Agorà

Idee. Ebraismo, sale dell’umanesimo

Massimo Giuliani domenica 8 luglio 2018

Hermann Cohen (1842-1918)

Non è un caso che l’ormai ottuagenario filosofo e rabbino Emil Fackenehim avesse suggerito, per le sue memorie autobiografiche (pubblicate dopo la sua morte una decina di anni fa), il titolo secco di Epitaffio. Un epitaffio per il giudaismo tedesco, anzi una pietra tombale sull’ultimo e forse il più grandioso esperimento di simbiosi tra i valori della tradizione ebraica e una cultura moderna, un tempo chiamata “germanesimo”, che per rigore scientifico e creatività artistica era divenuta un faro della coscienza europea. Oggi, in mezzo a una profonda crisi di identità europea, nella quale la Germania svolge ancora un ruolo centrale sull’onda di quell’emergenza epocale che chiamiamo “flussi migratori” dal Sud verso il Nord del mondo, cosa possiamo imparare dalla parabola degli ebrei tedeschi e dal loro sforzo di “integrarsi” e di “contribuire” all’umanesimo europeo? Due volumi, editi da Morcelliana nella collana voluta da Paolo De Benedetti, stimolano la nostra rivisitazione di quel “dialogo interculturale”. Il primo, curato da Irene Kajon, raccoglie i Dialoghi filosofici di Moses Mendelssohn (pagine 86, euro 10,00), il padre dell’haskalà o illuminismo ebraico, amico di Kant, Lessing e Jacobi, come a dire il meglio della cultura europea di fine XVIII secolo. Mendelssohn può essere considerato l’apripista, l’inizio della simbiosi ebraico-tedesca in un duplice senso: aprì gli ebrei alla lingua e alla cultura di Lutero e soprattutto all’amore per la filosofia, per la matematica e per l’estetica; ma insieme aprì le élite culturali di lingua tedesca all’apprezzamento dell’umanesimo ebraico della Torà, contribuendo ad abbattere pregiudizi inveterati e mostrando che gli ideali di integrazione sociale e di tolleranza politica verso le “minoranze” avrebbero ben servito la causa che Kant chiamava della “pace perpetua”.

Il secondo volume, curato da Roberto Bertoldi, si intitola Kant e l’ebraismo (pagine 116, euro 12,00), ed è proprio del maggior cultore della filosofia kantiana della seconda metà del XIX secolo, Hermann Cohen, il primo ebreo ad avere una cattedra nell’accademia tedesca senza doversi convertire al protestantesimo (cosa che persino i figli di Mendelssohn si sentirono di dover fare, per non deludere quell’élite berlinese di cui volevano far parte). Cohen, che muore emblematicamente nel 1918, cent’anni fa, è il canto del cigno dell’ebraismo tedesco: crede con tutto se stesso che i valori insegnati da Mosè e dai profeti di Israele non siano sostanzialmente diversi o altri rispetto ai valori dell’umanesimo filosofico europeo. Anzi, vede molti fili di continuità tra il razionalismo ebraico di Maimonide e gli ideali di Kant e di Goethe. Emblema di questa sintesi sarà il suo testo La religione della ragione dalle fonti del giudaismo, dove cercherà di mostrare l’intrinseca convergenza tra questi due mondi. Ma tale convergenza ideale, se mai è davvero esistita, sarebbe implosa di lì a poco, sarebbe stata spazzata via da un’ondata di irrazionalismo filosofico e di idolatria razziale e nazionalistica, che nel giro di un quarto di secolo avrebbe dissolto non solo quello sforzo simbiotico ma anche gli individui che avrebbero dovuto incarnarlo. Mendelssohn e Cohen sono dunque i due poli, l’incipit e lo zenit, nonché l’inizio della fine di una parabola di feconda integrazione, non senza rischi di assimilazione e a volte perdita di identità, tra mondo ebraico e cultura cristiana europea, tra etica biblico-rabbinica e filosofia occidentale. E tutto ciò non in astratto, sui libri e in austere aule universitarie, ma nella vita quotidiana. Come mostra il primo dei due saggi di Cohen qui tradotti, che è la commemorazione di un tipico ebreo berlinese, Salomon Neumann. Chi era costui? Un medico ma anche uno studioso di fonti ebraiche, che rivestì il ruolo di assessore nella giunta comunale di Berlino per circa cinquant’anni, dunque un amministratore pubblico che però si dava da fare affinché gli ebrei potessero avere le loro istituzioni di studio, dove coltivare la propria identità “illuminata” dal metodo storico-critico delle scienze umanistiche del suo secolo. Agli occhi di Hermann Cohen, Neumann incarna il meglio del germanesimo e il meglio dell’ebraismo, e costituisce l’evidenza che non vi è contraddizione di valori tra le due civiltà; di più, decidendo di curare gratuitamente i poveri di Berlino, il medico Neumann – che sembra uno dei personaggi del romanzo La famiglia Karnowsky di Israel Joshua Singer – addita nella generosità filantropica e nel cosmopolitismo religioso- culturale gli orizzonti più alti della stessa cultura europea, l’esatto contrario di quell’egoismo etnico- nazionalista che sarebbe diventato l’inconfessato idolo della propaganda nazista. E il pionere della medicina sociale Neumann non era solo, se si pensa al medico e pedagogista polacco Janusz Korczak, che sacrificò la sua vita per difendere gli orfani del ghetto di Varsavia. Scrive esplicitamente Hermann Cohen: «È l’opposizione all’egoismo, all’amor proprio e in generale all’orizzonte dell’individuo, ad essere caratterizzata e fondata da Dio e dalla sua legge. E questa opposizione, nel significato della legge, accomuna Kant all’ebraismo. È, in ultima analisi, l’antichissimo pensiero dell’uguaglianza degli uomini davanti a Dio, che trova espressione metodica nel concetto della legge universale». La crisi dell’identità europea, alla luce di questa parabola, è una crisi di fede nelle sue radici religioso-umanistiche; è sfiducia nel valore della legge; è l’oblio della lezione etica che sempre bilancia o si sforza di compendiare i diritti dell’io con i diritti del tu, le istanze dell’individuo con il bene comune, in un’ottica di pietas universale che per la filosofia ebraica è l’essenza della Torà e di ogni etica umana: ama il tuo prossimo. Il testo biblico in ebraico aggiunge kamoka, ossia “come te stesso”. Cohen suggerisce di tradurre, altrettanto bene e forse meglio così: “perché è come te”, è uguale a te. Se poi la lezione non fosse chiara e qualcuno interpretasse che, in fondo, si tratta pur sempre di un altro ebreo, di un correligionario, di uno della tua tribù, ecco l’intervento del Talmud e dei maestri di Israele, che correggono quest’interpretazione (pur legittima) sostenendo che nella Torà c’è un versetto ancor più importante: «Questo è il libro della storia dell’uomo ». Lo spiega ancora Hermann Cohen, in queste pagine: «La Torà, la Bibbia, la rivelazione sono la storia dell’uomo, scritta dalla legge dell’uguaglianza degli uomini e dell’amore per il prossimo. È il preambolo di ogni storia, o costituisce il suo poscritto». I trattati europei possono essere rivisti e riscritti, ma se si nega l’ethos comune, il preambolo etico che li ispira e la pietas che li illumina, non resta che preparare un epitaffio.