Agorà

INTERVISTA. Dietro la carrozzina

Daniela Pizzagalli giovedì 14 giugno 2012
​Era difficile prevedere il travolgente successo di un film sul rapporto tra un tetraplegico e il suo badante algerino, eppure Quasi amici ha conquistato tutti, e la ragione va cercata nella straordinaria personalità dei protagonisti. Il più noto dei due è Philippe Pozzo di Borgo, il miliardario finito immobile su una sedia a rotelle in seguito a un incidente col parapendìo. Nel 2001 ha scritto un libro sulla sua esperienza, Le second souffle, in cui raccontava sia la sua vita prima dell’incidente, immerso nel mondo dorato dei privilegiati, sia la disperazione nel vedersi improvvisamente ridotto all’immobilità, con l’aggravante della perdita dell’amatissima moglie, morta di cancro. Ammetteva che a ridargli il gusto di vivere era stato il giovane algerino, appena uscito di galera, che aveva assunto come improbabile badante, attratto dalla sua gioiosa irriverenza e dal suo rifiuto d’impietosirsi. Nel 2003 la loro storia è stata divulgata in una seguitissima trasmissione televisiva, poi in un documentario e infine nel 2010 nel fortunatissimo film, dopo due progetti accantonati perché troppo patetici: entrambi si sentivano protagonisti di una commedia brillante, non di un dramma strappalacrime, tant’è vero che Philippe Pozzo di Borgo nel frattempo ha pubblicato una nuova versione del libro, Le diable guardien (Il diavolo custode, nella versione italiana, edita da Ponte alle Grazie).Ora, a quasi vent’anni dall’imprevedibile incontro tra i due, è Abdel Sellou a prendere la parola per raccontare. In Mi hai cambiato la vita (Salani, pagine 222, euro 13,90) ripercorriamo la stessa storia, ma dal punto di vista di un ragazzo arabo della banlieu, ladruncolo senza futuro e senza morale, che si presentò a casa di un tetraplegico senza sapere che cosa volesse dire quella parola, mandato dall’ufficio di collocamento, con l’unico intento di non farsi assumere e vivere per un po’ col sussidio di disoccupazione. Finora ha lasciato parlare soltanto Philippe Pozzo di Borgo. Non ha voluto partecipare alla stesura dei libri e del film, come mai adesso ha deciso di dire la sua?Era l’unico modo per ringraziarlo. Adesso sono vicino ai quarant’anni, ho la mia famiglia, sono un piccolo imprenditore, con un allevamento di polli in Algeria, e devo a lui il mio percorso umano. Il nostro incontro è stato un miracolo. Tutti e due abbiamo capovolto il destino che sembrava già scritto per noi. A questo allude il titolo francese del film, Les Intouchables, come i fuoricasta indiani, che non possono fare nulla per cambiare la propria situazione. Lui sembrava condannato all’immobilità, io alla galera. Invece insieme abbiamo ribaltato le cose: io con l’incoscienza dei miei vent’anni l’ho costretto a uscire di casa, gli sono stato complice in stravaganti esperienze, lui ha fatto di me un uomo vero, è stato la mia coscienza, mi ha dato un futuro. Per me è stato come il maestro Jedi di Guerre Stellari, che combatte al tuo fianco e t’insegna quello che devi fare. Altro che Quasi amici, come dice il titolo italiano del film: in realtà lui è ben più che un amico per me, perché è anche un padre, un maestro, il mio angelo».Lei invece, stando al titolo provocatorio del  libro di Pozzo di Borgo, è stato il suo «diavolo custode»?« In un certo senso sì, perché l’ho cacciato in molti guai, ma non per cattiveria: per l’incoscienza dei miei vent’anni. Non mi ponevo domande, facevo quello che mi saltava in mente. Un altro avrebbe mollato, mi avrebbe cacciato. Invece lo attirava proprio quel mio non pensare al futuro, quel vivere momento per momento, in cui si riconosceva».Nella prima parte del libro lei racconta la sua adolescenza scapestrata: senza un pensiero al mondo, rubava per sopravvivere, spendeva per divertirsi, e viveva la prigione come un’inevitabile parentesi, addirittura la definisce «una casa di riposo» con tetto e vitto assicurato. Che cosa pensa oggi, dei ragazzi della banlieu che vivono come viveva lei?« Oggi mi rendo conto che non hanno nessuno che spieghi loro il mondo reale. Sono convinti di non avere vie d’uscita, di non avere un futuro. Anch’io non pensavo che avrei mai lavorato, non mi sembrava un’opzione possibile. È stato Philippe Pozzo di Borgo che mi ha fatto vedere me stesso in modo diverso».Che effetto le ha fatto vedere il film, e vedersi impersonato da Omar Sy?«Dicono che quando si muore, l’anima vede dall’alto la propria vita: ho provato questo, mi sembrava proprio di vedere me, Omar è stato un avatar eccezionale, anche se l’ho incontrato per la prima volta all’anteprima del film. Certo fisicamente lui è meglio, alto snello e buon ballerino, tutto il contrario di me, però è tanto bravo come attore che si è calato alla perfezione nel personaggio».Ha lavorato per Pozzo di Borgo fino al 2005, quando entrambi vi siete sposati. Come sono oggi i vostri rapporti?«Anche quella è stata una svolta vissuta insieme. Passavamo molto tempo in Marocco, perché Philippe ha bisogno di temperature miti, e proprio lì entrambi abbiamo conosciuto le nostre compagne: la mia Amal, che mi ha dato tre figli, e la sua Khadija, con la quale ha adottato due bimbe. Ci frequentiamo e ci telefoniamo spesso, siamo legati per la vita».