Agorà

Intervista a Rigon. E il Medioevo creò la gogna mediatica

Ernesto Vergani venerdì 4 dicembre 2009
Fama e infamia. Tutti cercano la prima e aborriscono la seconda. Nella società, nella politica, nella finanza, nella cultura. Basti guardare ai giornali, alle vicende private degli uomini politici sbattute in prima pagina. Oggi e domani si tiene ad Ascoli Piceno il convegno "Fama e publica vox nel Medioevo", organizzato dall’istituto superiore di Studi medievali "Cecco d’Ascoli". Intervistiamo Antonio Rigon dell’Università di Padova, presidente del comitato scientifico del convegno. Perché forse è guardando al passato che si capisce il presente.Professor Rigon, il tema del convegno implica evidenti analogie con i nostri giorni. La buona reputazione (fama) e la stigmatizzazione (infamia) anche oggi sono importanti. Basta guardare al dibattito politico, ai casi Berlusconi-D’Addario o Marrazzo-transessuali... «Mi pare che oggi il confine tra fama e infamia sia molto più sfumato e che, diversamente dal passato, l’opinione pubblica sia meno sensibile alle distinzioni. I potenti da sempre sono più esposti a tentazioni e ricatti. Agostino d’Ascoli, un frate agostiniano che, sul finire del Duecento, insegnava nel convento degli Eremitani di Padova, in un suo sermone sosteneva che gli uomini di governo sono sotto gli occhi dei sudditi come un bersaglio sta di fronte ad una freccia. Proprio per questo devono vivere ordinatamente, altrimenti trascinano anche i sudditi nel fosso».Fama e infamia (anche oggi) hanno a che fare con la comunicazione. Circolazione e fughe di notizie come venivano controllate? Cosa dire di alcuni dossier tirati fuori dai cassetti o di veline "passate" dai tribunali ai giornali?«È evidente che sono strumenti impropri della lotta politica, che, volando basso, tende ad infliggere colpi bassi agli avversari. Nel Medioevo non si andava comunque per il sottile: la demonizzazione dell’avversario, come nel caso di Federico II, la propaganda volta a demolire con scritti o sermoni, il nemico erano ampiamente utilizzati. Le immagini dei nemici e dei traditori, magari ritratti sulla forca, e accompagnate da frasi ingiuriose, erano spesso riprodotte per le strade, nelle taverne, nei bordelli. La gogna era uno strumento potente di distruzione morale di una persona».Voci, giudizi e opinioni sulla bocca di tutti condizionavano le scelte culturali, giuridiche politiche. Si può dire che l’opinione pubblica (in senso lato il popolo) contava più di oggi?«È vero che l’opinione pubblica aveva nel Medioevo un ruolo assai più rilevante di quanto si creda. Pensi soltanto all’università: i professori erano chiamati per chiara fama dai governi cittadini; gli studenti andavano nelle università più famose per la qualità dei maestri e degli insegnamenti (a Parigi la teologia, a Bologna il diritto), anche con molti sacrifici si mettevano in cerca dei docenti di maggior fama; il successo e… il salario dei professori erano legati alla buona reputazione».In quali altri settori era importante la fama, buona o cattiva?«Direi innanzitutto nel credito. Quando nel basso Medioevo si realizza in Europa una vera e propria rivoluzione mercantile, è l’elemento della buona fama che connota sia il mercante che il banchiere. Non si accede al prestito se non si gode di ottima reputazione; non si danno soldi senza garanzie di questo tipo. I cittadini affidano i propri denari al mercante, perché li faccia fruttare sui mercati d’Oriente e d’Occidente. Solo l’affidabilità confermata dalla publica vox convince i clienti a investire i propri risparmi e le proprie risorse economiche presso questo o quell’addetto alla mercatura. La crisi finanziaria di oggi deriva largamente dal fatto che è venuta meno la fiducia: le banche non godono di buona fama per le operazioni spericolate di cui si sono rese colpevoli; a loro volta le banche erogano credito col contagocce solo a quelle imprese che godono presso di loro di una rassicurante buona reputazione».Dunque la fama ha un grande importanza anche nella nostra epoca globalizzata?«Certamente. Non si dice di alcuni Stati che sono "Stati canaglia"? E c’è un altro aspetto che mi pare utile ricordare: nel Medioevo si acquistava la cittadinanza anche in base alla buona o cattiva fama. Erano la conoscenza, la credibilità, la famiglia di appartenenza, la residenza, i meriti politici a far conferire la qualifica di cittadino a tutti gli effetti. Oggi si tende a rendere più difficile l’acquisizione della cittadinanza ad alcune categorie di persone come gli immigrati perché, più o meno ad arte, si è creata attorno a loro una cattiva fama».In un ipotetico immaginario dibattito tv nel Medioevo, era pensabile che un interlocutore dicesse a un altro: «Attento che ti querelo!»?«Poteva appellarsi al papa, all’imperatore o magari… sfoderare la spada. Teniamo anche presente, a proposito di querele che i processi in materia civile ed ecclesiastica erano nel Medioevo lunghissimi, potevano durare anni. La procedura era complessa, allora come oggi non era mai finita. La fama nei processi era comunque fondamentale: i testimoni dovevano essere " bone fame et oppinionis"; spesso nelle loro risposte facevano appello alla notorietà di un fatto. Allora si chiedeva loro: "Quid est fama"? ("Che cos’è la fama?"). Le risposte erano le più diverse: ciò che dicono gli uomini; ciò che si dice in questa o quella città; ciò che vien detto da almeno dieci persone; quanto vien riferito a voce...».Tutti abbiamo studiato che il Medioevo era una società "organica", basata sulla fede e sulla religione. Come ciò interagiva con i concetti di fama e infamia? C’è chi dice che alcuni politici utilizzano la scelta religiosa per difendere la propria fama o per sminuire quella altrui...«Da sempre la religione può anche essere "instrumentum regni", ma in riferimento al Medioevo e all’importanza della fama, è interessante il fatto che molti religiosi, come ad esempio i monaci cistercensi, i frati minori, i terziari, per la buona fama e la grande fiducia di cui godevano erano spesso incaricati dai Comuni di svolgere ruoli delicati riguardanti l’amministrazione, le finanze, i lavori pubblici, la politica estera».