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Il gesuita americano Consolmagno. Dio: c’è una risposta scritta nelle Stelle

Andrea Galli martedì 18 novembre 2014
Sono quattro secoli abbondanti che i gesuiti hanno la testa fra le stelle. A partire dalla fondazione del Collegio Romano, pensato da subito anche come centro di alti studi di matematica e astronomia, passando per il primo osservatorio della Compagnia di Gesù nel 1774, per la Specola vaticana voluta da Leone XIII e di cui i gesuiti divennero gli attori principali, per il loro centro di ricerca acquartierato a partire dal 1960 a Tucson,  presso l’Università dell’Arizona, e che dal 1993 ha a disposizione un telescopio avanzato sul Monte Graham, uno dei più sofisticati centri di osservazione astronomica al mondo.Per riscoprire un passato così prestigioso si è aperta ieri a Roma, nello spazio espositivo Tritone, la mostra «Magistri Astronomiae dal XVI al XIX secolo», un percorso guidato che parte dal confronto tra il gesuita tedesco Cristoforo Clavio e Galileo Galilei e arriva fino alle scoperte del gesuita reggiano Angelo Secchi, pioniere  a metà 800 dell’analisi spettrale dei corpi celesti. Ma ad indicare che si tratta di una storia tutt’altro che chiusa ci ha pensato giovedì scorso la Società Americana di Astronomia, che ha conferito una sua onorificenza, la medaglia «Carl Segan», a Guy Consolmagno.Nato a Detroit 61 anni fa, Consolmagno è un fratello gesuita che divide il tempo fra l’Italia e gli Stati Uniti, in qualità di presidente della Vatican Observatory Foundation. Astronomo con una specializzazione nella caccia ai meteoriti, dei cui resti è andato in cerca fino in Antartide, è un divulgatore "galattico", sia per i temi di cui si occupa che per il riscontro  fra il grande pubblico, grazie alla penna brillante e una simpatia fanciullesca. Il suo ultimo libro, pubblicato da pochi giorni negli Usa, si intitola Would you Baptize an Extraterrestrial? («Battezzeresti un extraterrestre?», edito da Crown Publishing Group). Lo ha scritto a quattro mani con il confratello e compagno di ricerche Paul Mueller, anche lui statunitense di stanza a Roma. La domanda del titolo la ripetiamo direttamente all’autore, che al telefono da Tucson ride sotto barba e baffi e dice: «La risposta è "Sì"… ma solo se l’extraterrestre me lo chiedesse!». E racconta un aneddoto: «La cosa mi fu chiesta nel 2010 mentre tenevo una conferenza a Birmingham. Erano i giorni in cui Benedetto XVI era in visita apostolica in Inghilterra. Era una domanda trabocchetto, perché se avessi detto semplicemente "sì, lo battezzerei" ad alcuni sarei sembrato incredibilmente naif, se avessi detto "non lo battezzerei" per alcuni avrei contraddetto la pretesa di salvezza universale del cristianesimo... Del resto quella della vita intelligente al di fuori della Terra è un’ipotesi che può essere usata sia da chi crede che da chi non crede per avvalorare la propria posizione».Ma Guy Consolmagno crede che ci sia un ET in qualche parte dello spazio oppure no? Noi d’istinto siamo scettici… «Giusto, anche nel campo della scienza bisogna essere scettici – co mmenta – ma fino in fondo: scettici pure del proprio scetticismo. Personalmente sarei stupito se in tutto l’universo non fosse riscontrabile una qualche forma di vita, almeno allo stato elementare. Mi viene da dire anche che la scoperta di queste forme di vita è solo una questione di tempo: il problema è che il tempo può essere breve o infinito».Il libro scritto con Paul Mueller è una rassegna delle domande più frequenti e bizzarre che ai gesuiti della Specola vaticana vengono rivolte da appassionati, visitatori, cristiani o no. Un fiume di domande, sottolinea Consolmagno, che sono il segno di quanto il nesso tra la fede e i segreti dell’universo accenda la curiosità dell’intelletto e del cuore insieme. Nesso che tra l’altro ha avuto un ruolo rilevante anche nella vocazione del nostro interlocutore. «Sono entrato nella Compagnia di Gesù a 37 anni – spiega – dopo il mio cursus di studi scientifici, quando già insegnavo in una piccola università. Verso i 30 anni ho vissuto un periodo di disaffezione verso il mondo accademico e sono andato in Kenya con gli Us Peace Corps (organizzazione di volontariato internazionale, ndr) per insegnare. Sono rimasto colpito dalla domande che suscitavano le mie lezioni, dalla sete di conoscenza e di verità che le stelle erano in grado di risvegliare». Da lì un ritorno alla ricerca vera e propria e poi la scelta religiosa, due aspetti della vita che hanno in comune un sentimento definito da Consolmagno come joy, gioia, quasi a richiamare un famoso titolo di C.S. Lewis, Surprised by Joy. «Capire, magari all’improvviso, il perché di un fenomeno dell’universo, contemplarne la bellezza, trasmette questa gioia. Ed è una esperienza che ha qualcosa in comune con la preghiera: in entrambi i casi si coglie la presenza di Dio».Non è abusivo per uno scienziato parlare così? «No – ribatte il gesuita – perché non significa sostenere che la scienza rivela l’esistenza di Dio, ma che, accettata previamente e per fede l’esistenza di Dio, attraverso il lavoro scientifico si possono scorgere le impronte del Creatore. E, per quanto riguarda gli atti di fede, tutti ne compiamo, inclusi gli scienziati: anche loro hanno fede nel fatto che ci sono leggi che regolano l’universo e che possiamo scoprirle con la ragione».Molte sono appunto le domande che vengono passate in rassegna nel libro, da «che fine ha fatto il povero Plutone?» (Consolmagno è stato uno dei protagonisti del dibattito che nel 2006 ha portato Plutone a perdere lo status di «pianeta» vero e proprio e a venir declassato a «pianeta nano»), a «che cos’era la stella di Betlemme?». «Se uno va su Amazon può constatare che sul tema della stella e dei Magi esistono tanti titoli quanti quelli sul caso Galileo», dice il nostro, che esamina con padre Mueller le principali teorie finora avanzate, mostrando come molte siano convincenti ma nessuna risolutiva. E che però dalla vicenda evangelica ricava una personale certezza: «Anche noi gesuiti della Specola ci sentiamo un po’ preti scienziati come erano i Magi. Come scienziati cerchiamo di chiarire dei misteri scientifici. Come religiosi e uomini di fede cerchiamo di indicare dei punti di incontro con il divino. Non per risolvere misteri, ma per entrare sempre di più nel mistero».