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ASSASSINIO KENNEDY. E Fidel testimoniò: «Io non c’entro nulla»

Davide Parozzi mercoledì 20 novembre 2013
Fidel Castro testimoniò alla commissione War­ren che indagava sul­l’omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy. Lo fece per discolparsi: l’ipotesi complotto vedeva in lui il principale sospetto. La rive­lazione - sorprendente - è contenuta nel libro Anato­mia di un assassinio. La sto­ria segreta dell’omicidio Ken­nedy scritto dal giornalista del New York Times Philp Shenon. Un’inchiesta che si avvale di testimonianze ine­dite e rilegge tutta l’indagine evidenziandone limiti e diffi­coltà. Castro contattò la commis­sione per chiedere di essere sentito. Il presidente Earl Warren, inviò William Thad­deus Coleman, un avvocato impegnato sul fronte dei di­ritti civili, l’unica persona di colore tra i componenti la commissione stessa. Cole­man partì da Miami su una imbarcazione dei servizi se­greti e a 20 miglia dalla “isla granda” incrociò uno yacht con a bordo Castro.
Il ditta­tore cubano venne interroga­to per quattro ore e negò o­gni coinvolgimento in un e­ventuale complotto per as­sassinare Kennedy. Coleman tornò a Washington e tenne segreta la sua missione fino ai giorni nostri. Anche per e­vitare di fornire un alibi a Fi­del che, dopo le conclusioni dell’inchiesta che aveva clas­sificato Lee Harvey Osvald come un cecchino solitario, sarebbe uscito dalla vicenda immacolato come un giglio. Castro a parte, il libro riper­corre la storia dell’indagine più complessa di tutta la sto­ria americana. Ed evidenzia un fatto sconcertante: le per­sone o le agenzie governative che vennero coinvolte aveva­no qualcosa da nascondere. A partire dalla famiglia Ken­nedy che pretese che i dati dell’autopsia restassero se­greti e non venissero resi noti al pubblico. L’immagine del presidente giovane e forte che guidana gli Stati Uniti in una nuova età dell’oro, a­vrebbe avuto gravi danni dal­le rivelazioni sulla malattia ­il morbo di Addison - che tormentava Jfk fin da picco­lo. Non solo, il ritratto di Co­mandante in capo deciso ma onesto che costringe l’Urss di Kruschev a fare un passo in­dietro sui missili a Cuba (ot­tobre 1962) sarebbe stato spazzato via dalle rivelazioni sul complotto (operazione mangusta) per uccidere Ca­stro con un killer della mafia.
Dalle pagine emergono poi i timori della Cia. Oswald, po­che settimane prima di spa­rare dal Texas Book Deposi­tory aveva passato alcuni giorni a Città del Messico. Secondo le testimonianze di una donna, Silvia Duran (che proprio il 22 novembre com­pie 77 anni), il killer aveva partecipato a una festa di so­stenitori castristi con due al­tri americani. Una circostan­za che, se confermata, avreb­be rafforzato la teoria del complotto esterno di cui la Cia non si sarebbe accorta. E l’Fbi? Oswald era conosciu­to ed era considerato un po­tenziale pericolo per la sicu­rezza nazionale. Che un uo­mo così non solo non fosse controllato dai servizi segreti interni ma avesse potuto ac­quistare un fucile e una pi­stola senza che nessuno se ne accorgesse avrebbe infan­gato i “federali” e il loro po­tentissimo capo John Edgar Hoover. Per non parlare della lotta politica di chi voleva u­sare l’indagine per guada­gnare popolarità come Ge­rald Ford che finì alla Casa Bianca dopo il Watergate. Tutto questo portò a una se­rie di veti incrociati, di sgambetti, di mancanza di lealtà. Alla fine, le 888 pagine del rapporto che indicavano in Oswald l’unico killer la sciarono insoddisfatti un po’ tutti. Anche la verità. Che 50 anni dopo è (forse) ancora celata.