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Musica. “Donnacirco”, il disco cancellato e rinato dopo mezzo secolo

Enrico Deregibus mercoledì 11 agosto 2021

1 974, Italia. Un disco viene scritto, arrangiato, registrato, stampato. E poi stop: non arriva mai nei negozi. Non esiste. Eppure esiste. Il titolo è Donna Circo e non è un disco qualunque. È il primo album femminista in Italia, realizzato da Gianfranca Montedoro (voce e musiche) con le parole di Paola Pallottino, una delle primissime autrici di testi della canzone italiana. Basti dire di 4 marzo 1943 e Il gigante e la bambina per Lucio Dalla. Donna Circo poteva fare epoca, dal punto di vista discografico, artistico, culturale, sociale, ma l’etichetta tedesca Basf che lo aveva prodotto si ritirò d’improvviso dal mercato italiano, senza distribuirlo. E tutto svanì. Gianfranca Montedoro dalla delusione non farà più dischi. Paola Pallottino cercherà di riproporlo ma senza successo.

Fino alla sera di Natale 2018, quando invita a cena una cantautrice amica di suo figlio, Susanna La Polla De Giovanni, in arte Suz, e le parla di quel groppo che ha in gola da decenni. Le propone di rifare lei il disco. «Donna Circo mi piacque al primo ascolto – ricorda Suz –, ma solo in un secondo momento i brani del disco mi si sono rivelati in tutta la loro potenza. E lì ho compreso che non avrei reso un buon servizio al disco reinterpretandolo da sola, anche perché non ho un range vocale esteso come quello di Gianfranca Montedoro. Dunque si è fatta strada l’idea di un disco dove dodici artiste cantassero ciascuna un brano».

Ed ecco che Donna Circo diventa un’opera collettiva. Col titolo Donnacirco è stato pubblicato a giugno in cd e digitale e ora in vinile, grazie all’etichetta La Tempesta. Prima però, a metà maggio, era uscito in digitale lui, l’album originale, con 47 sventurati anni di ritardo. Un risarcimento per Montedoro e Pallottino, una rivelazione per il resto del mondo, quella di un disco a cavallo tra prog e jazz, fatto con rigore e inventiva, un concept album che ritrae la condizione femminile attraverso la metafora dei numeri del circo, tratta di femminicidio, aborto, parità di genere, rapporti di coppia.

Nella nuova versione, oltre a Suz, le artiste, tutte emiliano-romagnole, che hanno dato la loro voce e sensibilità all’opera sono Alice Albertazzi, Enza Amato, Francesca Bono, Vittoria Burattini (dei Massimo Volume), Meike Clarelli, Eva Geatti, NicoNote (Nicoletta Magalotti), Marcella Riccardi, Valeria Sturba e Una (Marzia Stano). Nonché Angela Baraldi, un nome importante della scena musicale (e attoriale) italiana, uno di quelli che sino ad ora ha raccolto certamente meno di quello che meritava. Una decina di anni fa Paola Pallottino aveva proposto anche a lei di rifare il disco. Ma, ci racconta, «quel mondo sonoro mi sembrò inaccessibile o comunque in salita. Credo sia giusta la scelta corale fatta ora».

Ognuna delle dodici artiste è riuscita a portare a sé il proprio brano e lo ha fatto grazie anche alla produzione di Ezra Capogna e a Chiara Antonozzi al basso, Irene Elena alla chitarra e alla stessa Vittoria Burattini alla batteria. «Questa opera negata – sostiene Suz –, nonostante abbia quasi mezzo secolo, continua purtroppo a parlare di noi e dunque può ancora parlare a tutte noi. Se avessi una figlia o un figlio piccoli, potrei intavolare con loro discussioni su temi complessi come questi sfruttando la potenza della metafora racchiusa in queste canzoni o, meglio, in queste poesie».

Ma, annota la Baraldi, «non credo si tratti di un atto politico-ideologico. Credo che l’intento di Paola fosse quello di riportare alla luce un buon lavoro a cui è ancora legata anche perché, questo sì, non contiene un messaggio datato. Ecco, di politico c’è questo... ma è inevitabile, e perché evitarlo? Rifarlo è stato come fare un aggiornamento, come per le applicazioni dei cellulari. L’operazione è affascinante per questo. E tutto è arricchito dalla qualità». La parabola del circo poi è un gran valore aggiunto creativo, evita che il disco si insabbi in una catena di rivendicazioni.

C’è la vividezza, la fragranza della metafora. Baraldi: «Sì, è molto difficile non scadere nella retorica quando si parla di questo argomento. E il potere che ha l’arte è proprio questo, credo. È come un pugno in faccia che non fa male». Per esempio: «L’amore è sempre un pericolo mortale / ma tu sai fare solo questo gioco / e lo sai fare ormai senza tremare / senza sapere se lo vuoi cambiare», dice Trenta coltelli. Sono versi che Suz ama particolarmente: «Trovo che quella del numero del lanciatore di coltelli sia una metafora azzeccatissima dell’abuso emotivo nel rapporto di coppia e questi versi ne sottolineano il subdolo meccanismo, la coazione a ripetere uno schema pericoloso, autolesionista e senza via di sbocco, che tuttavia è molto difficile spezzare».

La forza del disco e la sua personalità stanno anche nella prospettiva femminile del racconto. All’epoca era rarissimo trovare autrici di canzoni, le donne erano le grandi interpreti, tigri di Cremona e pantere di Goro; a scrivere erano uomini che, per quanto ispirati, avevano un linguaggio e un punto di vista maschile. Paola Pallottino era una fausta eccezione. Tra la fine degli anni Settanta e i Novanta inizieranno a cambiare un po’ le cose. Ad esempio il primo disco della Baraldi, Viva, è del 1990 ed è in gran parte firmato da lei. Però la donna in canzone, fuori dal pop, fatica ancora adesso.

Nel 2019 proprio Angela Baraldi ha protestato, con alcune sue colleghe, contro la pressoché totale assenza femminile al Concertone del Primo Maggio. Un gesto di cui si è parlato molto, che è stato una miccia. «Se non è già cambiato qualcosa, cambierà tra poco» dice lei. «Le nuove generazioni hanno più esempi da seguire, si moltiplicheranno giovanissime ragazze che compreranno un basso come Victoria dei Maneskin, per esempio, perché è così che funziona. Le cose cambieranno quando non sentiremo più dire “è l’unica donna” a fare questo o quello, come se fosse un merito».