Agorà

Il caso. E Majorana ricompare, stavolta in convento...

Paolo Simoncelli mercoledì 15 aprile 2015
Si moltiplicano le apparizioni di Ettore Majorana in dimensioni spazio-temporali sempre più ampie. Dopo la vita in Venezuela, l’ultima è stata annunciata ieri dal Giornale: Majorana vissuto da laico in qualche convento italiano almeno fino al 2001, dopo aver abbandonato il mondo per la solita angoscia degli strumenti di morte previsti (ed ora inventati) grazie alle sue straordinarie conoscenze scientifiche. Gli elementi del romanzo ci sono sempre, ma desolatamente appaiono sempre gli stessi. La testimonianza personale e diretta è ora di Rolando Pelizza, che avrebbe seguito corsi di matematica e fisica di Majorana tra il 1° maggio 1958 e il 26 febbraio 1964; corsi evidentemente privati, propriamente segreti, nell’imprecisato convento dove lo scomparso si sarebbe rifugiato. La testimonianza, corredata da lettere di Majorana con certificazione grafologica, compatibilità fotografiche, eccetera, lo fa riapparire dunque vivo e vegeto in un periodo in cui, almeno parzialmente, la procura della Repubblica di Roma lo ha appena certificato in Venezuela (tra 1955 e ’59). Perché poi il grande fisico avesse deciso di scomparire nel 1938 ancora non si sa. Per giunta, almeno fino al 2001 cioè all’età di circa 95 anni, Majorana in convento non avrebbe trascorso affatto una vita claustrale: avrebbe avuto anzi contatti epistolari con diversi fisici, compreso Erasmo Recami che fu tra i primi a dedicare attenzione seria a Majorana. Argomento dei segreti contatti, sempre il solito: armi misteriose, «il raggio della morte» (già attribuito a Marconi). Che dire? Basta un lancio d’agenzia a determinare un rilancio?  Ricominciamo daccapo: Majorana è scomparso il 27 marzo 1938 mentre rientrava in nave da Palermo a Napoli, dove insegnava Fisica teorica. Fosse stato un latinista, un botanico, dubito che la sua scomparsa avrebbe determinato lo stesso fascinoso seguito. Ma un fisico, per giunta di quel calibro, e Fermi e la Scuola di Via Panisperna!... Ecco il sopraggiungere del romanzesco che,  comprensibilmente, ha danneggiato la serietà della ricerca. Responsabile maggiore Sciascia: con La scomparsa di Majorana (1975) ha trasformato Fermi in un complice della mafia accademica al servizio di un Gentile in veste di padrino, ma falsando clamorosamente elementari dati procedurali, senza cogliere le divergenze teoriche e politiche interne al gruppo di Via Panisperna, e senza considerare l’incompatibilità del livello raggiunto allora dalle ricerche sull’atomo con la prospettiva di bombe atomiche o affini e così via. Dando in compenso la stura letteraria a una tradizione che è andata autosustanziandosi senza contraddittorio. Da allora (40 anni oggi) non si sono contate le riapparizioni di Majorana. Ma questi (politicamente non proprio raccomandabile) aveva un amico fraterno: Giovannino Gentile, altro fisico teorico, formatosi alla Normale nel 1923-27 e poi entrato alla scuola di Via Panisperna diretta – prima di Fermi – da Orso Mario Corbino. Tra Gentile jr e Majorana nacque un’amicizia confidente, profonda. Un anno dopo la scomparsa di Majorana, si suicidò a Milano il giovane e grande matematico Basilio Manià, collega di Gentile jr in Normale. Costui, dopo aver partecipato ai funerali, scrisse all’altro amico confidente, Delio Cantimori: «Pare un destino che costringe giovani come Majorana e Manià a queste supreme risoluzioni». Ma vuoi mettere la letteratura, la fantasia!