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VENEZIA. Francesconi: «Così la Biennale svecchia la musica»

Pierachille Dolfini domenica 19 settembre 2010
Ad ascoltare Luca Francesconi, direttore del settore Musica della Biennale di Venezia, verrebbe da chiedersi perché darsi tanto da fare – leggete i numeri della rassegna 2010, che parte giovedì: 27 prime assolute, 18 lavori commissionati dalla Biennale, 15 novità per l’Italia – se poi «solo il 3% delle nuove partiture sopravvivono nel tempo tornando periodicamente in scena». Ma non è una novità, almeno secondo il compositore milanese che si prepara a varare, pur nell’incertezza dei tagli da parte dello Stato, la 54ª edizione del Festival internazionale di musica contemporanea. «Succede la stessa cosa con i lavori del passato andati, per un buon 97%, nel dimenticatoio: i grandi che oggi ascoltiamo e riascoltiamo rappresentano, appunto, solo il 3% della produzione musicale».E al passato, in qualche modo, la Biennale torna: Don Giovanni e l’uom di sasso, il titolo del cartellone 2010 fa pensare subito a Mozart, non certo un contemporaneo. «Ma è proprio qui la provocazione – spiega Francesconi – perché a guardarlo bene quello di Don Giovanni è un mito della modernità per la sensazione di libertà assoluta che incarna. Una sensazione presunta, però, perché è una falsa libertà, la stessa che serpeggia nella nostra società dove la mancanza di regole inevitabilmente porta alla decadenza e dove l’uomo, cercando di spiegare tutto solo attraverso la ragione, arriva ad abolire il sacro».Mozart, dunque, ma anche otto compositori di oggi per riflettere «sul momento delicato che stiamo vivendo dove vediamo il mondo popolato da una massa di solitudini che non dialogano tra loro. Uomini di fronte a un grande vuoto che cercano di riempire o esteriormente gonfiandosi i muscoli o interiormente con quelle forme di new age dalle quali, purtroppo, nemmeno la musica è immune». Parlare a questo mondo è la sfida di Don Giovanni a Venezia, un progetto ideato dallo stesso Francesconi che giovedì a palazzo Pisani inaugurerà la Biennale. «Un’esperienza musicale, qualcosa di simile a una galleria d’arte – spiega il direttore – dove al posto di quadri ci sono le note: nelle sale e nei cortili del palazzo verranno rappresentati tre frammenti del capolavoro mozartiano accanto ad otto lavori commissionati ad altrettanti musicisti contemporanei. E sarà il pubblico a scegliere cosa ascoltare».Le note di Mozart dialogheranno, in uno spettacolo che porta la firma di Francesco Micheli, con quelle di Martina Tomner, Pierre Jodlowski, Federico Troncatti, Gabiella Zen, Marcello Filotei, Michele Tadini, Marco Marinoni e Francesco Zorzini (il più giovane ha 27 anni il più "anziano" 53). «Ho voluto creare una dimensione di ascolto aperta, dando la possibilità di scelta al pubblico che potrà decidere di entrare o uscire in qualsiasi momento» dice Francesconi convinto che «certo, questa è un’esperienza privilegiata che può avvenire in contesti come la Biennale, anche se un po’ più di coraggio da parte dei teatri lirici non guasterebbe». Perché «la gente ha bisogno di contesti diversi nei quali fruire la musica, ma soprattutto di superare l’idea che l’arte contemporanea sia qualcosa di noioso, incomprensibile e punitivo. Un rischio che anche la musica corre e che potrà evitare solo se i compositori torneranno a confrontarsi con la realtà». Questa, secondo Francesconi, è la sfida della Biennale che assegnerà il Leone d’oro a Wolfgang Rihm, «un tentativo di ringiovanire questo riconoscimento, premiando un musicista del presente, nato nel 1952, ancora attivo e in grado di influenzare la cultura del nostro tempo».