Agorà

Musica. Desdemona, la doppia vittima dei troppi Otello

Pierachille Dolfini martedì 9 agosto 2022

Dmitry Korchak e Antonino Siragusa in una scena di “Otello” di Rossini

Vittima. Vittima di un uomo violento che la uccide. E non solo la uccide, ma riesce anche a farla sentire colpevole. Colpevole di una colpa che non ha commesso. La storia di Desdemona, uccisa da Otello che la accusa, ingiustamente, di averlo tradito – raccontata da Shakespeare, messa in musica da Rossini e Verdi. Che è, drammaticamente, anche la storia di tante donne, come, quotidianamente, riporta la cronaca. Vittime che si sentono colpevoli. «E questo mi sconvolge perché mi chiedo quale meccanismo scatti in una donna maltrattata per convincerla di questo, non mi capacito di come faccia una vittima innocente a sentirsi colpevole, quasi giustificando l’uomo che la uccide». Rosetta Cucchi a Pesaro rilegge «con la mia sensibilità di donna» Otello di Rossini, titolo clou dell’edizione 2022 del Rossini opera festival che si apre stasera e culmina giovedì con il melodramma (i tre tenori sono Enea Scala, Antonino Siragusa e Dmitry Korchak accanto alla Desdemona di Eleonora Buratto mentre sul podio dell’Orchestra Rai c’è Yves Abel) che il musicista pesarese ha scritto nel 1816 per Napoli. «Tradendo, e non poco, Shakespeare nel libretto di Francesco Berio di Salsa», racconta la regista pesarese. «Gioco in casa perché ogni volta che vengo al Rof è come tornare in famiglia», spiega Rosetta Cucchi, diplomata al Dams, oggi direttore artistico del Wexford opera festival, approdata alla regia dopo il diploma in Conservatorio e una carriera come pianista. «Ma le aspettative quando lavoro nella mia città sono ancora più alte. E dunque la tensione c’è. Tanto più che il segno che ho voluto imprimere al mio Otello è un segno forte».

Come racconta questa tragedia tutta al maschile, ambientata tra i militari?

Ho riletto la vicenda più sul fronte sociale che su quello storico. Mi interessa proporre un percorso nella fragilità umana, quella di Otello: dal sentirsi diversi, dal non sentirsi accettati nasce la violenza. Perché un uomo arriva ad uccidere una donna? E perché una donna riesce a sentirsi colpevole di qualcosa che non ha commesso quando è maltrattata? Queste le domande dalle quali sono partita, nate in me dall’ascolto della musila ca. Quando preparo una regia mi siedo al pianoforte e mi suono tutta l’opera. L’ho fatto anche questa volta e arrivata al terzetto del secondo atto mi sono fermata perché quella domanda era dirompente.

Quale risposta ci offre nella sua regia?

Quello che porta a compiere atti simili è un sentimento di non appartenenza. Il mio Otello non è bianco o nero, è una persona che si sente diversa, non accettata dal mondo al quale appartiene la donna che ama: tutti gridano Viva Otello, ma lui avverte che è una frase vuota, che non corrisponde ad un sentimento reale. Un sentirsi estraneo che, penso, è una sensazione che tutti avvertiamo prima o poi nella vita. In Otello, però, questo scatena odio. Che racconto attraverso il mio sentire femminile, chiudendo un cerchio che si è aperto lo scorso anno a Martina Franca con la Griselda di Scarlatti, storia di una violenza psicologica che in Otello diventa anche violenza fisica.

Come la mette in scena?

Rossini si allontana da Shakespeare, edulcorando il racconto specie per quel che riguarda la cattiveria di Otello e Iago che non arrivano così perfidi come nel testo teatrale o nell’opera che poi scriverà Verdi. Questo fa sì che ci si concentri sullo sguardo di Desdemona e delle donne di questa vicenda. Ecco allora che il mio spettacolo parte da un ricordo, quello dell’unica donna rimasta in vita, Emilia, la moglie di Iago – anche se questo legame in Rossini non viene esplicitato, lo sappiamo da Shakespeare. Emilia, anche lei maltrattata dal marito, ricorda l’omicidio di Desdemona e viene presa dai rimorsi, ripensa a quelle frasi non dette che avrebbero forse potuto salvare Desdemona. E rivive quella violenza, scatenata dai demoni che offuscano la mente di Otello.

Ha pensato all’attualità, ai tanti femminicidi che la cronaca nera troppo spesso ci racconta?

Ho pensato alla cronaca, ma soprattutto all’insensibilità che ci prende nel leggere ogni giorno di un altro omicidio, di un’altra donna violata, di altre persone che muoiono per la guerra o per un naufragio in mare. Penso che oggi ci sia una grande insensibilità al dolore, che viene da un bombardamento quotidiano di notizie che ci anestetizza e provoca quasi un’assuefazione. Così ho pensato che oggi tragedia di Desdemona si compirebbe davanti all’indifferenza generale di una società borghese estranea alla miseria e alla povertà.

Vedremo, dunque, un’ambientazione contemporanea?

Molto vicina ai nostri giorni. Per i toni e le atmosfere mi sono ispirata al film del 1998 Festen di Thomas Vinterberg, regista del gruppo Dogma 95 di Lars von Trier. Una pellicola dove si racconta di una famiglia che si ritrova a cena per festeggiare i sessant’anni del padre, una festa durante la quale uno dei figli accusa l’uomo di aver abusato di lui e dei fratelli. Una denuncia che passa sotto silenzio, nell’indifferenza di tutti che alzano un muro di gelo. Anch’io ho immaginato una cena di una famiglia borghese, quella del Doge, di Elmiro, di Rodrigo: tutto avviene intorno a un tavolo e Otello uccide Desdemona davanti a tutti, senza che nessuno faccia nulla per impedire la tragedia.

Otello nostro contemporaneo. Ma lo racconta così anche la musica di Rossini?

La musica di Rossini, che non è solo crescendo, è sempre moderna, apre porte di contemporaneità che vanno attraversate. Per questo quando preparo uno spettacolo parto sempre dalla musica, cercando sempre di non tradire quello che è il suo significato più profondo. Certo, il mio segno è fortemente contemporaneo, ma apprezzo anche un approccio tradizionale perché arricchisce l’offerta e consente al pubblico di scegliere. Sul fronte dei titoli sono convinta (e cerco di farlo disegnando i cartelloni di Wexford) che oggi l’opera debba fare un passo in avanti, andando oltre le scelte di repertorio: c’è tanto di non fatto – e se il 30% del repertorio dimenticato forse era giusto che scomparisse, il 70% merita di essere riscoperto – e ci sono autori ai quali commissionare opere che parlino del nostro presente.