Agorà

Fede & scienza. Ma la cosmologia deve ritrovare l'idea di mistero

Roberto Righetto sabato 1 febbraio 2020

Vincent Van Gogh, «La notte stellata» (1889, particolare)

«Che l’universo sia creato non lo crede soltanto la fede, ma anche lo dimostra la ragione»: così Tommaso d’Aquino scriveva nel XIII secolo e sino a non molto tempo fa pareva un dato riconosciuto dai più. Ma negli ultimi decenni diversi scienziati, a partire da Stephen Hawking, hanno decretato che l’universo si è creato da solo. Il mondo in cui viviamo sarebbe uscito dal nulla senza aiuto alcuno. Ipotesi non dimostrata, ma certamente è vero che la scoperta degli esopianeti e la teoria del multiverso hanno portato molti uomini di scienza a prendere le distanze dall’esistenza di un Dio personale. Tutt’al più si ammette, come Paul Davies, una Mente universale, un Grande Ordinatore che permette che l’universo funzioni così com’è. Scrive Giorgio De Simone nel denso e avvincente volumetto Che cosa resta del cielo. Se Dio è spodestato dalla scienza (MC edizioni, pagine 158, euro 14,50): «Ecco così riaffacciarsi il più comprensibile diosostanza di Spinoza, il dio Causa sui, quell’impersonale ordine-disordine geometrico che regge il Tutto e in cui hanno creduto, con Einstein, tanti altri grandi della scienza fra cui la nostra Rita Levi Montalcini».

A parere di De Simone, scrittore e saggista, autore di diversi romanzi fra cui Il caso anima (Rizzoli 1988), l’invocazione dei cristiani «Padre nostro che sei nei cieli» oggi ha perso molto del suo significato originario proprio a causa della scienza. Il cielo che Dio ha creato non è più lo stesso che viene descritto dall’astrofisica, le cui acquisizioni hanno finito per scuotere la fede e dovrebbero essere esaminate con coraggio dalla teologia, come fece oltre cinquant’anni fa Teilhard de Chardin. Ma è proprio vero che il fatto di aver individuato miliardi di galassie e pianeti «ha abrogato Dio»? Cerchiamo di venirne a capo.

Secondo le più recenti rilevazioni, il nostro universo ha 13,8 miliardi di anni; la materia ordinaria è valutata circa un 4 per cento di cui la metà fatta di stelle e pianeti, mentre il restante 96 sarebbe materia oscura di cui il 70 per cento energia; è in programma in un tempo non troppo lontano la colonizzazione di Marte, pianeta su cui sono state trovate tracce di vita, ma sappiamo che esistono oltre cento miliardi di stelle e pianeti, per cui gli scienziati concordano pressoché unanimemente che da qualche parte nello spazio ci dev’essere un oggetto simile alla Terra; per non parlare dei buchi neri capaci di divorare corpi celesti e dei quali è stata persino fatta una foto pochi mesi fa.

Tutti numeri impressionanti che ci lasciano sbalorditi e che portano l’autore del volume a porsi domande inquietanti: il Dio che noi cristiani veneriamo è forse legato alla nostra concezione della Terra e del Cielo per come li conoscevamo e non è più sufficiente a spiegare l’esistenza di tanti mondi? Anche la teoria del multiverso, di cui fu antesignano a suo modo Giordano Bruno, pone altri interrogativi ponendosi quasi come una nuova metafisica. Dice De Simone: «Credevamo di essere figli di un progetto, di un disegno, di un pensiero divino. Ne eravamo sicuri. Adesso, nei sopraggiunti, Interminati Spazi, non siamo più sicuri di niente. Le domande ci braccano, ci afferrano, ci mordono e la Chiesa non ci aiuta, si è come ammutolita, se chiedi non risponde e sarà anche per questo che la fede è diventata una conquista ancora più difficile».

Per la verità, nell’enciclica Spe salvi, citata nel libro, Benedetto XVI affronta questi temi con accenti davvero nuovi come quando si riferisce a Gesù Cristo come alla più grande «mutazione mai avvenuta», al «salto decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova»; o come quando parla del nulla citando un antico epitaffio: « In nihili ab nihilo quam cito recidimus » (“Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo”). Davanti alle prospettive di una scienza che si allontana sempre più dalla fede, De Simone non demorde e cerca di delineare allo stesso modo di Ratzinger quello che dell’esperienza religiosa si può salvare.

Si tratta del concetto di mistero, che può ancora unire nonostante tutto il mondo della fede e quello della scienza, e soprattutto della resurrezione: «Dove dobbiamo guardare se non a Cristo risorto?». Sono le parole finali dei Fratelli Karamazov nella voce di Alëša. E sono le parole di Simone Weil che auspicava una «fisica soprannaturale» derivante dai Vangeli, non tanto per contrastare la scienza ma per porsi a un altro livello di conoscenza, altrettanto valido e oggettivo perché sperimentato, vale a dire quello spirituale. Come ha scritto san Paolo: «Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne».