Agorà

Il caso. Il Cristo troppo umano di D'Annunzio

Pietro Gibellini giovedì 25 febbraio 2021

Lo scrittore Gabriele d’Annunzio

Tra le molte opere progettate e non compiute da D’Annunzio figura una Vita di Gesù, che lo scrittore annunciava a Treves nel 1893. L’opera non uscì mai, ma sul Figlio dell’uomo vertono alcune delle brevi 'prose di ricerca' incluse nelle Faville del maglio e alcune pagine di altri libri, nonché appunti rimasti nei taccuini o fra le carte del Vittoriale. Questi scritti sono ora utilmente raccolti da Angelo Piero Capppello, con una brillante prefazione di Giordano Bruno Guerri, dinamico presidente del Vittoriale ( Studi su Gesù, Ianieri, pagine 1987, euro 16). Cappello, che vanta una robusta serie di studi dannunziani, offre dunque l’opportunità di leggere, oltre ai frammenti autografi inediti, pagine sparse in vari libri difficilmente raggiungibili, senza questo filo d’Arianna che orienta il lettore nel labirinto degli scritti dannunziani.

Nell’ampio saggio introduttivo, Cappello delinea l’evoluzione della immagine di Gesù nella storia artistica e intellettuale dello scrittore, distinguendo il 'Cristo estetico' della prima fase (1884-1910), quello 'etico' della seconda (1910-16) e quello 'profetico' dell’ultima (1916-18). Un discorso articolato e competente, com’era da aspettarsi. Ma veniamo ai testi. L’autore li dispone per genere, in sequenza grosso modo cronologica: gli appunti, i taccuini, le tre 'parabole' (del figlio prodigo, del ricco epulone, delle vergini fatue), i due articoli sul Cristo scolpito da Domenico Trentacoste, gli 'studi vari' (ma ce n’è uno solo, Il vangelo secondo l’Avversario), e gli 'Studi della morte', con stralci della Contemplazione, dal Notturno e dal Libro segreto. In tal modo risulta scorporato il nucleo della cristologia assemblato dall’autore nelle Faville del maglio: è introdotto dal Vangelo secondo l’Avversario, la lunga prosa in cui l’io-narrante immagina di incontrare il Nazareno sulla via del Calvario, rivelandosi per quel bimbo caduto da una terrazza e che Gesù bambino aveva risuscitato. Seguono le tre Parabole del bellissimo nemico, che vanno numerate correttamente, rimediando a un pasticcio perpetuatosi anche nei 'Meridiani' Mondadori, per cui viene incluso tra le parabole il Vangelo e ne resta fuori quella delle Vergini; infine le due statue di Trentacoste, il Cristo deposto e quello resuscitato. Le altre pagine, aiutano, certo, ad arricchire l’idea che del Redentore aveva D’Annunzio; e avrebbero aiutato le poesie, se l’antologia le avesse contemplate, a partire dall’ode Per la morte di un capolavoro, ovvero l’affresco leonardesco dell’Ultima cena.

Ma il nucleo concettuale e letterario della cristologia dannunziana è proprio in queste cinque prose che l’autore volle riunite. Diciamo sùbito che la rilettura conferma quanto scrissi in anni lontani e recenti. Il Vangelo secondo Gabriele continua a sembrarmi 'apocrifo' per la sua intima sostanza morale, e non solo perché attinge ai vangeli non canonici vari episodi, come quello già ricordato del ragazzino morto per una caduta mentre giocava con lui, che Gesù risuscita, facendo però morire per castigo (sic!) chi l’aveva ingiustamente accusato di aver causato la disgrazia. La sostanza spirituale della Buona novella è distante dall’autore, che preferisce celebrare Parvàdi, la sacerdotessa induista dei culti erotici. Le Tre parabole mi si confermano 'controparabole' al limite della blasfemia; per lo scrittore, infatti, la scelta giusta l’hanno fatta i personaggi che il testo sacro presenta come negativi: il figliol prodigo ha dissipato l’eredità nel lusso e nel piacere, imparando però dai greci raffinatezze ignote al fratello e ai rozzi ebrei; il ricco epulone, che D’Annunzio trasforma in un sadico assassino, convince il povero Lazzaro a lasciare il paradiso e a raggiungerlo agli ìnferi per sentir narrare nuovamente le sue storie di lussuria e bellezza; le vergini fatue fecero bene a preferire la gioia del canto e della danza anziché controllare l’olio nelle lampade.

Risulta chiaro che i protagonisti dei tre apologhi, compresa la leader delle vergini, sono controfigure dell’autore, scialacquatore, esteta ed edonista. Nel Vangelo secondo l’Avversario, invece, D’Annunzio si esprime in prima persona, come agens e come auctor. Il personaggio narrante è un compagno d’infanzia del Cristo, che chiama Iàson ed Eliacim, dunque con il nome greco e quello semitico, confluenza della civiltà classico- pagana e di quella ebraica (anche il suo Figliol prodigo mescola sangue ellenico ed ebreo). Leggendo queste pagine, viene alla mente quanto di D’Annunzio scriveva Natalino Sapegno: che costringe spesso ad ammirarlo, non di rado infastidisce, non commuove mai. Nel libro, ammirevoli sono molte pagine; irritanti le tre parabole, che spoetizzarono un fine letterato come don Cesare Angelini, già estimatore di Gabriele. A parte il messaggio morale, capovolto rispetto al testo sacro, e i segnali inquietanti di sadismo e di necrofilia lo stile con cui l’autore cerca di mimare i ritmi e le immagini della fonte cade nel manierismo. Ammirevole, invece, risulta la lunga favilla dell’Avversario, giocata sull’incontro di due titani: l’io-narrante, cercatore di verità, interroga Gesù, che sente suo pari e fratello; ma il Rabbi tace, come davanti a Pilato.

Con il suo innegabile intuito D’Annunzio non si appiattisce sulla rigida posizione dell’incredulo, ma di chi indaga il mistero. Certo, il suo Iason-Eliacim non è l’Unto del Signore, ma uno dei 'Grandi iniziati', come lo vide Edourad Schuré in qual saggio del 1889, decisivo per D’Annunzio; un illuminato da affiancare a Ramakrishna e a Platone. Ogni prospettiva metafisica è esclusa, e a ragione Guerri insiste sulla umana fragilità del Gesù dannunziano. Chi cercò di cogliere una conversione cristiana nel D’Annunzio della Contemplazione della morte, provi a rileggere il passo in cui, dopo aver vegliato l’amico morente, l’autore assiste al parto della sua levriera: alla dinamica cristiana passione-resurrezione egli contrappone la rigenerazione senza patimento delle creature terrestri. A parte la fede, la morale evangelica è estranea allo scrittore; il quale non può definirsi etico, e profetico solo negli scritti politico e militari: lì ricorre strumentalmente al lessico e all’immaginario cristologico per celebrare la guerra; la patria è una causa per cui si può anche sacrificare in cerca della 'bella morte'; ma l’'inutile strage' resta una macchia indelebile per chi la volle. Ammirevole in parte, irritante in parte: ma commovente, davvero mai? D’Annunzio riesce a esserlo quando, attraverso il filtro del-l’arte, si immedesima in Gesù scolpito da Trentacoste o dipinto da Tintoretto. L’ekphrasis allora si fa racconto con l’Uomo incompreso e dolente, e l’egolatria cede alla umana compassione.