Agorà

Londra. Addio a David Bowie, la star dei due volti

Andrea Pedrinelli lunedì 11 gennaio 2016
L’8 gennaio aveva compiuto 69 anni, nello stesso giorno in cui licenziava nel mondo “Blackstar”, rentrée discografica dopo tre anni di silenzio ed ennesima dimostrazione della sua capacità di stravolgere gli stereotipi del far canzoni per trasfigurare il pop traghettandolo su altri lidi, in questo caso un inatteso free jazz contaminato di non poche eco d’avanguardia. Ma David Bowie, alias David Robert Jones, nato a Brixton nei pressi di Londra nel 1947, era malato da tempo: anche se una volta tanto si era riusciti a non rendere di pubblico dominio qualcosa della sua vita, sotto i riflettori anche volutamente (e spesso pure troppo) sin dal debutto del 1967, con un disco (“David Bowie”) che vagava tra folk e vaudeville ed era ben lontano dalle idee innovative che ne avrebbero attraversato la carriera. L’impatto di “Blackstar”, fra l’altro lanciato da singoli sparsi fra serie televisive e scalette di musical, ha reso ancora più scioccante specie per i fan la notizia della scomparsa di David Bowie, avvenuta nella notte ed a lungo negata dai social, sino ad essere alfine purtroppo confermata dalla moglie e dal manager.

A ridosso del Duemila, Bowie fu eletto “artista più influente di tutti i tempi” da un ampio sondaggio svoltosi nel Regno Unito; e ancora nella cartella stampa di quello che rimarrà il suo ultimo album campeggia un commento della rivista “Rolling Stone” che paragona il Duca Bianco a Miles Davis, tratteggiando un parallelo fra l’inesausta capacità di Miles di rinnovare il jazz a costo di attirarsi addosso strali di ogni genere, dalla critica medesima in primis, e il periodico saper rimescolare le carte del pop-rock che ha contraddistinto la carriera di Bowie. Bisogna, a questo punto, essere però molto precisi nella valutazione dei mondi espressivi dei quali si è composta nel tempo la carriera dell’artista: una cosa è stata l’immagine, quel glamour provocatorio e ambiguo che dava un quid estetico di maggior appeal (per scelta precisa) alla musica, ma non era contenuto di essa; ben altro è stata appunto la musica stessa, un susseguirsi di non pochi dischi epocali per la loro capacità di unire a novità di sound la voglia di scuotere la società dalle fondamenta, in un canto spesso teatrale e drammatizzato con cui cantare il mondo fra omaggi e critiche allo star system americano, analisi del ruolo del musicista, tentativi di capire – rifacendosi molto a Orwell – il futuro della civiltà dell’immagine, epica dell’uomo al tempo stesso sfacciata e decadente, frequenti e incisive incursioni nell’analisi della psiche dell’individuo, la propria in primis. Capisaldi della discografia di David Bowie si rivelano essere già i primissimi album: “Space oddity”, futurismo puro del 1969, “The man who sold the world” (titolo rivelatore: l’uomo che vendette il mondo) del ’70, centrato sui rischi di una società tecnologica e influenzato dalle psicosi moderne, “The rise and fall of Ziggy Stardust” del ’72 centrato su una figura messianica chiamata a indicare al mondo i rischi di un’apocalisse etica prima ancora che fisica. Ziggy diverrà presto alter ego non voluto di Bowie, fino a spingere l’artista a dichiarare un ritiro dalle scene precoce poi mandato in fanteria, fortunatamente, dalla qualità creativa dei successivi dischi “Pin ups”, serie di cover che proiettò Bowie fra i pochi capaci di dare nuove linfe interpretative alla rivoluzione del rock che andava incancrenendosi, e soprattutto “Diamond dogs”, ispirato a Orwell e Burroughs e fra i più importanti per cogliere il parallelo fra un’immagine volutamente provocatoria sul piano sessuale e i contenuti, provocatori in ben altro modo, delle canzoni. Lungi comunque dal fermarsi a specchiarsi nella propria icona, pur se abilissimo a sfruttarne l’aura persistente nei decenni, Bowie è poi passato attraverso una lettura originalissima del soul (“Young americans”), pop sperimentale mescolato a surrealismo e voglia di riscattare il mondo dalle oscurità della civiltà punk-industriale (la celeberrima trilogia berlinese, “Low”, “Heroes”, “Lodger”), e passando anche per Broadway e il grande schermo è arrivato poi a “Let’s dance”, il disco più venduto della sua carriera, pop-dance adulta che sbanca le classifiche del mondo usando il linguaggio più facile per continuare però a riflettere sui pericoli della realtà. E’ qui, nell’83, che si verifica semmai una sorta di incartamento dell’artista, quasi costretto dentro l’icona estetica da egli stesso creata: e gli ci vorranno una decina d’anni per tornare capace di far arte incisiva pur dentro l’immagine, con “Outside” e le sue grida contro la paganizzazione della civiltà occidentale e lo svilimento del corpo quale oggetto. Dopo aver dato alle stampe il primo Cd-rom del rock e aver venduto (1996) la prima canzone in download su Internet, un Bowie sempre più diviso tra onorificenze, cinema e solidarietà ha poi atteso il 2003 di “Reality” per tornare a denunciare la decadenza del mondo – in brani ispirati non poco all’11 settembre – e addirittura il 2013 per il successivo disco di inediti “The next day”, ancora una volta incisivo quanto crepuscolare, a tratti apocalittico. Poi, la rinuncia ai live, la maestosa antologia del 50° di carriera, un annuncio di ritiro anche dalle scene e appunto “Blackstar”: disco lavorato con musicisti jazz, scritto ascoltando elettronica e hip-hop, approdato a sette brani ben più innovativi e “giovani” di quanto esca per solito di questi tempi dalle menti di artisti ben più giovani di Bowie. In “Blackstar”, dove il glamour è pura forma anestetizzata da ricerca ed ironia, Bowie rimandava a Coltrane, al free jazz, alle avanguardie, allo stesso Miles Davis; scomponeva il pop per riproporlo a un livello di suono e struttura ben più colto e maturo; parodiava il cantar d’amore retorico (“Girl loves me”), attaccava la società del denaro (“Dollar days”), e in “Lazarus”, tratto da una pièce teatrale ispirata al romanzo “L’uomo che cadde sulla terra” che vide il Duca Bianco protagonista al cinema nel ’76, cantava le “cicatrici dell’anima” dell’uomo che muore e risorge dentro l’incedere complesso e cupo di una realtà sempre più avvilente. David Bowie andrà nel tempo, crediamo, rivalutato per i contenuti di pensiero e le idee sonore: e andrà rivalutato ben più di quanto quella sua immagine certo in buona parte scelta, spesso sfacciata ma alfine pure subita, abbia permesso di fare nel corso della sua carriera. La sua voce capace di soul e rock, di teatralità e violenza espressiva, soprattutto ha letto e denunciato l’uomo sul ciglio di un burrone: quello di una modernità ahinoi disumanizzata, e sempre più priva di valori di qualsivoglia stampo. Questo, in fondo, le provocazioni di Bowie provavano a mettere a fuoco: e l’hanno fatto sino all’ultimo, regalandoci una sorta di esperanto musicale, fra passato e presente delle sonorità del pop-rock, che sapeva guardare al futuro e si auspica qualcuno, un giorno, sappia riprendere e portare avanti uscendo dalle logiche dello show-business per le quali l’immagine non è maschera, ma purtroppo volto. Per David Bowie, invece, e l’ha cantato sino all’ultimo anche con autoironia, l’icona era solo il rimando estetico di un’arte di contenuto, e serviva nella misura in cui aiutava col suo impatto – fra le righe, a volte, ma meno spesso di quanto sia apparso – a squarciare il velo dell’indifferenza sulla decadenza dell’uomo e del mondo.