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La scrittrice. Angie Cruz: «Sentirsi a casa nello spazio di confine»

Eugenio Giannetta martedì 25 maggio 2021

La scrittrice Angie Cruz

L’esperienza dell’emigrazione, la durezza, la possibilità di riscatto, sono temi che fanno parte della nostra quotidianità, da qualsiasi parte del mondo li si affronti. Lo sguardo di Angie Cruz, scrittrice e fondatrice di una rivista letteraria femminista transnazionale impegnata nella giustizia sociale, parte dalla storia di Ana, ragazzi di quindici anni che vive a Santo Domingo con la famiglia e quando riceve la proposta di matrimonio di Juan, un uomo che ha il doppio della sua età e le promette una nuova vita a New York, per sé e, in futuro, per i suoi cari, vive quella proposta come un’opportunità che tutta la sua famiglia non può perdere. A New York l’accoglie una città e una casa dove sperimenta la solitudine e la violenza. Il libro, pubblicato da Solferino, si intitola Dominicana (pagine 384, euro 18,00) e non racconta solo questa storia, ma la storia di chi è diviso tra due luoghi, la storia di donne immigrate dominicane, di cosa significhi essere lontani da casa, di economia e cittadinanza, violenza e politica.

Il suo romanzo è ispirato dalla storia di sua madre, immigrata negli Stati Uniti negli anni ’70 e data in sposa a un uomo con il doppio dei suoi anni con la speranza che il matrimonio assicurasse i visti per tutta la famiglia.

La mia famiglia è immigrata negli Stati Uniti negli anni ’70 ma il libro è ambientato negli anni ’60. Ho cambiato il periodo perché volevo prendere la giusta distanza. Quando ero bloccato con la trama, ho chiesto a mia madre: «Qual è una cosa nella tua vita che non riesci a immaginare possa accadere?». E lei ha detto: «Non credo mi innamorerò mai». È stato allora che ho capito che forse diamo per scontato l’amore. Quindi, anche se il libro è ispirato dalla storia di mia madre, il romanzo finisce per essere l’appagamento di un desiderio. Il marito di Ana, Juan, è vagamente basato su mio padre, che ho visto come un cattivo quando ero adolescente. Con Juan volevo superare un po’ della rabbia che provavo per lui.

Cosa possono fare gli scrittori per i grandi temi come l’immigrazione?

Ogni volta che guardo le notizie sono più inorridita, poi mi rimigrati trovo a sedere con persone che diranno con certezza di come non si possa fare nulla per la crisi climatica, per esempio, come se un futuro distopico fosse inevitabile o al di fuori del nostro controllo. Questo è il punto in cui non riusciamo a immaginare un’altra realtà. Penso sia per questo che scrivo narrativa, perché permette che l’impossibile sia possibile. A volte dimentichiamo che anche noi possiamo contribuire a ciò che accade nel mondo, abbiamo solo bisogno di coraggio per fare la cosa giusta. Per iscritto possiamo cambiare la storia.

Come sono rappresentati gli immigrati dominicani dai media?

I dominicani costituiscono l’8 o il 9 per cento della popolazione di New York. Siamo circa 650mila oggi e non ho mai visto un dominicano raffigurato in un film o in un programma tv a New York. I latini comprano più biglietti per il cinema pro capite, ma dei 1.200 film che hanno incassato di più dal 2007 al 2018 solo il 3% degli attori protagonisti erano latini. In questo momento negli Stati Uniti la comunità latina rappresenta il 19% della popolazione. Non saresti mai in grado di saperlo se guardassi un programma o un film ambientato negli Stati Uniti, o se entrassi in una libreria. Le nostre storie non sono ben rappresentate. Non avere le nostre storie raccontate, o peggio, stereotipate, nei principali programmi, limita la visione della nostra identità.

Sembra che la pubblicazione di Dominicana abbia facilitato il dialogo tra le persone, che usano il libro per affrontare il silenzio su violenza domestica e abusi. È così?

Conosciamo tutti qualcuno che ha situazioni di abuso o è sopravvissuto, e tuttavia non se ne parla quasi mai. Un lettore mi ha detto che il libro lo ha fatto così arrabbiare che l’ha gettato contro il muro. Era alla disperata ricerca di un lieto fine. La mia risposta? Usiamo la nostra rabbia e cambiamo il sistema, le leggi, la cultura, in modo che la vulnerabilità delle donne ovunque sia un’anomalia e una pratica non comune.

Come per molti immigrati, il concetto di casa si divide nello sdoppiamento dei luoghi. È stato così anche per lei?

Sono nata a New York con genitori immigrati e per tutta la vita ho viaggiato da e per la Repubblica Dominicana. Non mi sono mai sentita come se appartenessi a un luogo, mi sento a casa nello spazio di confine, tra le lingue, e davvero a casa quando viaggio. Per quanto riguarda un personaggio come Ana, è stata costretta a trasferirsi a causa delle circostanze economiche e il motivo per cui così tanti paesi dell’America Latina e dei Caraibi hanno così tante persone in partenza per una vita migliore è a causa dell’eredità del colonialismo. Per questo scrivere sui modi in cui le storie e città si interconnettono è importante, soprattutto con la crescente xenofobia verso gli immigrati.

Com'è oggi la situazione politica in Repubblica Dominicana?

Non so molto della situazione politica, ma i femminicidi sono più alti in Repubblica Dominicana che in tutta l'America Latina. 357 donne sono state uccise dal loro ex partner negli ultimi quattro anni.

Può parlarmi di "Aster(ix)", del lavoro che fa e degli spazi che crea?

"Aster(ix)" è una rivista di arte letteraria femminista transnazionale impegnata nella giustizia sociale e nella traduzione, che pone le donne di colore al centro. L’idea è stata creare spazi in cui sperimentare anche in forma anonima, senza l’ansia della notorietà e la pressione dell’identità, ma scrivendo in modo completamente libero.