Agorà

La mostra. Così Donghi portò sulla tela il silenzio imperturbabile di Roma

Lorenzo Canova venerdì 1 marzo 2024

Antonio Donghi, "Gita in barca" (particolare)

Un artista capace di fondere la grande tradizione e le nuove suggestioni cinematografiche, l’interprete di un mondo scomparso che ci parla ancora in modo misterioso, il grande esponente di un movimento internazionale: un’importante mostra romana ("Antonio Donghi. La magia del silenzio"; Palazzo Merulana, fino al 26 maggio) permette una riflessione approfondita su Antonio Donghi (Roma, 1897-1963), uno dei protagonisti di quella tendenza che Franz Roh battezzò con la felice formula di “Realismo magico” che ha caratterizzato il contesto europeo tra le due guerre.

La mostra è curata da Fabio Benzi, uno dei maggiori studiosi internazionali dell’arte della prima metà del Novecento, e, nella sua intelligente volontà di superare gli stereotipi e nella sua apertura ai legami tra la pittura e i mass media, prosegue idealmente l’altra importante mostra su Giacomo Balla, curata ancora da Benzi nello stesso museo romano di Palazzo Merulana nel 2019. L’esposizione dedicata a Donghi (catalogo Palombi) raccoglie infatti trentaquattro opere che permettono un intenso attraversamento della sua carriera e una decisiva indagine sulla genesi e sugli sviluppi del suo stile, anche nelle sue indubitabili relazioni con il cinema, soprattutto tedesco, ben analizzate da Angelica Cilli.

Uno dei temi portanti, che la storiografia precedente non era mai riuscita a chiarire completamente, è quello della rapida trasformazione, tra la fine del 1922 e gli inizi del 1923, della pittura di Donghi che passa, in modo quasi repentino, da una visione in linea con una tradizione ottocentesca, con qualche apertura tardoimpressionista, al nuovo stile in cui il pittore condensa la solidità dei volumi con un disegno incisivo e a una luce enigmatica che evoca la vita quotidiana. Benzi, in modo molto convincente, individua la causa di questo mutamento nella personale che Ubaldo Oppi tenne, nel maggio 1922, nella galleria Bragaglia (frequentata anche da Donghi), con opere dove il disegno e la pittura cesellavano le figure e le cose in un “realismo magico”, quasi allucinato, che dialogava con la Nuova Oggettività tedesca.

Benzi ricostruisce inoltre i molti riferimenti storici cari a Donghi, al di là dell’influenza di Orazio Gentileschi suggerita da Roberto Longhi, a cui si aggiungono le riflessioni su Casorati, su Giotto, sulla pittura olandese del Seicento, e in particolare su Vermeer, ma anche su Bronzino, Raffaello, Holbein e molti altri. Il grande merito del pittore è stato però quello di guardare a questi maestri conservandone la memoria all’interno di un sistema costruttivo molto personale, da cui, come scrive lo stesso Benzi, nasce la sua «pittura impalpabile e smaltata... Donghi fu il vero poeta del silenzio imperturbabile, segno distintivo del clima romano». Donghi si presenta dunque come il regista di giochi psicologici nascosti dietro le gite immobili sul Tevere e dietro le luci della ribalta. E raggela così esistenze lontane, con un gusto quasi barocco per una pittura maestra di finzione.