Agorà

Calcio e affari. Di Cintio: l'azionario popolare punto di partenza per i club

Davide Re sabato 26 marzo 2022

L’avvocato Cesare Di Cintio di DFC Sport Legal

In Serie A «solo quattro club hanno uno stadio di proprietà. La maggior parte degli stadi in Italia necessita di interventi di ammodernamento. Un impianto di proprietà significa maggiori ricavi per il club, attualmente però non pare essere una scelta così agevole». Dice così l’avvocato Cesare Di Cintio, fondatore di DCF Sport Legal, spiegando i motivi delle difficoltà, non solo economiche, ma anche amministrative che in questa fase hanno i club nel progettare il proprio stadio. Impianto sportivo in patrimonio che per molte società è diventato fondamentale per poi elaborare modelli di business nuovi e moderni, totalmente svincolati da logiche del passato, in cui a ripianare i conti c’erano spesso e volentieri le grandi famiglie della borghesia italiana, proprietarie dei club.
Avvocato, a Milano per esempio la città è divisa sull’opportunità di realizzare un nuovo stadio, demolendo il Meazza. A questo punto sarebbe davvero vantaggioso?
Sulla questione dello Stadio Meazza, risulta pendente un contenzioso davanti al TAR della Lombardia, che dovrà pronunciarsi su due ricorsi presentati avverso la delibera della Giunta Comunale di Milano, la quale ha dichiarato di pubblico interesse l’edificazione di un nuovo impianto per la città di Milano.
Secondo lei, il calcio ha bisogno di nuovi modelli di business per essere sostenibile. L’azionariato popolare - non praticabile in Italia - può essere una via? La legge Veltroni Melandri andrebbe rivista?
L’industria del calcio sta vivendo un periodo complicato e necessita di elevati investimenti. Non possiamo tralasciare i sacrifici economici a cui i club si sono sottoposti per salvaguardare la salute di tutti. In assenza di aiuti concreti, il rischio è quello di vedere sempre più club fallire. L’azionariato popolare non eliminerebbe lo stato di incertezza economica, ma rappresenterebbe un buon punto di partenza. Sulla legge Melandri ritengo che, come ogni disposizione normativa, debba essere oggetto di continuo adeguamento: oggi è cambiata in maniera radicale la fruizione dei contenuti sportivi.
Però, nonostante il dissesto nei conti di molti club, nell’ultima sessione di calciomercato ci sono realtà che si sono rafforzate. Seppur fatti secondo logica, rimane l’impressione che in alcune realtà i procuratori abbiano nuovamente forzato la mano. Come valuta il peso delle procure e delle intermediazioni nel calcio?
Oggi il procuratore è un professionista che negozia e trova le soluzioni più adeguate per la carriera del proprio assistito. Dopo una finestra di “liberalizzazione” negli anni 2015-2018, per poter esercitare l’attività di procuratore oggi è di nuovo necessario ottenere l’abilitazione alla professione. Sul “peso delle procure” penso che, come in ciascun ambito professionale, vi siano situazioni poco equilibrate. In tema di commissioni già da tempo la FIFA ha annunciato la volontà di intervenire con un nuovo regolamento che potrebbe entrare in vigore già nel 2022. L’idea è quella di imporre un “tetto” massimo delle provvigioni al 3%.
In serie A sembrano essere tornate le infezioni da coronavirus a solo 9 giornate dalla conclusione del campionato. Come valuta le recenti modifiche al pacchetto di regole che stabiliscono, in caso di focolaio COVID-19 all’interno di una squadra, se il team possa giocare o meno?
L’introduzione delle nuove disposizioni per contenere l’emergenza Covid-19 rappresenta uno strumento idoneo per evitare che siano le ASL a intervenire per fermare le singole partite con criteri non omogenei tra le diverse Province. Si vuole prevenire una nuova impasse per le competizioni sportive. La norma emanata è di carattere sanitario: il superamento della soglia del 35% di casi positivi nel gruppo-squadra identifica un focolaio. In tale circostanza, è previsto che la gara sia rinviata.