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Danza. Il riscatto di Collegno, da manicomio a centro per la danza

Angela Calvini venerdì 9 marzo 2018

L'esterno della Lavanderia a Vapore del manicomio di Collegno (Torino) divenuta centro di ricerca per la danza (foto B. Giardino)

Giovanni ti guarda dal basso verso l’alto, fa un inchino e allunga la mano per invitarti a ballare, un sorriso curioso fra le rughe profonde. Ha l’entusiasmo di un bambino nonostante abbia superato gli 80 anni, e chissà quanti passati qui, fra le mura dell’ex manicomio di Collegno, periferia nord Ovest di Torino, dove nel 1927 si aggirava il celebre “smemorato”. Era il più grande ospedale psichiatrico d’Italia, sorto nel 1853 nella struttura della Certosa reale di Collegno, commissionata da Cristina di Francia nel 1641. Una vera e propria cittadella con i suoi 418.000 metri quadrati, di cui 44.300 di superficie coperta suddivisa in 20 padiglioni capaci di ospitare fino a 4000 degenti e oltre 1000 fra medici, infermieri e personale vario: una struttura architettonica innovativa perché fu la prima in Italia ad adottare la disposizione parallela di padiglioni a più piani in modo da isolare le singole patologie. Giovanni non parla, ma i suoi occhi hanno visto di tutto, dalla sofferenza di tanti malati fino all’abbattimento del muro perimetrale dell’ospedale psichiatrico nel 1977, un anno prima della Legge Basaglia che di fatto superava la logica del manicomio, decisa dall’amministrazione comunale: un atto coraggioso che permise a migliaia di cittadini di entrare per la prima volta in quel luogo.

Un luogo che oggi è diventato cuore della comunità locale, con un giardino pubblico dedicato al generale Dalla Chiesa, un ospedale psichiatrico, la sede della Asl e di varie facoltà universitarie. Il cui fulcro è una struttura innovativa che guarda al mondo: la Lavanderia a Vapore, uno straordinario edificio in mattoni rossi dominato da una ciminiera, edificato nel 1875 per il lavaggio dei panni per l’ospedale, e trasformato dal 2008, dopo gli accorti restauri del comune di Collegno e della Regione Piemonte su progetto dell’architetto Antonio Besso Marcheis, in centro di eccellenza regionale per la danza riconosciuto dal Mibact. Un punto di riferimento per la ricerca a livello nazionale e internazionale e sede del Balletto Teatro di Torino. Un luogo affascinante e carico di memoria, che viaggia a pieno ritmo con 200 serate all’anno fra spettacoli, laboratori, incontri e eventi, illuminato da ben 100 finestroni alti oltre 4 metri, dove su una superficie di 1200 mq trovano spazio un palco, due sale prove, uno spazio espositivo, un teatro da 280 posti e gli uffici. D’estate, inoltre, il cortile si trasforma in arena da 1000 spettatori per il Flowers Festival, rassegna musicale che l’11 luglio sarà aperta dallo Stato Sociale.

Proprio fra queste mura si festeggia il quarantennale della legge voluta da Franco Basaglia con una serie di spettacoli, promossi dalla Fondazione Piemonte dal Vivo che gestisce la struttura dal 2015, e dal Comune di Collegno. All’interno della stagione 2017/2018 Together We Dance, andrà in scena Nessuno sa di noi del Teatro La Ribalta (21 marzo) un incontro profondo tra la danzatrice del Wuppertal Tanztheater Julie Anne Stanzak e il performer Mattia Peretto dell’Accademia Arte della Diversità, affetto da Sindrome di down. Il 6 aprile tocca a Giulia Lazzarini grazie a cui si potrà rivivere, attraverso lo sguardo di un’infermiera, la vita in manicomio prima e dopo la rivoluzione di Basaglia, in Muri, per la regia di Renato Sarti. A precedere, il 19 marzo, un incontro a tema al Polo del ’900 di Torino con Peppe Dell’Acqua, Giuliano Scabia, Renato Sarti e Massimo Cirri.

La rassegna fa parte di Quello che tutti chiamavano manicomio, un progetto della città di Collegno e della Regione Piemonte che coprirà tutto l’anno. Tra gli altri appuntamenti nell’area dell’ex ospedale psichiatrico varie esposizioni fotografiche a partire dai fotoreportage sui manicomi di Ivan Agatiello (dal 16 marzo) e di Gianni Berengo Gardin (dal 21 aprile) sino a una mostra realizzata dalla Società Tedesca di Psichiatria sui malati psichici e disabili durante il nazionalsocialismo. Poi, giornate di studio, una rassegna letteraria e concerti, fra cui il 4 maggio Lettere dal manicomio di Simone Cristicchi.

«Collegno non è più un luogo di dolore, ma un luogo di cittadinanza attiva che ridefinisce anche il luogo dove si trova grazie alla residenza di importanti coreografi internazionali che creano progetti e a laboratori aperti a tutti, dai ballerini professionisti ai cittadini di tutte le età – spiega il direttore d Fondazione Piemonte dal Vivo Matteo Negrin –. La Lavanderia a Vapore nei prossimi tre anni farà parte di una rete europea di strutture post-industriali rigenerate come il Centro municipale per la danza di Saragoza o La Friche nella banlieue di Marsiglia». Passare una giornata alla Lavanderia a Vapore ci fa incrociare, sulla passione per la danza, persone di tutte le età e storie di tutti i tipi. Come quelle dei 20 disabili psichici che vivono nell’ex Padiglione 11, in una struttura Raf gestita dalla cooperativa Nuova Assistenza. Cinque di loro e alcuni arzilli cittadini ultrasessantenni dell’Unitre di Collegno, danzano una volta la settimana nel progetto Post-Produzione # Lab del coreografo Andrea Gallo Rosso. «Non è danzaterapia, ma un progetto di ricerca artistica dove indago conflitto e memoria in un percorso che porta a tre spettacoli – ci spiega il coreografo piemontese –. Lavoriamo sulla prossimità e l’empatia, sul fare danzare insieme persone che hanno vissuto dentro l’ospedale e fuori: le storie sono fortissime e si creano legami inaspettati. Il prossimo lavoro lo farò ad Arzachena con i rifugiati». Solo una parete di vetro divide la sala prove di Giovanni e dei suoi amici, e la sala più ampia dove una ventina di giovani ballerini professionisti stanno partecipando a un workshop di alta formazione della Nuova Officina della Danza (Nod) in colaborazione col Btt.

Perché la Lavanderia è, ricordiamolo, soprattutto un centro di creatività all’avanguardia che offre, attraverso un bando, ai coreografi la possibilità di progettare e produrre i loro nuovi lavori e alla gente comune di apprendere, formarsi, partecipare e capire la danza contemporanea, perché non resti qualcosa di astratto e lontano. Lo testimonia un gruppetto di 14enni, allievi di una scuola di danza locale. «C’è chi fra di noi fa hip hop chi danza moderna, chi classica. Siamo qui per imparare e metterci alla prova» ci dicono entusiasti. Ad accoglierli due giovani coreografi, Tommaso Monza e Claudia Rossi, che li coinvolgeranno in un acrobatico Schiaccianoci di Cajkovskij. «Abbiamo vinto un bando per una residenza qui, e per noi giovani coreografi è un immenso aiuto – ci spiegano –. La danza contemporanea in Italia è di nicchia e manca di stabilità, e c’è una vera e propria fuga all’estero di talenti italiani bravissimi. Collegno è un’isola felice per cercare di cambiare le cose».