Agorà

Letteratura. Il commissario Maigret, l'antidetective con la libertà di non pensare

Massimo Raffaeli sabato 19 agosto 2017

Simenon nel 1957 accende la pipa a Jean Gabin nei panni di Maigret

Si apre oggi a Senigallia il festival Ventimilarighesottoimari inGiallo, dedicato al noir. Sabato 26 agosto il critico letterario Massimo Raffaeli curerà una serata dedicata a Maigret.


Nel senso comune dei lettori Jules Maigret non è un personaggio ma una persona, privilegio di una silhouette talmente definita da potersi sottrarre nell’immaginario popolare alla tutela come alla bibliografia di un autore, Georges Simenon, che è oggi celebrato tra i massimi del Novecento.

I romanzi e i racconti intitolati al commissario del Quais des Orfèvres sono un centinaio eppure Maigret è uno solo. È un individuo di mezza età, orfano e provinciale dell’Allier, entrato in polizia nell’imminenza della Grande Guerra, un ex studente di medicina con una spiccata vocazione semiotica, un uomo d’ordine senza essere un reazionario, proprietario di un appartamento al 132 del Boulevard Charles-Lenoir e coniugato senza figli con una fuoriclasse del coq au vin, la stessa cui immancabilmente si rivolge chiamandola, con deferenza asessuata e sottaciuto narcisismo, Signora Maigret. (Che il commissario sia una persona prima che un personaggio lo sanno non soltanto i lettori ma persino gli specialisti come Jules Lacassin che infatti ne pubblicò una ordinata biografia, in italiano da Medusa, La vera nascita di Maigret, deducendola dalla vasta produzione che Simenon definiva, con qualche affettazione, “semiletteraria” o “semialimentare”: tanto per dire, Pietr il lettone, che è l’incipit maigrettiano, precede di un anno appena I Pitard, 1932, uno dei capolavori del Simenon senza ulteriori aggettivi).

Maigret è incapace di sciogliere enigmi e sarebbe un improbabile eroe dei polar, che peraltro Simenon disdegnava, ma ha l’intuito e il buon senso dei naturalisti per cui tutto alla lunga si spiega connettendo il corpo di una persona al suo ambiente e al suo frangente storico. Maigret non va mai oltre la tavola del vecchio Taine (egli è un uomo indenne da presunzione intellettuale, ostile all’idea di eccezionalità e attratto viceversa dalla sola normalità) per cui ogni cosa può chiarirsi nel combinato disposto di race/milieu/moment. Maigret non si esprime circa i casi di cui si sta occupando e i giudizi li lascia volentieri al magistrato Comeliau, cavilloso burocrate cui finge di sottomettersi disprezzandolo in cuor suo alla stregua di un servo ovvero di un onorato cialtrone (avrebbe detto Maupassant, tra i pochi cui Simenon riconoscesse il titolo di maestro). A Maigret non interessa tanto il male quanto la umana fallibilità, i cristiani direbbero senz’altro il peccato, che può portare al crimine anche gli individui più miti e normali. Perciò Maigret ha bisogno di scrutarli, osservarli, prima che interrogarli. Essenziale, per lui, è ambientarsi nel luogo del delitto, percepirne l’atmosfera e impregnarsene. Comprendere, in senso etimologico, è la sua parola-chiave, la sinestesia è la sua figura retorica.

Maigret non ha certo i tratti elettivi del detective e assomiglia semmai a un corpulento ruminante: sbuffa, suda e ha un bisogno costante, sintomatico, di cibo e bevande, cioè i sandwich al prosciutto e la birra di cui lo rifornisce a cadenza la Brasserie Dauphine. Maigret in effetti si ciba di indizi e solo questi gli interessano: è probabile non abbia mai letto Edgar A. Poe e I delitti della rue Morgue (che avrebbe trovato, alla pari di Simenon, astratti e lambiccati) ma è pensabile che troverebbe invece molto interessanti le pagine di Aby Warburg e di Carlo Ginzburg sul cosiddetto “paradigma indiziario”. Così Simenon ne Il ladro di Maigret, ’57: «Quando si trovava di fronte a un ambiente nuovo, con delle persone di cui non sapeva nulla, si sarebbe detto che egli aspirasse macchinalmente la vita che l’attorniava e se ne gonfiasse come una spugna […] Egli aspettava il più a lungo possibile prima di formarsi un’opinione. Oppure non se la formava affatto. Conservava il suo giudizio libero fino al momento in cui un’evidenza non gli si imponesse o piuttosto che il suo interlocutore non cominciasse a cedere».

In altri termini, Maigret ha bisogno che l’insieme degli indizi arrivi alla pienezza sinestetica, vale a dire a una massa critica la cui turbolenza sia capace tuttavia di connettere frammenti parziali e irrelati nella compiutezza di una totalità. Le sue non sono affatto deduzioni ma repentine illuminazioni, quasi delle istantanee Zen. Perciò, di volta in volta, i casi sembrano risolversi da soli e il primo a stupirsene pare essere proprio il commissario che, per paura di doverli commentare o giudicare, immediatamente sgombra e lascia il campo all’untuoso Comeliau. Anche per questo, nel paese di Cartesio, Jules Maigret può permettersi il lusso di ripetere continuamente «Io non tiro conclusioni», «Io non ho mai idee». E d’altronde il suo mantra equivale al sigillo di un’arte semiotica: Io non penso mai.