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Spazio. Detriti spaziali, la ricerca italiana risolverà il problema

Davide Re martedì 29 novembre 2016

O (tanti) detriti spaziali in orbita rischiano di compromettere i sistemi satellitari terrestri, fondamentali per esempio per le comunicazioni e la raccolta di dati scientifici. Il problema è ormai diventato strutturale, tanto che da tempo ci si interroga sul come metterci rimedio, anche a livello europeo ovviamente, con l’Italia ancora una volta capofila, visto che tra i Paesi continentali può vantare – fin dal progetto San Marco negli anni ’60 – una lunga esperienza.

Così, il team PoliTethers del Politecnico di Milano (che fa riferimento al Dipartimento di scienze e tecnologie aerospaziali) ha partecipato recentemente alla campagna di volo parabolico del Programma Fly Your Thesis! di Esa (www.esa.int) con il progetto SatLeash. Dall’inizio “dell’età spaziale” più di 6.000 oggetti (circa 7.000 tonnellate di materiale) sono stati collocati in orbita e attualmente meno di 1.000 sono satelliti operativi. Quindi a fianco di dispositivi ancora operativi in orbita troviamo molto “space debris”, ovvero detriti spaziali costituiti per esempio o da un intero satellite giunto a fine vita, fino a frammenti di veicoli formatisi da impatto o da sgretolamento per invecchiamento, annoverando più di 15.000 oggetti-spazzatura.

Il progetto SatLeash propone una risposta tecnologica a questo problema, attraverso la rimozione di grandi “debris” catturati “al lazo” da un satellite dedicato e trascinati dallo stesso fino all’atmosfera dove, per attrito, si possono disintegrare. Il team PoliTethers, composto da un docente e da cinque membri tra studenti e dottorandi del Politecnico di Milano (www.polimi.it), ha vinto la straordinaria opportunità di condurre test dell’esperimento SatLeash in assenza di gravità, durante la campagna di volo del velivolo Airbus A310 "Zero G", gestito da Novespace (controllata dell’ente spaziale francese Nes), con base all’aeroporto francese di Bordeaux-Mérignac.