e il rispetto dei ruoli – nella società in cui vive?«Diciamo che sì, forse siamo all’inizio di questo percorso di emancipazione. Ma non mi sentirei di parlare di emancipazione in senso stretto. Nel mio Paese le donne sono vittime di un errore madornale: la persistenza del matrimonio tradizionale per avere una casa fissa, dei bambini e la convenzione che obbliga a contrarlo da giovanissime».Dunque non ha mai desiderato vivere come molte ragazze occidentali, troppo sole e troppo libere?«Se devo essere sincera, no. Continuo a vivere in casa con la mia famiglia e sogno e desidero il matrimonio. Ci sono in Egitto molte ragazze che vivono sole per motivi di studio o di lavoro, in altre città, rispetto ai genitori. Credo comunque che molte musulmane come me vorrebbero impegnarsi a costruire un modello culturale diverso da quello occidentale che riesca a conciliare la nostra tradizione e il giusto peso che una donna ha nella nostra società, nel lavoro e nel pubblico, con la realizzazione familiare. Non è facile ma credo sia possibile».Lei insiste sul falso moralismo di chi contrae matrimonio solo in previsione di vantaggi finanziari. È per contrastare questa immissione del materialismo nella società che si fanno strada forme più alte di controllo sociale sulla purezza delle ragazze e aumentano i contrasti con le comunità cristiane?«Per certi versi, l’opera moralizzatrice dei Fratelli Musulmani ha fatto sentire molte donne più protette. Ma, nello stesso tempo, c’è molta ipocrisia. Se a volte si chiude un occhio sulle relazioni illecite, non è possibile avere figli fuori dal matrimonio. Ecco perché ci si sposa molto, ancora, per convenzione sociale. Per il resto, l’Egitto non è un Paese dove tutti i comportamenti sono consentiti. Le ultime scoperte sulle violenze in piazza Tahrir contro le donne non sono un buon segno».