Agorà

Arredo sacro. Confessionale, non solo un armadio

Leonardo Servadio martedì 21 aprile 2015
​«Ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di testimone della misericordia» ha detto Papa Francesco nell’annunciare il nuovo Giubileo. Misericordia, perdono, riconciliazione: i luoghi dove si esercita il rito parlano tutti dell’alleanza nuova aperta per l’umanità. Il loro insieme definisce l’ambiente articolato delle chiese; infatti è dai riti e dal modo in cui essi avvengono che deriva l’architettura degli edifici per il culto.Sappiamo che il centro effettivo delle chiese, seppure non necessariamente geometrico, è l’altare, cuore della celebrazione eucaristica. E poi evidenti nello spazio dell’aula si notano gli amboni (ove ve ne sono) o i più diffusi leggii, la sede del presidente, la croce, il tabernacolo, il battistero di solito posto in prossimità dell’ingresso se non all’esterno... Tutti elementi che hanno conosciuto nella storia realizzazioni di notevole valore architettonico e artistico, opere che restano non solo come testimonianze di fede, ma anche quali espressioni di raffinata abilità, manifestazioni di una cultura o di un’epoca.Però tra i diversi poli liturgici ve n’è uno che meno attira l’attenzione e spesso resta appartato: come un armadio, un mobile che può essere preso e spostato, non un punto fisso cui far riferimento. È il confessionale, o luogo della riconciliazione: dove avviene il passaggio che permette di tornare a riconoscersi nella grazia dopo ogni vicissitudine della vita. È piuttosto raro, infatti, trovare confessionali di pregio, degni di comparire nella storia dell’arte accanto a opere come l’ambone di Giovanni Pisano a Pisa, l’altare del Borromini ai Santi Apostoli di Napoli, il tabernacolo del Bernini in San Pietro in Vaticano. Ed è difficile incontrare chiese dove i luoghi della riconciliazione siano stati progettati in coerenza con l’insieme.Ma ora, con la rinnovata attenzione per la misericordia, si apre un momento in cui ha senso cercare di valorizzarne la presenza. Risulta quindi felice la pubblicazione del volume Luoghi di riconciliazione. Il mestiere dell’architetto di Paolo Bedogni, con introduzione di Pietro Sorci e all’interno della collana «Sapientia Ineffabilis» di If Press (pp. 160, euro 16) diretta dal liturgista Manlio Sodi.Chissà che la carenza d’attenzione verso questo polo liturgico non derivi anche dal fatto che, almeno all’origine, la celebrazione della confessione avveniva solo quando fossero stati compiuti peccati gravissimi che comportavano l’allontanamento del fedele dalla comunità e un lungo percorso di pentimento. Addirittura la riconciliazione poteva avvenire solo una volta nella vita: non si ammettevano ricadute. E la penitenza consisteva nel ripercorrere il catecumenato, mentre la riammissione nella Chiesa avveniva coram populo radunato nella basilica. Tracce significative di come l’intero organismo architettonico fosse inteso quale luogo di pentimento e riconciliazione si ritrovano nei labirinti, diffusi nelle chiese gotiche, di cui l’esempio più insigne resta quello nella cattedrale di Chartres: simbolo della difficoltà del cammino penitenziale, che pure ha un’uscita certa.Dopo successive evoluzioni del rito fu solo col concilio di Trento, in risposta alle critiche mosse da Lutero verso questo sacramento, che Carlo Borromeo nelle sue Instructiones diede indicazioni su come dovessero essere i confessionali: un sedile per il sacerdote, una grata per separare il penitente, l’immagine del crocifisso. Ed ecco comparire gli «armadi», a volte frutto di grande cura e d’arte, come nel caso della chiesa dell’Adorazione ad Ascoli Piceno (secolo XVI) o come i confessionali posti nel 1576 a Milano in apposite nicchie nella chiesa di San Fedele progettata da Pellegrino Pellegrini: uno dei primi esempi in cui l’architettura stessa tiene conto di tali luoghi.In epoca recente solo là dove l’attenzione per la liturgia è maggiore si vedono esempi rilevanti di progettazione: per esempio nella chiesa di Sant’Anna a Düren (Germania, 1951-56) di Rudolf Schwarz, dove la pianta a forma di "L" permette di aprire una sorta di navata laterale che funge da percorso introduttivo in cui si allineano 4 confessionali. Anche Henri Matisse per la sua cappella a Vence ha scelto una pianta a "L" con il confessionale interpretato come nicchia cui si accede oltrepassando una porta in legno traforato con motivi geometrici di stampo vagamente mudéjar, entro un ambiente dai toni chiari e dalle splendenti tonalità naturali: è un luogo di speranza e di resurrezione.Nella cappella di Ronchamp, invece, Le Corbusier e padre Couturier hanno posto due confessionali: uno incassato nella grande ansa della parete di fondo, un altro che sporge dalla parete, nella zona prossima ai due ingressi. Anche in Italia non mancano esempi di luoghi della riconciliazione ben integrati nell’architettura. Ma, significativamente, quelli per esempio posti da Glauco Gresleri in uno spazio apposito e geometricamente ben definito nella chiesa della Beata Vergine Immacolata di Bologna (fine anni ’50), di fronte alla cappella eucaristica, sono stati poi ridotti a nicchie per ospitare sedie pieghevoli. Nel santuario di Santa Rita da Cascia la penitenzieria è una luminosa sala rallegrata dall’intervento artistico di Armando Marrocco, con un volo di colombe verso un cielo dorato. Tra gli esempi recenti più significativi si annovera il Monastero di Bose, dove una grande finestra tonda evoca la perfezione divina e confessore e penitente siedono a un tavolo che presenta due scultoree nicchie atte ad accogliere entrambi: l’accento è posto sull’ampiezza e sulla luminosità, segno che la misericordia prevale sul castigo. L’attenzione stessa all’aspetto celebrativo suggerisce di privilegiare l’ampiezza: la confessione è preparata da letture e meditazioni, e il luogo è chiamato ad avere dimensioni e un’ambientazione adatta. Nel monastero benedettino di Clerlande (Belgio) una vetrata apre la penitenzieria al bosco circostante e al vicino giardino di pietre, che segnano l’ambiente con la cifra della luce e del silenzio. Per tornare all’Italia, nella chiesa della SS. Trinità a Parma c’è uno spazio dotato di stuoie e banchetti in cui il senso di ascesi e spiritualità è accentuato dalla presenza di icone e lumi a olio.Nel santuario di Lanciano, ristrutturato dallo stesso Bedogni, il luogo della riconciliazione ha l’aspetto di un piccolo oratorio in fondo al quale una finestra consente di traguardare alla custodia eucaristica. La luce che spiove dall’alto, una semplice croce e la scala che porta al livello superiore divengono presenze simboliche che accompagnano la preparazione al sacramento. Insomma, il fatto che le penitenzierie non siano solo "armadi" ma propriamente "luoghi" fa sì che il momento della riconciliazione sia inteso come parte integrante del percorso ritualistico. E resti come un richiamo alla conversione continua che accompagna la vita del credente, nonché segno dell’apertura della Chiesa alla misericordia.