Agorà

LA STORIA DEL CINEMA. «Cristiada», la rivolta per difendere la fede

Luca Pellegrini mercoledì 21 marzo 2012
​Le logge contro le chiese, un sedicente illuminismo riformista contro una vituperata metafisica, le leggi della plutocrazia contro le tradizioni della fede: un periodo turbolento si scatena nella prima metà del ’900 in Messico, quando la massoneria al potere si scaglia contro un cattolicesimo radicato. Fu la guerra dei cosiddetti cristeros, il cui nome deriva da Cristos Reyes, i «Cristi-Re», come gli avversari definivano con intento spregiativo gli insorti cattolici che combattevano al grido di «Viva Cristo Re!», riprendendo il tema della regalità di Cristo, all’epoca molto popolare e in sintonia con l’istituzione della festa di Cristo Re proclamata nel 1925 da Pio XI.Una guerra civile nata con l’imposizione di leggi laiciste e oppressive volute dal nuovo presidente messicano, massone e intransigente, il generale Plutarco Elías Calles. Lotta contro la Chiesa, le sue autonomie e le cosiddette «primitive» credenze del popolo al centro del programma presidenziale, condotto con rigidità assoluta e violenze ripetute, tali da far passare alla storia il personaggio con il nomignolo, poco lusinghiero, di Nerone messicano. Aveva, in effetti, incendiato una nazione e scatenato l’esercito governativo mandandolo a caccia, con vera furia iconoclasta, di fedeli e sacerdoti, che avevano addirittura proclamato la sospensione del culto pubblico.Su quei fatti ancora poco divulgati, e poco nobili per tutti, che finirono con una resa comune gravida di conseguenze, in cui brillarono intolleranze e fanatismi, ma anche molti dei martiri della terra messicana, Cristiada apre un sipario tragico e magniloquente. La rivolta, come il film, inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente (strascichi della storia ancora gravano sul Messico moderno), nel 1929, con l’accordo tra Governo e Santa Sede, che voleva evitare ulteriori spargimenti di sangue. Dean Wright firma con questo soggetto impegnativo la sua prima regia – fino ad oggi una vita al servizio degli effetti speciali – e per l’occasione viene chiamato un cast di stelle cine-televisive: Peter O’Toole, Andy Garcia, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac, convinti dall’intraprendente, giovane produttore messicano Pablo Jose Barroso per una produzione da 40 milioni di dollari («la più impegnativa nella storia del cinema messicano»), che ha occupato maestranze e tecnici locali per trentasei settimane.Un profluvio di musica, di lacrime, di pallottole, di eroismi piccoli e grandi, di frasi grondanti sentimenti, conversioni e testimonianze di fede, per «un film uscito dal cuore – confessa il produttore nel corso della proiezione di ieri all’Augustinianum di Roma – e non da un calcolo politico. Per dare un’immagine autentica del popolo messicano, del mio popolo, della sua lotta per la libertà di culto e di religione ed evitare che questo passato ritorni». Uscite previste? «Il 20 aprile in Messico, il primo giugno negli Stati Uniti (col titolo For greater glory)». E in Europa? «Non abbiamo per ora nessuna certezza che riusciremo a farlo uscire».