Agorà

Il caso. Torna in copia il Caravaggio rubato

Alessandro Beltrami sabato 12 dicembre 2015
​Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 dei ladri entrarono nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e portarono via la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio. Da quella notte il dipinto del Merisi non è più riemerso ed è entrato nel mito. Sulla sua sorte si è detto di tutto: seppellito dalla mafia nella campagne di Palermo insieme a milioni di dollari e cocaina, rovinato irreparabilmente durante il furto, esposto come segno di potere negli incontri dei boss, mangiato dai topi e dai maiali in una stalla fuori città. La Natività di Caravaggio ha acquisito rilievo più per la storia della sua assenza degli ultimi 46 anni che per i 460 della sua presenza. La Natività non è un quadro qualsiasi e non è dunque una copia qualsiasi quella che oggi verrà posta sull’altare dell’oratorio palermitano, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Si tratta di una riproduzione pressoché perfetta, altamente tecnologica, voluta e realizzata da Sky che ha commissionato il lavoro a Factum Arte, società specializzata nella realizzazione di fac-simile di opere d’arte. Il progetto è al centro di un documentario, "Operazione Caravaggio. Mistery of the Lost Caravaggio" prodotto da Sky Arts e che la piattaforma satellitare manderà in onda a gennaio in tutta Europa.Copie, certamente, se ne sono sempre fatte. In piazza della Signoria da tempo a prendersi acqua e sole c’è un duplicato del David, quello di mano di Michelangelo se ne sta al sicuro nell’Accademia. Ma la distinzione tra originale e copia è sempre stata ben definita. Nelle intenzioni degli organizzatori c’è però un passaggio in più. Si dice che il dipinto «torna a vivere». E che si tratta di «un progetto in grado di dare una nuova vita al celebre dipinto, ma che al tempo stesso apre un inevitabile confronto sulla possibilità di rendere eterna un’opera d’arte pur perdendone l’originale». Walter Benjamin ha certamente drizzato le orecchie, ovunque si trovi.Al di là del merito civile, l’operazione genera molte domande, a partire dalla perdita di distanza tra originale e copia, che diventa così un vero e proprio "clone". E poi, cosa significa rendere eterna un’opera? C’è nelle possibilità della tecnologia quella di "reincarnare" l’immagine? O si tratta invece di un suo fantasma? Davvero non possiamo accettare che un’opera vada perduta, per sempre? Ci si può chiedere se questo eternare l’immagine non dichiari in realtà l’opera ormai del tutto fuori dal tempo. Si potrebbe anche avvertire l’impressione che si tratti di una sorta di rito funebre dell’opera, come se la nuova Natività fosse analoga alle immagini dei defunti sulle tombe. Anche in questo caso infatti la riproduzione è chiamata a rievocare l’assenza di una presenza, fisica e spirituale, perduta. Ma colpisce il desiderio di farne luogo di una trasmigrazione, per mezzo della tecnologia, dell’aura (dell’anima?) da un corpo a un altro corpo.«Le nuove tecnologie pongono domande importanti nei confronti dell’arte» commenta Roberto Diodato, professore di Estetica alla Cattolica di Milano e autore del fondamentale Estetica del virtuale. «Nel caso di una perfetta copia di una qualsiasi entità esistente, dove è la differenza con l’originale? Siamo di fronte al concetto di simulacro. L’importante è non soffermarsi sul problema se la copia "sembri" il vero dipinto. Non è un semplice problema di percezione sensibile. La connotazione di un’operazione artistica appartiene a una struttura auratica, un alone di senso, che costruisce un’esperienza complessa, fatta di tanti elementi. Uno di questi è il precipitare insieme, in uno stesso hic et nunc, una peculiare inafferrabilità che si dà nella prossimità, ossia la resistenza di una lontananza per quanto l’opera possa essere vicina. Questo è essenziale nel nostro rapporto con l’operazione artistica e non è tecnologicamente riproducibile. Dal punto di vista della nozione di esperienza estetica permane una differenza essenziale di carattere ontologico perché l’essenza dell’arte è relazionale: l’opera non è un oggetto ma una relazione che intercorre tra l’autore e il fruitore».L’elemento della memoria nel caso palermitano è centrale, prima ancora della fedeltà della riproduzione: «Un’operazione come questa – sostiene Diodato – sarebbe tanto più interessante quanto più davvero rappresentasse un lavoro sulla memoria. Non tanto la riproduzione perfetta quanto piuttosto la riproduzione della storia dell’assente. C’è qui un’aura determinata dall’assenza. Questo può essere esteticamente e culturalmente interessante, all’interno di una produzione spettacolare dell’evento culturale, che di per sé è differente dalla dimensione cultuale che era propria di un dipinto di questo tipo. Ricollocarla nella cultura della società dello spettacolo e non invece nella dimensione cultuale, alla base della storia del quadro e della scelta iconografica, cambia completamente le cose. Da questo punto di vista è persino un’opera nuova».Il critico d’arte Philippe Daverio vede invece qui «il coraggio di dialogare con la tecnologia e di usarla come strumento contro la malvagità». E nel segno della mafia accosta la Natività di Caravaggio a un’esperienza vissuta in prima persona: la strage di via Palestro. «Allora ero assessore a Milano. Contro il parere degli architetti, decisi di rifare il Pac come era e dove era. Di fronte al gesto criminale il ripristino diventa una dimensione etica». Ma ci sono anche altri esempi: «A San Giorgio Maggiore a Venezia nel 2007 è stata ricollocata l’Ultima di Cena di Veronese in una riproduzione ad alta definizione. E devo dire che facendo una trasmissione dal Louvre e da Venezia, alla fine sembrava più autentica quella duplicata, ma collocata nello spazio originale». Nel Caravaggio di Palermo secondo Daverio si instaura una dinamica particolare tra originale e copia: «In questo caso la duplicazione restituisce l’aura senza restituire l’opera. Funziona all’opposto del solito, è la causa è la dimensione della memoria. La copia, per quanto perfetta, è sempre una riproduzione, quando ci si avvicina lo si sente e la magia si perde. Qui la storia recente dell’opera agisce in modo così forte da far scattare l’aura in modo permanente, nonostante sia un clone». La riproducibilità per Daverio non è un tabù. «Con la musica ci siamo abituati: se sento un disco so che è un disco, ma non fa una vera differenza. All’epoca di Bach nessuno avrebbe immaginato che si sarebbe potuto ascoltare un concerto brandeburghese stando seduti in auto». Della musica, arte che muore nell’istante in cui è creata, oggi accettiamo la perfetta riproducibilità e la disponibilità istantanea, mentre con l’immagine no: «Ma ci arriveremo. Alcuni linguaggi hanno raggiunto la riproducibilità prima, altri più tardi. Viviamo in un’epoca in cui dobbiamo avere il coraggio di essere pronti alle mutazioni».