Agorà

ANTICIPAZIONE. E Scoppola criticò i rivoluzionari

Agostino Giovagnoli mercoledì 16 febbraio 2011
«C'è una questione di fondo che ha accom­pagnato tutta la ricer­ca di Scoppola, quella del rapporto tra coscienza religiosa e valori della libertà e della democrazia» (Andrea Riccardi). Nella vita di ogni studioso, egli diceva, c’è sempre un argomen­to che, più di altri, ne esprime inte­ressi, orientamenti, idee. Pochi – ag­giungeva – scrivono più di un libro nel corso della loro vita e molti altri riscrivono più volte lo stesso libro, seppure in modi diversi. Nel suo ca­so, il libro che egli non ha mai smes­so di scrivere riguarda la storia – non solo politica e istituzionale, ma an­che culturale e, soprattutto, 'religio­sa' – del rapporto tra Chiesa e de­mocrazia. Nella sua lunga lezione, e­merge chiaramente il legame perso­nale con la Chiesa cattolica che ha segnato tutta la sua esistenza e che si è espresso attraverso dubbi, do­mande e, soprattutto, una passione profonda. Nell’insieme, si può dire che gran parte della sua produzione esprima uno sforzo di pensare stori­camente la Chiesa, piuttosto raro nel panorama culturale italiano, sia ec­clesiastico sia laico.Fin da giovane, si è ritrovato in un’esigenza diffusa nel cattolicesimo europeo, soprat­tutto francese, degli anni Trenta e Quaranta, da Henri De Lubac a Em­manuel Mounier: interrogarsi sulle responsabilità dei cristiani nei con­fronti del mondo moderno. Tale esi­genza non lo ha spinto a fissare in modo rigido una tesi storiografica sul rapporto tra Chiesa e democra­zia, ma piuttosto a sviluppare una profonda convinzione: l’incontro tra la Chiesa cattolica e i valori della de­mocrazia è stato storicamente im­portante per entrambe, anzi fonda­mentale, in particolare nel caso ita­liano. La sua riflessione ha privile­giato un nucleo storico cruciale per quanto riguarda l’età contempora­nea: il ruolo della Rivoluzione Fran­cese e, più in generale, della rivolu­zione quale cardine di molteplici vi­cende storiche e quale chiave inter­pretativa complessiva dell’ epoca in cui viviamo. È stata sua convinzione profonda che con la Rivoluzione Francese si sia verificata una profon­da «frattura tra società civile e so­cietà religiosa», dopo la quale nulla è stato più come prima: tutta la storia del cattolicesimo contemporaneo, nelle sue diverse e talvolta persino opposte componenti, dipende da ta­le frattura. Egli era anche convinto che molti problemi, all’interno del cattolicesimo, dipendessero dal ten­tativo di ignorare o di rimuovere tale frattura: riteneva, in particolare, im­portante che la Chiesa abbandonas­se un ruolo di 'parte' contrapposta allo Stato e alla società, scaturito proprio da questo atteggiamento. Ciò, però, non significava affatto per lui dimettere l’irriducibile e fonda­mentale tensione che contrappone sempre la Chiesa al 'mondo': in Scoppola, lo storico non ha mai an­nullato il credente, come egli ha cer­cato di far capire dedicando molte e­nergie proprio al tentativo di chiari­re la differenza radicale fra il rifiuto, inevitabilmente ideologico, della ri­voluzione e la distanza, autentica­mente religiosa, dal mondo. Scoppola non è assimilabile tout court alla categoria, peraltro un po’ generica, dei «cattolici pro­gressisti ». Critico del giacobinismo autoritario, presente non solo nella Rivoluzione Francese ma anche in altre esperienze rivoluzionarie, non a caso egli era persuaso della funzio­ne decisiva dello «spirito religioso» per depurare il fenomeno rivoluzio­nario – liberale o comunista, di de­stra o di sinistra – dalla carica di vio­lenza e di illibertà che lo accompa- gna. Su tale fondamento, ha svilup­pato nel tempo una critica sempre più profonda alla rivoluzione, che si è estesa anche, negli anni Settanta, all’uso «da sinistra» della categoria storiografica della continuità e, negli anni Novanta, all’utilizzo della me­desima categoria, ma stavolta «da destra», a proposito del passaggio dal fascismo al post-fascismo. L’insi­stenza sulla continuità che ci sareb­be stata in questo e in altri momenti storici, in contrapposizione ad una discontinuità che invece sarebbe mancata, nasconde infatti – non so­lo a sinistra ma anche a destra – una sotterranea nostalgia della rivoluzio­ne, che egli non ha mai condiviso e contro cui ha messo spesso in guar­dia. La critica della rivoluzione ha costituito e costituisce ancora una degli aspetti più convincenti di una lezione storica che non interessa so­lo i credenti. Non è un caso che, pri­ma di altri, egli abbia rapidamente percepito le molte e inattese conse­guenze del tramonto di una cultura politica costruita in gran parte, per esaltarlo o per rifiutarla, proprio in­torno al tema della rivoluzione. Già negli anni Ottanta si accorse del «vuoto etico» che si stava diffonden­do in una società italiana sempre più segnata da una rivoluzione di ti­po molto diverso, quella consumista. Ed ha poi dedicato i due decenni successivi a cercare di contrastare gli effetti negativi di tale vuoto etico sulla vita pubblica italiana, richia­mandosi, ancora una volta, alla forza profonda sebbene disarmata di un autentico «spirito religioso».