Agorà

INTERVISTA. Eccidio di Porzûs, le colpe di Togliatti

Francesco Dal Mas giovedì 4 febbraio 2010
Non ha nessun dubbio Elena Aga Rossi: la strage di Porzûs non fu un «incidente di percorso» della Resistenza rossa, ma un passaggio decisivo della strategia perseguita dai comunisti per annettere all’ex Jugoslavia la Venezia Giulia e una parte del Friuli. Aga Rossi, docente all’Università dell’Aquila, è una delle più accreditate studiose di quel drammatico periodo storico e dopodomani sarà a Udine per un convegno su «Violenza e conflitti all’interno della Resistenza italiana. Il caso del confine orientale», organizzato dall’associazione Partigiani Osoppo-Friuli. È il 7 febbraio 1945 quando a Porzûs, sulle prime colline del Friuli, un centinaio di "gappisti" comunisti passa alle armi 22 partigiani della brigata Osoppo. A guidarli è Mario Toffanin, il Comandante Giacca, condannato nel 1952 per la strage. Tra i caduti ci sono il comandante della Osoppo Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti, Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo. E alle spalle dei gappisti c’erano i comunisti sloveni.Eppure c’è chi sostiene che Giacca uccise Bolla in un momento d’ira, a causa della presenza di quella spia, Elda Turchetti.«È una bugia. Elda era stata accusata di essere una spia da Radio Londra, ma lei stessa si era consegnata al comando garibaldino, quindi i garibaldini sapevano qual era la situazione. La documentazione, anche recente, ci testimonia che l’eccidio fu l’epilogo di una lunga campagna anti-italiana orchestrata dagli sloveni con la connivenza dei comunisti italiani, che aveva lo scopo di spingere l’Osoppo a sgomberare la zona rendendo possibile una sua eventuale annessione alla Jugoslavia».Il maresciallo Tito fin dove voleva spingersi?«Fino al Tagliamento. Sembra che fosse questo il suo obiettivo. All’inizio era totalmente appoggiato da Stalin, ma poi quest’ultimo si rese conto che l’opposizione degli occidentali a una tale decurtazione del territorio italiano era troppo forte».I comunisti italiani, e in particolare quelli friulani, ne erano pienamente consapevoli?«Certamente. Nell’ottobre 1944, nell’illusione di un imminente ritiro dei tedeschi dalla zona, Togliatti aveva diramato un appello con cui invitava gli italiani ad accogliere come fratelli i partigiani di Tito. Partigiani che volevano prendere Trieste ed eliminare tutti i potenziali oppositori a un’estensione territoriale della Jugoslavia. A novembre la Garibaldi passò alle dipendenze del IX Corpo sloveno, e tra dicembre e gennaio si assistette a un crescendo di atti di ostilità contro gli italiani, che si possono considerare prodromi all’eccidio di Porzûs».Agli occhi dei garibaldini di che cosa erano colpevoli gli osovani?«Evidentemente di voler mantenere l’italianità del loro territorio e di non accettare la supremazia jugoslava. Bocca è arrivato ad accusare il comandante Bolla di essere stato troppo anticomunista, ma cosa c’era di male nell’essere anticomunista in quel momento? Era un orientamento naturale per chi voleva restare italiano. E, si badi, non tutti i comunisti erano d’accordo. Ma molti di quelli contrari sono stati denunciati ed eliminati».Togliatti sapeva che a Porzûs sarebbe successo quello che è accaduto?«Non sappiamo se ne fosse stato informato, ma indubbiamente – accettando la cessione di una parte del territorio italiano a Tito – Togliatti porta su di sé una grande responsabilità per quanto è accaduto. La documentazione che abbiamo pubblicato nel libro Togliatti e Stalin mostra in modo molto evidente quanto il leader del Pci fosse consapevole della situazione. D’altra parte era proprio lui a sostenere che Trieste tenuta dall’Italia sarebbe stata una "città morta", e che quindi era meglio che venisse annessa alla Jugoslavia».Il tema delle violenze fratricide compiute da antifascisti contro altri antifascisti, di cui il caso di Porzûs rappresenta il momento forse più significativo ma non certo l’unico, come è stato trattato nella storiografia nel dopoguerra?«Per molto tempo la storiografia ha negato questa violenza e ha coltivato il mito dell’unità del movimento partigiano. Ma questo non è stato unito in nessuno dei Paesi in cui si sviluppò la Resistenza, anche perché gli obiettivi delle varie componenti erano molto diversi».