Agorà

Il mercato . A Torino editori in festa. Per un +0,1%

Alessandro Zaccuri, inviato a Torino sabato 14 maggio 2016
All’espressione «lancio frontale globale» qualcuno tra il pubblico sobbalza, in un clima da Jeeg Robot. L’originale, si capisce, quello del cartone animato giapponese. Maglio, doppio maglio e raggio protonico. Si parla di futuro, d’accordo, ma forse è meglio andarci cauti. Anche perché il dato attorno al quale ruota la discussione promossa dall’Aie (Associazione italiana editori) al Salone internazionale del Libro potrà anche essere incoraggiante, ma sempre modesto rimane. Il mercato è in ripresa, almeno per quanto riguarda le vendite in libreria e in quel che rimane della cosiddetta “grande distribuzione organizzata”, ipermercati e affini che tra anni Novanta e Duemila sono stati alla base di tanti successi e oggi sembrano sempre meno rilevanti. Quando si incrociano le cifre, però, la percentuale dell’incremento supera di poco le dimensioni del bosone di Higgs: 0,1%. Dopo di che, parliamone, come si dice in questi casi.  L’incontro è moderato da Giovanni Peresson dell’Ufficio studi Aie, autorità riconosciuta nell’interpretazione di dati che altrimenti – come ricorda il presidente dell’Associazione, Federico Motta – possono anche apparire fuorvianti. La ricerca Nielsen, presentata a Torino da Monica Manzotti, non può che prendere le mosse dalla crisi nostra contemporanea, della quale l’editoria italiana ha iniziato a pagare le conseguenze dal 2010 in avanti. Ancora nel 2015 la rilevazione relativa ai primi mesi dell’anno registrava una perdita del 2,6%. Adesso che il fatidico “segno più” torna timidamente a spuntare ci si interroga sulle cause. Un contributo non disprezzabile, a quanto pare, viene dalla manualistica professionale, tornata in auge grazie alla ripresa dei concorsi pubblici. E poi ci sono bambini e ragazzi, lettori tenaci, ai quali va comunque ricondotto il più riconoscibile tra i fenomeni di marketing editoriale, quello dello dei cosiddetti “Young Adults” o “giovani adulti”: epopee iniziatiche, love story 2.0, celebrità del web che impazzano in libreria. Il lancio frontale globale non viene dall’armamentario dellìHunger Games di turno. Secondo Paola Ronchi, direttore generale della divisione italiana della multinazionale Harper Collins, è la strategia che le grandi imprese internazionali adotteranno sempre più spesso per imporre i loro titoli di punta, elaborando prodotti molto smaliziati dal punto di vista tecnologico. Non soltanto e-book (la cui quota sul mercato italiano si attesta ora al 4,2%), ma anche audiolibri e nuovi formati, specie per smartphone, arricchiti di contenuti multimediali. «Ci muoviamo in un panorama molto vivace – conclude Paola Ronchi -, le prospettive sono decisamente positive». Un altro degli interlocutori convocati dall’Aie non è dello stesso parere. E sì che Sandro Ferri qualche motivo di ottimismo potrebbe vantarlo. La sua e/o è riuscita nell’impresa di avviare una succursale statunitense, Europa Editions, esportando oltreoceano i romanzi di Elena Ferrante, che per gli americani è l’autrice italiana da leggere. Su questo Ferri sorvola, per soffermarsi sui punti critici. La crescente disparità tra i pochissimi best seller e la gran massa della produzione (per l’80% dei titoli le vendite non vanno oltre le 1.500 copie), le concentrazioni a livello editoriale e distributivo, il rischio di un panorama internazionale dominato da pochissimi soggetti, in testa a tutti Amazon, più volte citata nel corso della discussione. Amazon che domina il mercato e non diffonde le cifre del venduto. Amazon si trasforma in casa editrice e che qui al Salone espone le prime uscite del catalogo, compreso La notte delle falene di Riccardo Bruni, un romanzo che a un certo punto si è affacciato alla selezione per il premio Strega. Nonostante tutto, neppure Ferri si rassegna al pessimismo: «Molti editori indipendenti sono all’avanguardia nella sperimentazione di generi e linguaggi, non necessariamente sostenuti da innovazioni tecnologiche – sottolinea –. I gialli di qualità targati Sellerio, le graphic novel di Bao Publishing, i festival e i corsi di lingue nordiche organizzati da Iperborea sono alcuni degli episodi più interessanti».  Questo elogio dell’artigianato non lascia indifferente Enrico Selva Coddè, che al dibattito Aie siede sulla poltrona più scomoda, quella di amministratore delegato di Mondadori Libri. Non appena il discorso cade sulle concentrazioni editoriali, è su di lui che si dirigono gli sguardi. L’acquisizione di Rizzoli Libri, la nascita di un colosso che (sia pure alleggerito di Bompiani, Marsilio e Sonzogno) è destinato a coprire il 30% del mercato. «Più che di acquisizione o concentrazione – sostiene Selva Coddè – sarebbe più corretto parlare di aggregazione. È una realtà diffusa in tutto il mondo e che nel nostro Paese è giustificata, nello specifico, dalle perdite degli ultimi cinque anni, che sono costate al settore non meno di 200 milioni di euro. Un grande editore, oggi, non ha altro modo per conservare la sua posizione. E per continuare a fare il suo lavoro, che in Mondadori significa portare a termine la traduzione italiana della Finnegans Wake e intanto gestire il ciclone After». Tutto sta a capire se esista davvero un lettore capace di passare con disinvoltura dal Joyce più impervio alla saga adolescenziale di Anna Todd. La scommessa del futuro, forse, si gioca proprio a questo bivio.