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Teatro. Davide Enia: Palermo '43 come l'apocalisse dell'oggi

Michele Sciancalepore sabato 5 giugno 2021

L’attore Davide Enia in scena in “Maggio ’43”

Da vedere e da sentire, da piangere e da ridere. In latino sarebbero delle perifrastiche passive, nell’italiano odierno sono inviti imperativi per spronare a vivere uno spettacolo che turba e fa pensare fruibile fino a domani al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Si tratta di un classico del pluripremiato, originale, coinvolgente e travolgente affabulatore del teatro italiano: Davide Enia, il narratore palermitano che “cunta” e canta, ti preleva e ti eleva, ti immerge nel sacro ma non ti risparmia il massacro, ti fa scrutare negli abissi dell’aberrazione umana e ti innalza sulle vette della nobiltà d’animo. Ma soprattutto è l’artista in grado di dare carnalità al “verbo”. Una missione compiuta anche in questo Maggio ’43 che ci fa indietreggiare di 78 anni, in quel nove maggio quando «su Palermo cadde l’Apocalisse dal cielo» e l’orizzonte fu oscurato dai cacciabombardieri degli Alleati che, per preparare lo sbarco sulle coste siciliane, sulla città scaricarono 1570 bombe in meno di venti minuti distruggendo gran parte del centro storico e mietendo oltre 1500 vittime. Immagini laceranti e indelebili si imprimono durante la visione vissuta dello spettacolo: dai cannoni di legno nelle coste della Sicilia costruiti per far scappare «l’Ammerricani che si scàntano e si nni vanno a sbarcare in Calabria» a quella del vecchio che cerca la sua mano fra le macerie per recuperare la fede, a quel cristiano che «appena vede sua moglie e le sue tre figlie, morte e già allineate a terra, cade in ginocchio e, quando le ginocchia gli toccano terra, ci diventano di colpo tutti i capelli bianchi». Possono sembrare fantasiose o surreali, in verità sono flash iconici più veri della realtà. Allora diventa necessario chiedere a Davide Enia in primis perché «quei tempi malati e bugiardi, cinici e bari» assomigliano tragicamente ad oggi. «La prima prossimità – spiega il narratore siciliano - è nella logica di costrizione del corpo. Sotto i bombardamenti dovevi rifugiarti e soffrivi gli stenti e i patimenti della fame, della miseria; il nostro contemporaneo ha parimenti utilizzato metafore belliche per la pandemia: “è come una guerra” si è detto sistemicamente e abbiamo vissuto con l’esperienza del lockdown in uno stato di costrizione fisica. Inoltre allora come oggi la storia si ripete: esiste una frattura sempre più profonda fra i ricchi sempre più ricchi e i poveri che stanno sempre peggio e si fanno la guerra fra di loro».

Da maggio 1943 a giugno 2021 cosa è cambiato a Palermo?

«Palermo ha subito nel ‘900 la distruzione della natura della Conca d’Oro erigendo un altare all’abusivismo edilizio, alla mafia e al malaffare, una sorta di vocazione alla morte a cui la città si è consegnata anima e corpo di sua sponte. Ma già nel 43’ Palermo fu stravolta perché tutte le macerie causate dai bombardamenti furono buttate a mare allontanandolo fisicamente dalla città. È stata così violata la natura stessa di Palermo il cui nome significa “porto” e che era endemicamente votata all’accoglienza».

“Maggio ’43”, come tutti i suoi lavori, è frutto di un’indagine sul luogo e di uno scavo nei ricordi delle persone, in particolare in questo caso “i vecchi”: è un ribadire con forza quanto la “memoria” e il ruolo degli anziani sia un balsamo salvifico oggi più che mai?

«La vera panacea sta nel dialogo, nell’ascolto. I “vecchi”, in questo caso mio nonno e i miei zii, consegnavano parole al nipote che voleva sfruculiare i loro ricordi più dolorosi. Dove sta la salvezza? Nel cercare di essere empatici e provare a capire cosa succede all’altro. Quindi prima di esprimere un giudizio bisogna ascoltare ciò che l’altro sta provando a raccontarci».

E quale era il pregiudizio in agguato in questo caso?

«Che il racconto fosse legato solo ai lutti e all’atrocità della guerra. E non è così perché le loro storie erano colme di ironia, filtro necessario per fare pace con l’orrore vissuto. Ma la grande interminabile lezione è che anche sotto le bombe, dentro la miseria e attanagliati dalla fame, il corpo continuava a desiderare e voleva la vita, il contatto con un’altra pelle, con altre labbra, bere il vino buono, sfamarsi, stare bene. È una verità che non dovremmo mai dimenticare ogni volta che ci si presenta di fronte un tema drammatico come ad esempio quello dello spostamento di massa delle persone».

Perché affidare il racconto a un ragazzino di 12 anni, Gioacchino?

«Perché innanzitutto io e tutto il mio pubblico abbiamo avuto 12 anni e questo stabilisce un metro comune. Poi perché a quell’età il corpo non si è ancora formato, sei in un limbo in cui non è entrato il sesso, né la malizia e la scaltrezza dell’adulto, riesci a mantenere quello sguardo di innocenza e quindi nel suo racconto non c’è spazio per il giudizio e il pregiudizio».

Perché il “cunto” e il canto, in pratica la musicalità, sono imprescindibili nelle tue narrazioni?

«Perché il canto ti porta in un altrove e in un altro tempo. Quando cantiamo cerchiamo di re-intonarci con le voci che ci pre-esistevano e continueranno a esserci dopo di noi, la parola si fa carne e in quell’istante tutti quelli che ci hanno preceduto e quelli che ci seguiranno sono simultaneamente in quel punto lì. Sul palcoscenico insieme a me ci sono tutti quei personaggi che provo a incarnare. Io ho capito che il mio teatro fondamentalmente è un continuo dialogo fra i vivi e i morti».

Come fa uno spettacolo come “Maggio ’43”, ricco di sicilianità idiomatiche, a essere compreso anche a Milano o al ghetto ebraico di Lublino?

«Perché il significante, il suono, arriva prima del significato e riesce a transitare in questo caso quella ferocia, quella crudezza che il nostro corpo conosce e la nostra mente elabora e traduce al di là del lessico usato».

Come vede Davide Enia il teatro post-pandemia?

«Non ho il dono della preveggenza ma so che la pandemia ci ha insegnato due cose: ogni progetto umano è fallibile e ogni disastro, ogni tenebra porta con sé un residuo di luce. E la luce sta nel fatto che c’è l’opportunità di fare tabula rasa. Se il teatro vorrà tornare esattamente al periodo pre-pandemico ripiomberà nello stato di catatonia precedente. Se invece utilizzerà l’occasione offerta dalla pandemia per riposizionarsi e scommettere, trovando il coraggio di osare e sbagliare, allora potrà rinascere alla grande».

Davide Enia avverte mai il desiderio di una popolarità che travalichi i confini del palcoscenico?

«Non mi interessa per niente. Ho degli amici famosi grazie al successo televisivo, ma non hanno una vita, non possono girare liberamente per strada assediati dalle persone che vogliono fare foto, parlare. La mia vita privata per me è sacra. I grandi sapienti dicevano che la massima aspirazione è la scomparsa, l’annullamento, il grande pensiero avanza per sottrazione. Una sovraesposizione è lesiva al lavoro e alla purezza della ricerca. Per come sono fatto io, che vivo immerso nell’umanità, un eccesso di fama mi porterebbe ad innalzare un muro fra me e le persone. Detto ciò è ovvio che non disdegnerei avere più “piccioli”, più soldi. In ogni caso io sono fatto per il teatro con la sua carnalità e il contatto fisico con gli spettatori, non voglio nutrirmi di virtuali folate di popolarità bensì di reali insicurezze teatrali».