Agorà

Mendrisio. Domenico Fontana e i cantieri che hanno fatto moderna Roma

Alessandro Beltrami venerdì 20 gennaio 2023

Giovanni Guerra, “Innalzamento e abbassamento dell’obelisco”, 1586

C’è la Roma di Raffaello e Michelangelo, la Roma di Bernini e Borromini, ma non c’è mai la Roma di Domenico Fontana. Eppure la Città eterna deve molto agli interventi dell’architetto ticinese (ma all’epoca più che l’appartenenza amministrativa contava quella ecclesiastica: la nativa Melide era all’allora diocesi di Como). Fu infatti il braccio armato di Felice Peretti sia da cardinale sia soprattutto da papa con il nome Sisto V: un pontificato di un solo lustro (1585-1590), ma turbinoso sotto il profilo architettonico e urbanistico. Già a partire dalla fine del Quattrocento e poi con vigore nel Cinquecento, in particolare con Sisto IV, Giulio II e soprattutto con Paolo III, il primo ad attuare una visione complessiva di ridefinizione del centro in scena urbana (con il Tridente e i contributi michelangioleschi del Campidoglio e di Porta Pia), Roma aveva avviato un processo di trasfor-mazione strutturale. Lo stato in cui si trovava la città medievale, ricca di vuoti urbani entro il guscio delle mura aureliane, consentiva interventi su vasta scala senza grosse difficoltà. All’interno del recinto fortificato, tra i diversi poli costituiti attorno alle rovine e alle basiliche cristiane, si estendevano larghi tratti rurali: una situazione che, seppure ridotta, avrebbe caratterizzato la città fino agli albori del Novecento. È su questa scia che Sisto V avvia nel 1585 un piano urbanistico ambizioso, intenzionato a dotare di un impianto organico l’intera città. Il progetto è affidato appunto a Domenico Fontana, che si trova a firmare e coordinare decine e decine di cantieri, dai più minuti ai ciclopici. L’idea fondamentale è di collegare i poli religiosi delle basiliche (storicamente in aree periferiche ma ora davvero isolate) e il rinato centro urbano per mezzo di larghi rettilinei, con piazze stellari come snodi principali.

La Cappella Sistina in Santa Maria Maggiore, a Roma - Marco Stucchi

Gli incroci sono marcati da obelischi antichi, ricollocati da vari punti della città, a partire da quello in piazza San Pietro, il cui trasporto e innalzamento fu impresa dai profili epici che Fontana avrebbe trasformato in un vero e proprio brand. Sisto V incorpora nel piano anche le colonne di Traiano e di Marco Aurelio, coronandole rispettivamente con le statue di san Pietro e di san Paolo, la riapertura dell’acquedotto Felice e la completa ridefinizione dell’area del Laterano, con la demolizione dell’antico Patriarchio, ormai pericolante, e l’abbinamento di Sancta Sanctorum e Scala Santa, spostata per l’occasione. Nel Colosseo (che Sisto V valutò di demolire) Fontana progettò una chiesa con portico, mai realizzata. Il piano di papa Peretti e di Fontana fonda le basi per lo sviluppo valide di fatto fino all’epoca post-unitaria. I nuovi tracciati fanno sistema con quelli antichi mentre le facciate di chiese e palazzi diventano fondali scenografici che chiudono i rettilinei. Roma si pone così in linea con i nuovi quartieri e i rinnovamenti urbanistici di città come Genova, Palermo e Madrid, ma la scala è di gran lunga maggiore. Nasce il prototipo della città capitale che avrà gran seguito nel Seicento europeo. Allo stesso tempo questo processo, che dà l’imprinting agli interventi barocchi, si innesta nel già avviato processo di reintepretazione di Roma come simbolo di se stessa. Ormai “rinata”, può dedicarsi alla propria celebrazione: tanto passato lontano quanto di quello prossimo e del presente, connotandosi sempre più come “città santa”. L’architettura di Fontana non è spettacolare ma è efficace e funzionale. Robusta, pratica e rapida, corrisponde bene al carattere, spesso reso in ritratti formidabili, di papa Peretti. Ineccepibile ma senza guizzi, è sempre rimasta schiacciata nell’interregno tra gli splendori del primo Cinquecento e del Seicento berniniano e borrominiano.

Bastiano Torrigiani, “Busto di Sisto V”, 1585 - Rancate (Mendrisio), Pinacoteca cantonale Züst, "Le «invenzioni di tante opere»"

Sulla figura di Fontana arriva "Le «invenzioni di tante opere»": una mostra importante, curata da Nicola Navone, Letizia Tedeschi e Patrizia Tosini e organizzata a Rancate (Mendrisio) fino al 19 febbraio dalla Pinacoteca cantonale Züst e dall’Archivio del Moderno dell’Università della Svizzera italiana (che assieme a Officina Libraria pubblica l’altrettanto importante catalogo), in partenariato con i Musei Vaticani. Il percorso oltre a Roma documenta anche gli anni finali – meno fortunati perché la committenza dei viceré spagnoli è meno “decisionista” – a Napoli dove progetta il Palazzo Reale. Ma soprattutto, invece di tentare un recupero “qualitativo” di Fontana, ne evidenzia la capacità fuori dal comune di gestire la mole davvero gigantesca e articolata dei cantieri nei quali è coinvolto, dirigendo maestranze, artigiani e artisti (come Cesare Nebbia, spesso in tandem con Giovanni Guerra, il cavalier d’Arpino, Paul Bril, Ferraù Fenzoni, Pietro Bernini). Un sistema in cui viene meno il concetto di autorialità in favore di una creazione frutto di contributi e “mani” molteplici. Ne esce un vero ritratto di gruppo, in cui trovano posto il primo pittore e l’ultimo dei manovali giunti a Roma da tutta Italia e non solo. È un’idea di mostra che, piace ricordarlo, sarebbe stata molto apprezzata da Maria Luisa Gatti Perer, che ha dedicato molta parte della sua ricerca alla comprensione del mondo dei cantieri e delle maestranze lombarde (attive in patria e a Roma), in particolare come ambito di formazione di una catena di figure altamente specializzate: lo stesso Fontana, suo nipote Carlo Maderno e il nipote di quest’ultimo Francesco Borromini. Quelli di Fontana sono cantieri basati dal progetto all’esecuzione su precisi meccanismi di gestione delle risorse economiche, materiali e umane, con la valorizzazione delle singole competenze professionali. La rapidità con cui nasce una fabbrica complessa, in particolare sotto il profilo decorativo, come la cappella Sistina in Santa Maria Maggiore è spiegabile solo con la fluidità di un ingranaggio perfettamente oliato. Ed è così anche che Fontana può portare a compimento le imprese dell’obelisco vaticano o della traslazione e ricollocazione sotterranea della cappella del Presepe della basilica liberiana. I disegni e le incisioni in mostra ne restituiscono tutta la spettacolare complessità. Proprio nel volume che celebra il trasporto della “guglia”, stampato nel 1590 dalla Tipografia Apostolica Vaticana (fondata anch’essa da Sisto V), Fontana – pur aspirando al tradizionale discorso teorico – porta in luce un pensiero dominato dalla pratica sperimentale, evidenziato proprio dall’organizzazione del cantiere. Ed è in questo primato dell’ingegneria, ossia della tecnica, la testimonianza più forte della sua modernità.