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La storia. Cucinelli, l’oratorio laico è il mio calcio

Massimiliano Castellani mercoledì 1 ottobre 2014
«Il mio amico padre Ibrahim Faltas (francescano nato in Egitto, Economo della Custodia di Terra Santa, ndr) una volta mi ha detto: Brunello, se tu prendi un bambino palestinese e uno israeliano e gli metti davanti una pistola e un pallone da calcio, puoi stare certo che tutti e due andranno incontro al pallone. E poi giocheranno insieme...». Questa è una delle immagini che hanno convinto il “Principe” del cachemire, Brunello Cucinelli, ultimo mecenate nella sua corte olivettiana del castello di Solomeo, a tracciare definitivamente una linea sul calcio professionistico, per tornare a quello “puro”, di stampo oratoriale. Il suo Castel Rigone passato in pochi anni dalla Terza categoria fino alla vecchia Serie C, dopo la retrocessione dalla Seconda divisione non è stato iscritto al campionato dilettanti. Patron Cucinelli ha preferito cambiare “campo” trasformando il club nel primo «Oratorio laico» del calcio italiano. È l’ennesima idea forte di un imprenditore illuminato che tiene a precisare: «Solo per motivi disciplinari ho esonerato più allenatori che manager della mia azienda». Un’azienda leader nel settore del cachemire (dove ha abolito la timbratura del cartellino per i 1.300 dipendenti) che nel 2013 ha chiuso ancora il bilancio con un prodigioso più 15% e le sue azioni in Borsa, nel 2012, hanno fatto registrare il rialzo record del 49% nell’arco di tempo di una partita di calcio.Numeri e strategie imprenditoriali che farebbero del Brunello di Solomeo il presidente ideale di un club di Serie A, ma lui ormai ha occhi e cuore solo per quei trenta “pulcini” , tra i 6 e i 12 anni, vietnamiti, africani e anche figli di italiani residenti a Perugia, «che due volte alla settimana arrivano qui, sulla collina che guarda al lago Trasimeno, accompagnati da papà e mamma per gli allenamenti diretti dai nostri educatori. Dopo la partitella c’è la merenda e poi se ne tornano felici a casa a fare in compiti». È questo il calcio che vorremmo tutti, quello più umano e più vero, e che Cucinelli sta realizzando nello stadio - senza barriere e dalla tribuna di legno - incastonato nel magnifico sipario rinascimentale che rapisce lo sguardo, come se ci si trovasse nel bel mezzo di un affresco del Perugino. E i “putti” qui sono i piccoli giocatori della squadra oratoriale. «L’ho chiamato Oratorio laico - dice - perché deve essere aperto a tutti. Sono convinto che anche su un campo di calcio il dialogo interreligioso che chiede papa Francesco si possa realizzare pienamente».L’Oratorio laico la prossima primavera avrà anche una seconda casa oltre a quella di Castel Rigone. «A Solomeo, a poca distanza dalla fabbrica, su sei ettari di parco stiamo realizzando un nuovo campo e una palestra per la pallavolo. L’ho voluto intitolare al mio vecchio parroco don Alberto Seri che fu un discepolo degnissimo di don Bosco e grande tifoso della “Provvidenza”, una guida che ha dato tanto a me e ai miei compagni di gioventù». L’eterna brigata degli amici della “Bottega del pane e del vino” che si ritrova ancora per le sfide settimanali in cui Cucinelli sfodera l’antica e ormai desueta arte della marcatura a uomo, stile Claudio Gentile al Mundial dell’82. «Mi piace giocare energico, con grinta, ma sempre nel rispetto delle regole. Perciò chi entra a far parte dell’Oratorio deve sapere che qui troverà sicuramente il divertimento e la possibilità di integrarsi in un gruppo multietnico, ma in cambio dovrà attenersi al nostro codice rigoroso che guarda al modello inglese. Quindi, massimo fair-play in campo e fuori... Per educare i figli - continua Cucinelli - bisogna partire dai genitori. E allora l’adulto italiano deve imparare che in tribuna si tifa “per” la propria squadra e non contro. Che all’avversario, specie quando è ospite, va garantito il rispetto e lo stesso discorso vale nei confronti dell’arbitro». La passata stagione, alcuni tifosi del Castel Rigone che si erano macchiati di insulti all’indirizzo del direttore di gara si sono visti recapitare a domicilio una lettera a firma del Presidente, in cui si leggeva: «Domenica prossima la sua presenza allo stadio non è gradita».Rispetto delle regole e massima pulizia, i primi due comandamenti dell’Oratorio laico del pallone. «A fine partita i giocatori del Castel Rigone, in casa come in trasferta, erano tenuti a lasciare lo spogliatoio pulito e in ordine così come lo avevano trovato. Anche questa è una piccola regola che è meglio trasmettere sin da piccoli, perché non può che aiutarli nella loro crescita. Così come devono sapere che le nostre partite si disputeranno al venerdì e al sabato, la domenica è fatta per stare in famiglia e per onorare ognuno il proprio credo». Per entrare a far parte della scuola calcio c’è da pagare un’iscrizione di 400 euro all’anno, «ma per le famiglie in difficoltà chiediamo una quota simbolica di 40 euro», interviene d’anticipo Cucinelli, convinto dal suo pensiero positivo che «la crisi economica in Italia ha subìto una scossa, che si rivelerà decisiva, nel momento in cui al soglio pontificio è salito papa Francesco: un uomo meraviglioso che ogni giorno ci invita ad essere i “custodi del creato”». Nella moda come nello sport, la missione che si è dato è quella di custodire la dignità umana, la bellezza del gioco, puntando alla condivisione valoriale e culturale. «Accetto e comprendo il “chi sono io per giudicare?”. Ma la mia volontà è di convincere. Che il calcio unisce e non divide mai lo dimostreremo una volta di più il prossimo giugno con il “Campus per la pace”. Un torneo pensato per squadre di ragazzi delle favelas sudamericane e africane, per ceceni, ucraini e russi, per palestinesi e israeliani a confronto. A Solomeo inviteremo a trascorrere una settimana cinquecento bimbi che giocheranno, parleranno, assisteranno agli spettacoli nel borgo e mangeranno insieme nella nostra mensa aziendale».Sarà il primo Mondiale interreligioso del calcio baby, che ha già trovato due testimonial entusiasti in Roberto Baggio e Roberto Mancini. «Ci sarà anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, uno che come me ha un approccio epicureo nella cura dell’anima sportiva. Il calcio può essere davvero metafora di vita a patto che alleniamo le coscienze al “pretendi il giusto e il resto ti sarà dato”.