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INTERVISTA AL REGISTA. D'Alatri: metto in scena i malati di consumismo

Angela Calvini mercoledì 30 novembre 2011

Ci sono persone che non riescono a separarsi dalle cose e accumulano tutto nelle loro case finché gli oggetti non li sommergono. In America si chiamano "hoarder". «Si tratta di una psicosi moderna figlia del consumismo» spiega Alessandro D’Alatri regista di Tante belle cose, commedia grottesca scritta da Edoardo Erba ora al Teatro Manzoni di Milano. Mentre in contemporanea è in tournée con Scene da un matrimonio da Bergman (da oggi a Torino), a Milano D’Alatri propone ironia e divertimento con un cast azzeccato, Maria Amelia Monti e Gianfelice Imparato in testa, oltre alle musiche originali di Cesare Cremonini. Lei è un’infermiera incapace di liberarsi dei suoi oggetti, lui l’amministratore di condominio che dovrebbe sfrattarla spinto dai vicini che non la sopportano.

D’Alatri, ma chi sono questi «accumulatori»?L’idea l’ha avuta Alessandro Gassman che negli Stati Uniti ha visto un reality su queste persone dalle case straripanti di oggetti, aiutate da uno psicologo per liberarsene. Ha telefonato subito a Erba per farne una commedia. Ne è uscito un lavoro dove si ride, ma dove c’è estrema tenerezza per le fragilità umane.Siamo vittime di una società commerciale che costringe all’accumulo del superfluo?Il tema è di un’attualità straordinaria. Si tratta di una vera patologia. Più si va avanti, più si fa fatica a liberarsi di tutto. È una commedia che invita a riflettere sul nostro comportamento. Perché abbiamo cambiato tanti telefonini, tenendo però tutti i vecchi caricatori? Perché, se una cosa è rotta al posto di buttarla via, la riponiamo pensando che potrebbe tornarci utile? In questo atteggiamento c’è il consumo e la negazione del consumo. Dentro di noi, probabilmente, si scatena una  reazione all’eccesso di merci entrate nella nostra vita. C’è come il bisogno di riciclare, di non sprecare.Ci si riconosce anche lei?Chi di noi non ha i cassetti pieni di confusione? Per esempio, io a casa ho un computer vecchissimo, fra i primi usciti, e campeggia ancora sulla mia scrivania, inutilizzato. Una volta non avevamo le case così piene: io sono figlio degli anni 60, a un certo punto sono arrivate le automobili, il frigorifero, il boom economico che ha trasformato la civiltà contadina. Ed oggi ne siamo travolti. La crisi economica ci aiuterà a cambiare?Dovremmo fare autocritica con un po’ di ironia. La parola "crisi" in greco e cinese significa crescita: la crisi ci educherà a migliorarci, altrimenti soccomberemo. Io nei momenti peggiori, ho sempre trovato motivi per crescere.Ne parlerà anche al cinema?In qualche modo sì. In primavera girerò un nuovo film sui comportamenti della coppia, dopo Casomai. Racconterò in modo divertente i ruoli diversi che spettano a maschi e femmine in un matrimonio.