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EX POOH. D'Orazio: «Io, la beneficenza e il sogno di Verdi»

Andrea Pedrinelli sabato 8 gennaio 2011
«Il tentativo di dedicarmi solo a me l’ho fatto: dopo l’addio ai Pooh sono stato un mese in Sri Lanka. Là ho visitato la scuola costruita grazie ad una delle iniziative della band, con una cifra piccola per noi occidentali. Allora mi è venuta nostalgia di un potere che la popolarità consente: dare qualcosa a chi soffre, sensibilizzare. Sa, non ho mai avuto la necessità del palco: anche cantare i miei testi con i Pooh era sempre su spinta degli altri. Così ho rifiutato one-man show e reality e sono ripartito dietro le quinte. Provando, nel mio piccolo, a dare qualcosa agli altri».Stefano D’Orazio racconta così la sua "svolta" dopo 38 anni di Pooh: una "svolta" che ora lo vede, certo, artefice di musical (Aladin) o autore di loro versioni italiane (Mamma mia!) ma soprattutto lo fotografa impegnato in una scuola, nell’incontrare i giovani, nell’aiutare iniziative di solidarietà. «Mi sentivo inadeguato a sessant’anni su un palco: queste cose, invece, sono una necessità interiore».D’Orazio, c’è però un fatto da cui partire. Dopo i Pooh lei è stato giurato di «Ti lascio una canzone»: e non sembrava l’abbrivio di una sua "svolta" lontana dai meccanismi peggiori dello spettacolo: anzi…Ho accettato vedendo nei provini bambini che si divertivano. Però poi ho visto che strada facendo ci credono, le mamme diventano agenti… E infatti ho smesso. La popolarità la conosco: fa staccare i piedi da terra. Se sei fragile è pericolosissima.Per questo ha varato il progetto «Fabbrica della musica»?Assolutamente sì. Io appena posso giro le scuole, ma questo è il mio sogno: una scuola di musica ad Ostia, ristrutturando a mie spese un teatro, con anche corsi appositi per portatori di handicap. Lì, da direttore artistico, incontro periodicamente gli allievi. Per dirgli che l’essere famoso cui spingono i media non è nulla senza basi. Devono imparare un’arte, certo, ma anche i loro diritti, le leggi del settore...I giovani li aiuta anche sul piano pratico? Voglio dire, con Aladin ha dato loro opportunità?Per farlo ho lottato contro i distributori degli spettacoli, che volevano solo "nomi". E Jasmine è una ragazza: loro mi volevano imporre gente dei reality, attrici di cinema, 40enni appariscenti… Anche il corpo di ballo è tutto di giovani. Ho accettato solo due imposizioni: le maschere disneyane e il titolo. Il mio era Aladino, in italiano, semplicemente.Ai musical vanno le famiglie: responsabilità?Tantissime. Purtroppo siamo abituati alla "realtà" becera della tv. Perciò dai testi via ogni volgarità, anche la più innocente. Pure in Mamma mia!. Sa cosa volevo mettere in Aladin? I sogni dei miei nonni: salute, purezza, non credersi immortali. Dei valori.Il D’Orazio artista sarà sempre su questi binari?Vorrei. Ho in mente altre favole e un testo su tre donne di generazione diversa ma itinerari simili. Poi c’è la Traviata ibrida con Marconi. Se il musical chiama 240mila persone, cito La bella e la bestia, perché non usarne gli schemi anche per dimostrare, con un testo di oggi, quanto è bello Verdi?Il D’Orazio della "svolta" invece che progetti ha?C’è un libro cui tengo: Sassi tra le nuvole del dottor Marco Zappa, mio amico d’infanzia, testimonial dell’Associazione Lombarda contro l’Idrocefalo e la Spina Bifida. Voglio aiutarlo a raccogliere col libro fondi per curare queste malattie. Poi vorrei mettere all’asta i miei… elefanti. Pachidermi di ogni materiale e tipo da vendere per aiutare associazioni o iniziative benefiche. Devo solo trovare chi me li cataloghi…