Agorà

Verona. E l'eccentrico Caroto ispirò anche Veronese

Giancarlo Papi venerdì 27 maggio 2022

Giovan Francesco Caroto, “Compianto sul Cristo morto”, 1515

Non si sa mai, deve aver pensato, con i tempi che corrono e a scanso di imprevedibili sorprese, sarà il caso di assicurarci la vecchiaia. E così, nonostante fosse ormai famoso e conteso da prestigiose committenze religiose, pubbliche e private, decise di aprire e gestire con il figlio una spezieria, cioè una sorta di bottega-laboratorio paragonabile a una farmacia di oggi. Lui, Giovan Francesco Caroto (1480 circa-1555), colto, amante della letteratura e delle scienze, descritto come eccentrico e dotato di un buon senso dell’umorismo, non cessò tuttavia di dipingere e le sue opere sono oggi distribuite in musei e collezioni private di tutto il mondo. Ora buona parte di queste assieme ad altre di artisti del suo tempo, complessivamente oltre centoventi, vanno a confezionare la sua prima antologica (catalogo Silvana), ospitata a Verona, sua città natale, al Palazzo della Gran Guardia. È a cura di Francesca Rossi, Gianni Peretti e Edoardo Rossetti, il cui intento è quello di documentare come Caroto, conosciutissimo fondamentalmente per una singola opera pubblicata in ogni libro di storia dell’arte e immagine guida della mostra, una tavola che descrive un Ritratto di fanciullo ridente con disegno, abbia in realtà rappresentato una «figura cardine tra Mantegna e Veronese» (ai quali la città ha dedicato mostre monografiche nel 2006 e nel 2014).

All’inizio del XVI secolo Verona, che era governata dalla Repubblica di Venezia, trascorse un periodo piuttosto tumultuoso sotto l’aspetto politico e sociale. A ciò si aggiunsero le conseguenze di una devastante epidemia di peste, di un terremoto e di una grave carestia. Eppure, nonostante tutto questo, la città visse una stagione di grande creatività nelle arti, nella musica, ma anche negli studi archeologici, nelle scienze naturali e nell’architettura. Nel campo della pittura operavano personaggi di un certo rilievo quali Francesco Morone, Paolo Morando detto il Cavazzola, Francesco Torbido detto il Moro, Domenico Brusasorzi e soprattutto Liberale da Verona, di cui Caroto fu allievo e che tra queste figure appariva agli occhi del Vasari – lo sottolinea Rossi in catalogo – «come la più eclettica e affascinante, la più capace di farsi carico di un confronto costante, spesso faticoso, tra conservazione della tradizione e tensione verso la modernità e l’innovazione».

Giovan Francesco Caroto, “Ritratto di fanciullo ridente con disegno”, 1515-1520 - .

Il percorso espositivo, che si sviluppa attraverso sezioni tematiche che si soffermano sui momenti più significativi della carriera dell’artista dal punto di vita stilistico e dei suoi rapporti con la committenza, prende avvio dal contesto in cui si forma la sua personalità presentando opere di Liberale da Verona e di Mantegna (che pare abbia anch’egli frequentato la bottega di Liberale) la cui influenza sarà determinante per almeno un ventennio. A partire dalla Madonna cucitrice del 1501, la prima opera che si vuole attribuire con certezza a Caroto – la quale rimanda a Mantegna per l’impaginazione e la postura dei personaggi –, ma anche dalla più nota Madonna della farfalla (1510-1515) di cui si erano perse le tracce e che è stata ritrovata nel corso delle ricerche per l’allestimento della mostra in una collezione privata americana che l’ha prestata per l’occasione. Così come di provenienza privata è la grande tela ottagonale Veritas filia Temporis, donata dai proprietari al Museo di Castelvecchio, opera della maturità dell’artista databile all’inizio degli anni Trenta del Cinquecento, incentrata sul tema della lotta tra il bene e il male, tra la verità e la menzogna, che in origine decorava la volta dello studiolo dell’intellettuale veronese Giulio Della Torre.

Caroto ebbe una carriera itinerante che, avendo tuttavia Verona come punto di riferimento, lo portò a Mantova alla corte dei Gonzaga sotto l’egida di Mantegna, a Milano al servizio di Antonio Maria Visconti e a Casale Monferrato alla corte del marchese Guglielmo IX Paleologo. Di questo percorso la mostra ripercorre le suggestioni che l’artista seppe cogliere (e che manifestò, per esempio, nel Compianto sul Cristo morto del 1515) dal confronto con i pittori che operavano in queste realtà, e in particolare con leonardeschi come Bramantino e le sue sperimentazioni visionarie, e con la varietà coloristica di Bernardino Luini. I numerosi viaggi e incontri permisero altresì a Caroto di studiare la pittura a olio fiamminga e nordica e di reinterpretare con originalità e grande finezza psicologica quella riferita al ritratto, ma anche a quella di paesaggio, tanto che il Vasari nelle Vite scrisse in proposito che «fu il primo che in Verona facesse bene i paesi; per che se ne vede in quella città di sua mano che sono bellissimi». Tra questi, uno su tutti, quello del Riposo nella fuga in Egitto, un olio su tavola del 1530 circa proveniente dal Louvre, una delle opere che rappresenteranno un punto di riferimento imprescindibile nella pittura di paesaggio per un’ampia generazione di artisti veronesi a cominciare dal Veronese.