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Agorà

Il cantautore. Cristicchi dal Kenya ad Assisi: «La cura è amare l'altro»

Lucia Bellaspiga giovedì 3 ottobre 2019

Una settimana in Kenya nella baraccopoli più affollata del mondo. È l’ultima sana follia nella vita del cantautore Simone Cristicchi, «una delle tante coincidenze che da qualche tempo mi accadono. O forse dovrei dire Dio/incidenze. Come le chiama un’amica suora». È appena tornato dall’Africa e ancora conserva lo stupore, «sono rimasto colpito dal vedere, con i miei occhi, sostegni economici che si trasformano davvero in qualcosa di concreto. Tra raccolte di fondi e numeri solidali a volte ti chiedi dove andranno a finire i tuoi soldi, invece lì ho toccato con mano: ah guarda, una cisterna di acqua potabile, ah guarda, una scuola colma di bambini che studiano, ah guarda, decine di piccolini in fila per essere vaccinati. Può sembrare scontato, ma percepire tra la gente il rispetto di cui godeva la maglietta che indossavo mi ha fatto capire che stavo facendo la cosa giusta».

La «cosa giusta» è aver aderito alla campagna di Amref (organizzazione sanitaria che dal 1957 lavora nel continente africano), per contribuire a una nuova narrazione dell’Africa, lontana dai soliti cliché drammatici, capace di raccontare realisticamente anche le grandi potenzialità e i passi avanti del continente. Una campagna sferzante fin dal gioco di parole del titolo, Non aiutateci per carità, «apparentemente l’invito paradossale a non dare una mano, in realtà l’ammonimento a farlo non per pietismo», spiega Cristicchi.

Da qui il viaggio in Kenya, con un cineoperatore che ha registrato le sue giornate per raccontare in un documentario le povertà, ma anche le storie positive e i grandi insegnamenti. «Ad esempio mi ha commosso vedere l’amore che lì i bambini hanno per la loro scuola e l’uniforme, ne vanno fierissimi, sono letteralmente assetati di sapere. In famiglie povere che hanno nove o dieci figli, la strada è l’imbuto in cui spariscono, la scuola è il porto sicuro, il luogo in cui cominciare a edificare il sogno di cosa fare da grandi». Sogni, chissà perché, diversi nelle zone rurali rispetto ai centri urbani: «A Nairobi i maschi vogliono tutti diventare meccanici, nelle campagne volano più alto, sono tutti futuri medici, piloti... È come se la città restringesse i desideri e la campagna li lasciasse spaziare». E poi c’è la grande lezione della “comunità”, del tessuto sociale che ancora tiene, persino nell’inferno di Kybera, baraccopoli di fango e lamiere con fogne a cielo aperto, dove girava scortato da soldati armati di mitra: «Alla fine anche lì se la cavano perché sono uniti».

Sembra di sentire Abbi cura di me l’ultimo successo sanremese del cantautore romano, nel suo verso più struggente, «abbracciami se avrò paura di cadere, che siamo in equilibrio sulla parola insieme». E infatti l’hanno cantata nelle aule africane decine di bambini sorridenti, guardando nella telecamera e ripetendolo in coro, Abbi cura di me. «Questa è un’altra lezione positiva – continua Cristicchi –, la gioia di bambini che sarebbe normale se fossero arrabbiati con la vita. A una maestra abbiamo chiesto che cosa significhi essere un bambino in Africa e lei, con fierezza: che è nato in Africa e che vive in Africa, punto. La dignità nella povertà è l’insegnamento più grande».

Tommaso, 11 anni, e Stella, 7, a papà Simone hanno chiesto perché non abbia portato a casa qualcuno di quei piccoli. «Ho sentito che grande attaccamento c’è alla terra, alla cultura, al villaggio, loro vogliono restare lì, come chiunque al mondo vuole restare a casa sua, ed è stato bello percepirlo. Sradicare una persona e portarla qui è un po’ un delitto, aiutarli a restare dove sono non è uno slogan, è giustizia ». Impossibile scindere il Cristicchi africano da quello che, da anni, percorre mille strade alla ricerca di un Oltre. Prossima tappa domani ad Assisi con il “Concerto per la Vita” a favore del Serafico: «Donare la voce per un istituto storico che si occupa di ragazzini ciechi e sordi dà un senso ulteriore al mio lavoro, ma mi aiuta anche nel mio cammino spirituale – spiega –. Grazie a Mogòl, che ha visitato il Serafico e ne è rimasto profondamente colpito, io e una quindicina di artisti ci esibiremo con un obiettivo alto. Cosa canterò? Certamente Abbi cura di me, perché è diventato strumento di vita per tante persone. Dopo Sanremo mi ha scritto una ragazza, Barbara, «sono in chemioterapia e questa canzone mi dà la forza per lottare», per me è stato come vincere un primo premio.

E poi tante scuole mi mandano i video perché la studiano in classe, ma viene anche cantata a Messa, nei matrimoni, spesso persino nei funerali, abbi cura di me detto al tuo caro che va in Cielo... Questa canzone è una richiesta e un’offerta d’amore valida per ogni persona su questa terra». E infatti mostra il video di Martin, 27 anni, ex bambino di strada a Dagoretti, sobborgo di Nairobi, un tempo salvato da Amref, oggi musicista professionista, nome d’arte Papillon perché – dice – era bruco ed è farfalla. «L’amore è la scintilla divina che custodisci nel cuore», cantano insieme in italiano... Non solo belle parole ma, dice il testo, «sassi di miniera che ho scavato a mani nude in una vita intera».

Perché Cristicchi, tra gli artisti più restii a parlare di se stesso, confessa: «Anch’io ho dovuto essere un bambino coraggioso, a 11 anni ho perso papà e questo mi ha gettato in un dramma profondo, mi sono chiuso in me stesso, vivevo in un mio mondo di fantasia perché odiavo l’altro. Così ho scoperto l’attitudine per il racconto grafico, disegnavo in modo compulsivo... Sono diventato un artista perché ho vissuto il dolore». Di recente ha ritrovato gli antichi quaderni di disegni, «rivederli è stato come sfogliare il percorso della mia guarigione, l’arte mi ha salvato la vita: mi ero incattivito, avevo lasciato tutto, avevo smesso di andare a catechismo, rifiutavo tutto tranne il disegno».

Poi a 16 anni la prima Dio/incidenza, una vecchia chitarra dimenticata da qualcuno in soffitta, «così ho scoperto la musica ed eccomi qui. Altrimenti non c’ero». L’ultima lezione la attende per domani dai bambini del Serafico. Un altro miglio nel suo peregrinare che non gli dà requie un istante, «sono in ascolto, sono pieno di interrogativi ma anche di speranze. Il mio concerto più bello e più estremo è quello che ho tenuto giorni fa in clausura dalle Carmelitane scalze di Piacenza, distaccate dal mondo ma solo in senso fisico, donne libere e felici, delle vere pile cariche. Ad Assisi voglio portare la loro energia».