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Paradossi del XXI secolo. La coscienza? Libera per le macchine, determinata per l'uomo

Andrea Vaccaro sabato 19 novembre 2016


Quanto a esseri umani, macchine, coscienza e volontà, la cultura contemporanea sembra spesso leggermente confusa. Consideriamo, ad esempio, il libero arbitrio, anzi l’agency, come è rigorosamente da dirsi oggi, per non rischiar di richiamare le radici cristiane della nostra civiltà. Ebbene, mentre certi neuroscienziati sacrificano l’umana libertà d’azione sull’altare del determinismo neurale, ecco che i tecnologi inneggiano all’ultima generazione di macchine dall’autonomo decision making. In breve, nella nuova narrazione della realtà, le macchine decidono liberamente, mentre gli umani non possono più farlo. Un celebre articolo di Harold J. Morowitz tratteggiava l’assurda situazione della scienza di inizio anni Ottanta quando la biologia spingeva per ridurre il soggetto umano a pura materia fisica e la fisica, contemporaneamente, inoltrandosi negli anfratti della quantistica, riscopriva l’ineliminabile presenza della soggettività proprio nello studio della materia più profonda. «Due treni che sfrecciano a grande velocità in direzione opposta», suggellava Morowitz.

Adesso la situazione è ancora più bizzarra. Su un binario, infatti, corre la neuroscienza che – sulla base di esperimenti come quelli di B. Libet (1983), J.- D. Haynes (2008) e, recentemente, A. Bear e P. Bloom (“Psychological Science”, aprile 2016) – non solo nega il libero arbitrio, ma addirittura umilia la stessa coscienza. L’io cosciente, in tale prospettiva, è solo un “garzone di bottega” che esegue gli ordini del padrone (l’organo fisico del cervello) e che, forse per darsi un tono, «riscrive la storia» (Bear-Bloom) come se quello che sta eseguendo fosse una propria meditata deliberazione. L’illusione della volontà cosciente (Mit Press 2002) è il titolo di un famoso libro di Daniel Wegner; «fantasia della scelta cosciente» operata da un «burattino biochimico» provoca Sam Harris in Free Will (2012). E mentre alcuni neuroscienziati s’impegnano in quest’opera di demolizione ontologica e morale della coscienza, ecco che però, sull’altro binario, i teorici della tecnologia più avanzata declamano il passaggio dall’era dell’Intelligenza artificiale a quella della Coscienza artificiale, ovvero delle Macchine pensanti e deliberanti autonomamente.

Qualcosa suona strano in tutto questo. Che senso ha ingegnarsi a “costruire” una coscienza artificiale quando si va appurando l’ingannevole inutilità di quella naturale? È forse per una forma di sadismo che vogliamo infliggere anche alle macchine tale istanza di auto-imbroglio e nefasta illusorietà? «Il risultato di tutte le nostre invenzioni e del nostro progresso sembra essere che le forze materiali vengono investite di vita spirituale e l’esistenza umana viene degradata a forza materiale»: così, in un’insolita veste profetica, scriveva Karl Marx nella Introduzione alla critica di politica economica.

A guardar più approfonditamente, tuttavia, sotto l’appariscente contraddizione c’è un solido denominatore che accomuna neuroscienza e computer science: il paradigma del materialismo riduzionista secondo cui, null’altro sussistendo oltre la materia, l’intero cosmo senti-mentale e spirituale è da negare drasticamente (eliminativismo) oppure da riportare al determinismo fisico (incompatibilismo). Sola materia si potrebbe etichettare tale principio, con una commistione tra luteranesimo e scientismo. E poiché una coscienza (seppur illusoria) scaturisce dalla materia del cervello non si vede perché essa non possa essere prodotta anche dai circuiti debitamente ipercollegati di un computer.

Se questa è la tendenza dominante, non v’è tuttavia chi non veda profonde incongruenze e pregiudizi in entrambi i fronti. In ambito neuroscientifico, un ko argument è portato, sul piano logico, da chi osserva come la figura di «una coscienza che definisce illusorie tutte le coscienze» apra ad un tale paradosso da far impallidire «il cretese che dichiara bugiardi tutti i cretesi». Sul piano metodologico, poi, l’obiezione cruciale riguarda il tradimento che gli attuali pronipoti di Galilei attuano nei confronti dello statuto del loro padre fondatore per il quale il dominio delle «qualità seconde» (esperienze soggettive) non è di pertinenza dell’organon scientifico, che ha giurisdizione appunto solo su quello delle «qualità primarie» e oggettive. È contraddittorio insomma che la scienza indaghi il soggettivo con il metodo istituito per conoscere l’oggettivo.

Il filosofo americano Arthur Cody ha recentemente sentenziato che, nello studio della coscienza, se l’alternativa è tra il materialismo riduzionista e il nient’altro, allora, in fin dei conti, è da preferire il nient’altro. Parimenti avviene nel settore della Coscienza artificiale, come la stimolante domanda dello scorso anno di “Edge”: «Cosa pensi delle macchine che pensano?», ha corposamente mostrato. È vero che per la maggioranza dei partecipanti al forum le macchine, in un futuro imminente, potranno pensare, o addirittura già lo fanno (in borsa, in auto ecc.). Si sono levate tuttavia anche ben distinte voci dissonanti come, ad esempio, quella dello scrittore Tor Nørretranders: «Solo l’amore crea il pensiero», o del fisico Freeman Dyson che sigilla così il suo perentorio «no» alle macchine coscienti: «Se sbaglio, la mia risposta è fuori luogo, ma se ho ragione, è la domanda ad esserlo», o, per citarne solo un altro, del neurobiologo Leo Chalupa che rileva come siano le domande eterne sulle origini, la morte e il senso di sé a far sorgere la coscienza e queste appartengono innatamente solo all’essere umano.

Simulacri di coscienze aleggiano nella nostra cultura insieme a coscienze artificiali, paradossali coscienze auto-negantisi e soggettività oggettive: dobbiamo essere comprensivi se le giovani generazioni vengono su un po’ disorientate.