Agorà

Intervista. Nino D'Angelo, l'oro di Napoli

Massimiliano Castellani martedì 20 giugno 2017

«"Ecco arrivo zì Carmè! Scusate", è mia zia Carmela che mi chiama dall’altra stanza. Tiene ottant’anni... eppure mi tratta e mi vede ancora come quando ero un bambino. E a me questa cosa mi piace assai. È bello restare un po’ bambini, sentire il calore di chi ti vuole bene per quello che sei, “a prescindere”, come diceva l’immenso Totò». Comincia così il viaggio nel ventre di Napoli assieme a Nino D’Angelo. Uno degli ultimi figli di quella cultura partenopea verace. Domani l’ex caschetto d’oro dei B-movie, il principino neomelodico dei “bassi” di San Pietro a Patierno (periferia nordorientale di Napoli), l’indimenticabile scugnizzo di ’Nu jeans e ’na maglietta compie sessant’anni. E per festeggiarli, sabato 24 giugno sarà re per una notte nello stadio che fu il regno di Diego Armando Maradona. Il “Nino” d’oro torna a essere Quel ragazzo della Curva B: salirà sul palco dello stadio San Paolo per una data unica e imperdibile di “Concerto 6.0”. «Un progetto che in autunno proseguirà col dvd dello spettacolo e un triplo disco I miei più grandi insuccessi, spiega divertito l’eterno ragazzo della Curva B.

La canzone divenne l’inno - non ufficiale - e portò bene: spinse il Napoli di Maradona a vincere il primo scudetto (stagione 1986-’87).

«Che tempi... Maradona? L’amico di tante serate. Con Diego ci accomunano le origini, il venire dal niente o dal poco: conosciamo bene le sofferenze e i sacrifici fatti per lasciarci alle spalle la povertà e vorremmo che la vita fosse un po’ più tenera e generosa con tutti».

Se lo immaginava che lo scugnizzo che vendeva gelati alla stazione di Napoli Centrale un giorno sarebbe arrivato a cantare al San Paolo davanti a ventimila persone?

«È uno di quei desideri nato e cresciuto come me, per la strada. È lì che ho imparato tutto ciò che so, ascoltando le voci e i rumori della gente. Mammà non teneva i soldi per farmi studiare. Mio padre emigrò al nord, operaio a Lecco: spediva lo stipendio a casa per poter sfamare sei figli. Ma non bastava mai per tutti. Così, io che ero il più grande, a tredici anni ho lasciato la scuola e sono andato a lavorare».

Questo è un po’ l’inizio anche di L’ignorante intelligente, titolo della sua autobiografia e parte dello spettacolo di teatro-canzone Senza giacca e cravatta.

«La mia, è la storia dello scugnizzo autodidatta. Ho vissuto come tutti i figli dei figli della guerra, mangiando speranze e ingegnandomi con la fantasia. Non avevamo niente, tranne la miseria. E quella mi offendeva, mi faceva star male. Ma nun ce stava ’u tiempo né per chiagnere (per piangere) e tanto meno per la noia. Poi col tempo, ho scoperto che con la passione e il talento i grandi sogni si possono anche realizzare».

Le canzoni dallo stile “ninomelodico” vendevano milioni di copie. E al cinema, i film “fotoromanzati”, dal suo debutto, nel 1981, in Fatalitàdi Ninì Grassia, fino alla sua prima regia Giuro che ti amo (1986), sbancavano al botteghino. Ma la critica la massacrava definendola un “prodotto sottoculturale”.

«Non smetterò mai di ringraziare un intellettuale onesto e coraggioso come Goffredo Fofi. È stato lui a sdoganarmi e a comprendere il senso profondo di un brano come Ciucculatina d’ ’a ferrovia e a dire ad alta voce che io non ero semplicemente un cantante neomelodico, ma la vera voce del sottoproletariato napoletano. Con ’O studente denunciavo il classismo che da sempre in questa città ostacola le relazioni tra i figli dei poveri e quelli della Napoli altolocata».

Vuol dire che Napoli è vittima anche della piaga del classismo?

«Una piaga che oggi sanguina sempre di più. I poveri che erano nati e cresciuti nel centro storico, nel cuore di Napoli, sono stati “deportati” nei gabbiotti, nei casermoni delle periferie di Ponticelli, a Scampia... rendendo un bel servizio alla camorra che lì ha il suo serbatoio della manovalanza. Ma state attenti, non fidatevi del luogo comune: la vera cultura millenaria di questa città non è quella che passa in tv o al cinema con “Gomorra”, quella è sottocultura, da cui ci si può salvare solo seguendo la via che ci indicò Pasolini: la cultura come riscatto».

Come si è salvato il giovane Nino D’Angelo?

«Con la musica e l’amore della gente che ha creduto in quello che canto, che è poi ciò che sono. L’amore di Napoli mi ha guarito dal “male oscuro”, la depressione in cui ero piombato all’inizio degli anni ’90. Fu quando persi i miei genitori e ormai mi stava stretta quella “maschera” del caschetto, perché sotto quel ciuffo biondo e dentro di me c’era molto di più. Dovevo solo esprimerlo attraverso altre forme artistiche».

La prima a intuirlo fu la regista Roberta Torre che girò il docufilm La vita a volo d’angelo.

«Fu un successone al Festival di Venezia (1996) e io poi mi sdebitati componendo la colonna sonora del film della Torre, Tano da morirecon cui vinsi il David di Donatello come miglior musicista e il Nastro d’argento per la migliore musica da film. Poi è venuto un bel ruolo in Il cuore altrove di Pupi Avati e ormai ero finalmente libero di volare».

Voli continui, dal musical al grande schermo, cinque partecipazioni al Festival di Sanremo e in mezzo tanto teatro.

«In Raffaele Viviani, in questo Brecht che scrive in dialetto napoletano, ho scoperto la mia anima teatrale.Viviani racconta gli ultimi mettendosi sul loro piano. Eduardo De Filippo fa lo stesso, ma dalla prospettiva del borghese... Il teatro per me è anche una grande opportunità sociale e di sostegno ai giovani napoletani, per questo sono tornato alla “lotta”, alla direzione artistica del Trianon».

Con la sua musica Nino D’Angelo continua a raccontare Napoli e il messaggio arrivò persino a Miles Davis...

«Vado fiero di una cosa, quando in Italia non mi volevano neppure nelle balere la mia musica è entrata all’Olympia di Parigi, alla Royal Albert Hall di Londra, all’Academy Music di Brooklyn e al Madison Square Garden di New York. Ero il “terrone” che esportava la melodia napoletana nel mondo. Da noi, solo quell’uomo coltissimo e sensibile di Lucio Dalla amava le mie canzoni. Quando ci trovammo a Napoli una notte lo portai a vedere la casa dove ero nato e si emozionò quando gli dissi che però la mia casa non c’era più. Ah, Miles Davis è una storia fantastica... Ascoltò la mia voce alla radio mentre viaggiava in taxi e andò a comprarsi tutti i dischi e grazie a lui poi collaborai con Billy Preston».

Per molti critici e detrattori lei invece è rimasto l’erede di Mario Merola.

«Mario rimane il re della sceneggiata, è stato un grande e lo ricordo con affetto. Ma il mio maestro è Sergio Bruni e il mio mestiere è fare il cantante napoletano perché canto e vivo questa città. Cosa che stanno provando a fare giovani interessanti come Maldestro (suo nonno, Antonio Prestieri, è stato il mio primo impresario), Clementino e tanti altri che saliranno sul palco con me al San Paolo».

E di Gigi D’Alessio e della “vecchia guardia” partenopea cosa ne pensa?

«Gigi D’Alessio canta anche in napoletano, ma non è un cantante napoletano. Enzo Avitabile è tornato a fare il cantante napoletano passando per “le tarantelle black”. Tutti noi siamo debitori del grande maestro Peter Gabriel che ci ha insegnato il valore supremo, quello del suono».

E le altre due grandi anime di Napoli, Pino Daniele e Massimo Troisi che cosa le hanno insegnato?

«Prima di tutto che di artisti come loro, purtroppo, non ne nascono più. Pino rimane uno dei più grandi musicisti del ’900. Massimo mi volle nella nazionale dei “calciattori”, ma siccome il pallone ce l’aveva lui mi accolse dicendomi: “Se non ti sei portato il pallone non ti posso far giocare” - sorride. Mi sarebbe tanto piaciuto fare un film con Troisi, così come ora il mio sogno è fare un ruolo alla “Mi manda Picone”. Ma sono orgoglioso di aver recitato e composto la colonna sonora di Falchi per la regia di mio figlio, Toni D’Angelo».

Domani, che regalo di compleanno le piacerebbe ricevere?

«Rivedere la gioia che sprizzavano gli occhi di mia madre il giorno che gli regalai la casa... Grazie a Dio sono un uomo fortunato che non ha bisogno di niente. Sono un marito innamorato e un padre che ha imparato dai figli: tante volte ho chiesto loro il significato di una parola... Ecco, più che un regalo ho un desiderio: vedere Napoli e questo Paese migliori di adesso, sfruttando il potere della cultura».