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Intervista al biologo e filosofo Francisco J. Ayala. Darwin e l’occhio del calamaro

martedì 3 marzo 2009
Quando si intervista sull’evo­luzione il professor Franci­sco J. Ayala, biologo e filo­sofo che svetta nella comu­nità scientifica mondiale, bisogna sottoscrivere una fondamentale premessa metodologica: «Noi scien­ziati parliamo di Darwin, non di darwinismo né di neodarwinismo. Queste ideologie sono fuori della scienza». Professore, il nome di Darwin va le­gato più all’evoluzione o alla sele­zione naturale?«Darwin ha scoperto la selezione naturale. C’era stata la rivoluzione fi­sica, quella che parte da Copernico e attraverso Galileo arriva a Newton, ma non poteva coprire l’origine de­gli organismi. Perché, e come, la ma­no era stata disegnata per afferrare, l’occhio per vedere, le ali per vola­re? Tutto ciò non poteva essere spie­gato dalle leggi naturali e universa­li della fisica. Darwin scopre la sele­zione naturale nel 1838; aveva viag­giato per cinque anni attorno al mondo facendo ricerche e poi era andato a concludere i suoi studi a Cambridge. Per lui l’evoluzione era un fatto evidente ma occorreva tro­vare la legge naturale che la spiega. Nel 1938 scrive nel suo diario: 'Ho trovato la chiave: è la selezione na­turale'». Oggi questo processo è su tutte le enciclopedie. Ma come lo ricostruì e lo descrisse lui?«Quando si hanno variazioni eredi­tarie favorevoli all’organismo, la va­riazione si moltiplica; quando sono sfavorevoli, la variazione viene eli­minata. La ragione? L’organismo che subisce variazioni sfavorevoli a­vrà meno discendenti. E l’obiettivo è salvaguardare il futuro della specie. Ci sono organismi che hanno mani per prendere, occhi per vedere oppure ali per volare, in quan­to per milioni e mi­lioni di anni si sono accumulate varia­zioni ereditarie fa­vorevoli». Darwin si accorge subito che la sua teoria è rivoluzionaria? «Capisce che completa la rivoluzio­ne newtoniana. È possibile spiega­re con leggi e processi naturali la for­ma e la struttura di organi e organi­smi viventi. Per dimostrare la sele­zione naturale salta i casi facili, con­centra la sua osservazione sui casi difficili, improbabili. Perciò non pubblica subito la sua teoria. Nel 1842 scrive uno schema di 50-60 pa­gine, nel 1844 o amplia in un saggio di 250 pagine e lo sottopone al giu­dizio di vari scienziati». Perché nei suoi studi sceglie picco­lissime creature marine? «Sono i casi più incerti e perciò più significativi. Lui vuol vedere se è possibile applicare lo schema della selezione naturale a speciali crosta­cei, i balanidi, che vivono attaccati alla roccia. Passa quattro anni a stu­diarli e pubblica tre libri. Perché i balanidi non si muovono e restano attaccati alla roccia, mentre le loro larve si muovono? Per anni estende la sua indagine anche all’orchidea, altro caso difficile da capire alla lu­ce della selezione naturale. È un fio­re splendido, a che cosa serve la sua rara bellezza? Darwin conclude che ha la funzione di attirare gli insetti perché distribuiscano il polline in altri fiori. Si occupa anche delle piante carnivore. E tutti i casi diffi­cili confermano la sua teoria. Così nel 1859 può pubblicare la sua ope­ra principale il cui titolo completo è L’origine delle specie per selezione naturale». Per far capire come funziona la se­lezione naturale, prenderà in esame l’evoluzione dell’occhio. Perché? «È organo di estrema complessità. Cominciamo da molluschi, chioc­ciole, vongole. Nei molluschi l’oc­chio è molto semplice, è fatto di po­che cellule, poi in altri animali ma­rini il numero aumenta, l’organo si struttura, fino ai calamari e ai poli­pi che hanno una ' camera eye' co­me gli esseri umani. Questi sono e­sempi chiari di come un organo da semplice diventi complesso». È proprio sull’occhio che danno battaglia i critici. Affermano che la selezione naturale non basta a spie­gare un organo che sembra invece il risultato di un processo di au­toformazione. «Noi dimostriamo che si può spie­gare benissimo. Un organismo, quando trova beneficio a disporre di un occhio più completo, si mi­gliora, riceve mutazioni favorevoli che vanno a vantaggio della specie. Al tempo di Darwin molti scienzia­ti accettavano l’evoluzione, come processo graduale di autoformazio­ne, di cambiamento generale. Ma Darwin dimostra che il cambia­mento avviene in modo diverso: al­cune cose cambiano e altre no, una cambia prima e una cambia dopo. Il processo non è graduale, la sele­zione naturale dipende dalle varia­zioni ereditarie e dall’ambiente». Non poteva neanche contare sulla scienza del Dna. «Anche oggi ci sono cose che la scienza non sa e che scopriremo in futuro. Al tempo di Darwin (morto nel 1882) non si era ancora trovato alcun ominide. Oggi ce ne sono mi­gliaia. Semmai si deve fare distin­zione fra cose che non sappiamo e cose che come scienziati non sa­premo mai. Per esempio, scienza e fede trattano di cose distinte. La scienza spiega i processi naturali con leggi naturali. La religione trat­ta invece del significato della vita e del nostro rapporto con Dio. La scienza non ha nulla da dire sulla creazione del mondo». Scienza e fede, evoluzione e crea­zione sono compatibili fra loro? «Come non pochi scienziati, riten­go conciliabili scienza e fede. Al "di­segno intelligente", però, muovo un’obiezione: i seguaci di questo movimento considerano la crea­zione come un evento completo e già concluso, e con ciò finiscono per attribuire al Creatore i difetti del cor­po umano. La mandibola non è suf­ficientemente grande per i nostri denti, il canale attraverso il quale deve passare il bambino, nel mo­mento in cui nasce, è troppo stret­to per la sua testa; il sistema ripro­duttivo umano non è perfetto, al punto che il 20% delle gravidanze si conclude in un aborto spontaneo nei primi due mesi». I teologi descrivono la realtà come frutto di una «creatio continua». «Dio sta creando continuamente, ma attraverso le leggi naturali. E Darwin e la teoria della selezione naturale non implicano materiali­smo metafisico, non negano l’esi­stenza di Dio, né i valori spirituali e morali».