Agorà

IL PALLONE IN CRISI. Arrigo Sacchi, condannati alla vittoria

Ivo Romano sabato 24 luglio 2010
«Talento al servizio del collettivo»: questa è la Spagna mondiale, per Arrigo Sacchi. E non solo. Stessa definizione per altre protagoniste: «Germania e Olanda, soprattutto, che hanno mostrato buona organizzazione, ottime individualità inserite in un collettivo, entusiasmo, determinazione, voglia di vincere». Prerogative, queste ultime, che hanno fatto difetto alla più che deludente Italia: «Al di là delle dietrologie su errori e omissioni, è quello il dato che è emerso: l’Italia non sembrava animata da determinazione e voglia di vincere, ingredienti decisivi quattro anni fa». E’ stato l’anno dell’Inter, non quello della Nazionale. Lucidati i trofei nerazzurri, resta ben poco, se non la sensazione che il calcio italiano attraversi un periodo di crisi. Un calcio malato: «La diagnosi mi sembra corretta. La grande affermazione dell’Inter in Europa può coprire i problemi, che però restano inalterati. L’importante è non sbagliare la prognosi dopo aver fatto la diagnosi". Proviamoci: «L’errore errore più grave che si possa fare è attribuire il divario tra il nostro calcio e quello degli altri al solo denaro. Se non partiamo da presupposto che il calcio è uno spettacolo e va vissuto come tale ci incamminiamo sulla strada sbagliata. Il Mondiale ha dato una lezione: fair-play e comportamento civile, in campo e fuori, da noi autentiche chimere. Il modo differente di intendere lo sport in generale e il calcio in particolare rispetto ad altri paesi è un aspetto fondamentale della crisi». Il primo passo, quindi, si chiama autocritica: «Senza quella non si va da nessuna parte. Non c’è bisogno di qualcuno che spieghi certe cose agli addetti ai lavori ma della volontà di pensarci su a fondo e capirlo da sé. Un esame di coscienza che devono farsi tutti, ogni componente di questo mondo». Primo comandamento? «Uscire dalla logica che ci attanaglia da una vita, quella del vincere a tutti i costi. Altrove il calcio è vissuto in maniera diversa, per questo gli altri ci hanno sopravanzati. Altrove il calcio è gioco e spensieratezza, noi ci lamentiamo dello stress ma finiamo per crearcelo da soli con la schiavitù del risultato». Di tutti, le colpe: «Innanzitutto delle società, che non mettono mano a una programmazione seria e a lunga scadenza. Ma anche dei tifosi, che vogliono tutto e subito, e non aiutano a creare un clima di serenità. E della stessa stampa, che cavalca polemiche, moviole e quant’altro per proprio tornaconto. Poi magari ci si lamenta della scarsa attenzione nei confronti dei giovani e altri aspetti del genere: ma se si pretende sempre tutto e subito è difficile mettere mano a programmi che richiedano tempo per essere attuati». Un quadro a tinte fosche. Ma non tutto è nero quel che si scorge all’orizzonte: «Mica tutto è negativo nel nostro calcio, ci mancherebbe. C’è del buono, e neanche poco. Prima di tutto, la passione. Un Paese che ha una sconfinata passione per il calcio come l’Italia non può non tornare in auge. E le risorse finanziarie: saranno minori che in altri paesi, ma non mancano, vanno solo convogliate nelle giuste direzioni. E i giovani, appunto: ce ne sono di bravi, è importante farli crescere bene, puntando sui settori giovanili. E anche sotto il profilo degli uomini non ci possiamo lamentare: ci sono dirigenti e allenatori molto capaci». Se non sempre lavorano al meglio della loro capacità è colpa del solito peccato originale: «Il problema è sempre quello: la fretta di ottenere risultati. È per questo che da noi sia cambiano così tanti allenatori mentre altrove ce ne sono alcuni che resistono per anni e anni». Un’altra nota dolente. Giovani tecnici che fanno bene in provincia, ma spesso non considerati ad alti livelli. Anche se qualcosa comincia a muoversi: «Allegri al Milan è un esempio importante. Ci sono allenatori giovani molto bravi, ma ho sentito ripetere mille volte che in una grande non farebbero altrettanto bene. Non capisco perché si dicano certe cose: chi fa bene può farlo ovunque». Il Milan ci prova con Allegri. Un bel po’ di tempo da ci provò (e vinse la scommessa) proprio con Sacchi: «Berlusconi mi disse: vogliamo vincere dando spettacolo: capii subito che era l’ambiente giusto per me. Cercai di cambiare una certa mentalità». Tocca farlo di nuovo: «Non è facile, ma bisogna sforzarsi. Altrimenti continueremo a parlare di crisi».