Agorà

In ritiro visivo. Un tronco di crocifisso sfida per i nostri occhi

Maurizio Cecchetti sabato 30 luglio 2016

Si parla spesso di digiuno visivo e s’intende di solito un’astinenza dalla televisione e dalle mille sollecitazioni che ci vengono dalla civiltà dell’immagine. In realtà, il vero digiuno visivo è un ritorno all’immagine, al suo essere soglia sull’invisibile. Considero il digiuno visivo una purificazione dello sguardo, così come il digiuno dal cibo è anche una purificazione del corpo, un fare resistenza alle impulsive esigenze che la natura ci detta; ma quando rifletto sul digiuno visivo mi pare che sia anche una purificazione dello spazio, un far pulizia in ciò che ci circonda, un’ascesi per sottrazione prima ancora che una rinuncia, una individuazione del nostro centro interiore, di quel punto dove lo sguardo entra davvero in comunicazione con l’invisibile, che ci libera dal pieno e dal surplus in cui viviamo e ci attrae verso qualcosa che può diventare la finestra “al di là del tempo e dello spazio”, la rivelazione del prima e del poi che delimitano l’intervallo del nostro stare al mondo e della storia. 

 

Il digiuno visivo, dunque, è preparare lo spazio alla rivelazione che l’immagine, una immagine precisa, può produrre in noi. L’estate è la stagione dove la realtà viene forzata e ostentata; siamo continuamente sollecitati a vedere. Rutilante metabolismo di questo mondo dove tutto viene mostrato alla luce del sole, ma ciò che infine si vede resta immagine di superficie; mentre tutto scorre per così dire sotto i nostri occhi, proviamo un senso di sazietà che vanifica l’immagine stessa.

 

Bisognerebbe cercare di fare un po’ di vuoto là dove viviamo, per qualche giorno all’anno spogliare il luogo dove abitiamo di tutto il surplus di segni che lo satura e ci condiziona; liberare le pareti, i tavoli, la mobilia, tendendo all’essenzialità di una cella monastica. E fatto il vuoto scegliere un’immagine che ci farà compagnia per il tempo necessario al nostro digiuno. Dunque, non rinunciare totalmente allo sguardo, ma calamitarlo su un solo oggetto, immagine, segno. E poi vivere la nostra giornata accanto a quell’ospite silenzioso, senza sentirci obbligati dalla sua presenza, ma lasciando che le ore trascorse ci consentano, con la lentezza necessaria, di entrare dentro quel-l’oggetto, comunicare col suo mistero fino a esserne a nostra volta pervasi, secondo un’empatia che è via maestra dell’intuizione. 

 

In questa strana epoca dove molti cercano rifugio in resort spirituali – monasteri, isole naturalistiche e mondi lontani dalla civiltà, centri di meditazione e di ricreazione psicofisica – basterebbe forse praticare maggiormente la disciplina della sottrazione, l’ascesi del ridurre all’essenza ciò di cui abbiamo bisogno, non come prova di forza con noi stessi, ma per capire maggiormente quello che c’è nella nostra vita interiore. L’otiumè ritrovare il tempo che va a perdersi scoprendo magari per la prima volta quanta forza può possedere una immagine che altrimenti si disperderebbe nel sulfureo calderone della panvisibilità consentita oggi dai mezzi tecnici e sfruttata dal sistema dei consumi per dirigere le energie individuali verso qualcosa che alla fine ci lascia insoddisfatti o tutt’al più, è entertainment (divertimento: che nella sua radice comprende anche la diversione). Dove tutto è immagine, l’immagine non c’è più. 

 

Un amico mi telefona e mi invita a casa sua. Mi conosce anche troppo bene e all’invito fa seguire un’avvertenza: «Porta la macchina fotografica ». È come se dicesse: «Preparati a rimanere stupito da ciò che vedrai». Anch’io lo conosco un po’, quando fa così è perché la sua abilità di cacciatore di mirabilia artistici ha catturato qualcosa che esce dall’ordinario. Mi dà appuntamento in quello che ha tutta l’aria di essere un deposito abbandonato, un luogo fatiscente dove sono disposte un po’ a caso scatole, cianfrusaglie, attrezzi e arredi per il giardino, biciclette e oggetti relegati in quel posto che per la sua mancanza di regola, un’informale negligenza rivelata in tele di ragno e polveri sedimentate, si presta a essere – come si dice oggi – la location ideale per una inattesa apparizione. E le promesse non vengono tradite. Entrati dal portone, nella penombra, in lontananza vedo qualcosa che assomiglia a un vecchio tronco appoggiato appeso a una parete. In realtà, è povero come un tronco ma la sua forma è capace di comunicare sensazioni profonde. L’occhio presto si abitua alla luminosità bassa e suggestiva che ti fa sentire come se avessi varcato la soglia di un sepolcro. Le luci del tardo pomeriggio tagliano in obliquo il muro da cui quel-l’oggetto misterioso pende silenzioso (la stessa luce obliqua che si vede nei quadri caravaggeschi). Cerco di mettere a fuoco meglio per essere sicuro di ciò che vedo. In realtà, ho intuito quasi subito l’identità di quel legno. Mi avvicino ancora, fino a pochi metri metri, e l’apparizione mi si rivela in tutta la sua forza poetica e misteriosa: si tratta di un Corpus Christi, un Cristo che doveva anticamente essere appeso a una croce e ora è ridotto al tronco umano; il torace e le gambe ben scolpite rivelano un artista capace; il volto è sfigurato, manca di una buona metà mentre anche quella sopravvissuta è stata offesa dal tempo (dall’uomo? un caso di iconoclastia?); le braccia non ci sono più, ma si vedono ancora le tracce dei perni che le tenevano fisse al corpo; la parte anteriore dei piedi è mancante. Un sopravvissuto, per così dire. 

 

L’amico mi chiede che ne penso. La prima reazione è stata: un oggetto bellissimo, ancor più sacro oggi di quando venne scolpito – forse nel Seicento o nel Settecento –; alla mia curiosità, l’amico risponde che l’ha trovato in Germania e ne è rimasto subito soggiogato. Mentre scatto qualche fotografia, alcune pubblicate in questa pagina, mi rendo conto che mentre cambio il punto d’osservazione anche il Cristo sembra prendere vita, il volto sfigurato assume una sorprendente espressività, non manca di nulla nonostante sia quasi ridotto a un’ombra, a una forma astratta e laconica. Il torace si gonfia come se la fatica del respiro si rivelasse in tutta la sua tragicità e sofferenza; quel corpo privo di braccia mi appare come il volto mistico del Dio nascosto di cui parlava Cusano. Nel De icona il grande teologo racconta di un volto di Cristo che sembra seguirlo mentre lui lo guarda muovendosi nello spazio: simboleggia, quel movimento “virtuale”, lo sguardo che Dio rivolge continuamente su di noi e che ci tiene in vita.

 

Mentre esco da questa visione rifletto su quell’ambiente povero che una immagine intensa e poetica ha trasformato in una chiesa, in un luogo dove si può anche pregare; privo di ogni fronzolo o segno superfluo (se ne trovano spesso nelle nostre chiese, e non auspico un’austerità visiva cara ai protestanti, ma una qualità dell’arte che può venire soltanto da una ispirazione profondamente religiosa); mi rendo conto di come quel corpo offeso, collocato in uno spoglio e fatiscente deposito, si riveli un Cristo pantocratore, uno specchio regale per il nostro mondo pieno di spine. E mi tornano in mente le parole del filosofo e teologo protestante Johann Georg Hamann quando afferma che dobbiamo educarci a leggere «sotto tutti i cenci e la spazzatura » del testo sacro, il travestimento del servo umile e i bagliori della gloria divina, la sublime negligenza del volto di Dio che si nasconde ai potenti e si trova espulso, messo ai margini e vilipeso da chi, forse, crede troppo alla propria volontà di potenza e ai propri mezzi.