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L'incontro. COCCIANTE: «Mettiamo a nudo l'anima»

ANGELA CALVINI sabato 12 marzo 2016
«È vero, nessuno ci crede che ho 70 anni. Quando ne avevo 20 avevo il problema di sembrare un quattordicenne e non mi prendevano sul serio. Ma alla lunga questo ha ripagato». Sorride compiaciuto con sguardo da ragazzino sotto la celebre cascata di riccioli Riccardo Cocciante, che ha festeggiato in sordina il suo settantesimo compleanno il 20 febbraio scorso, forse sperando sotto sotto che nessuno se ne accorgesse. Intanto si è fatto un regalo: riprendere in mano dopo 4 anni di assenza dal-l’Italia, insieme al produttore David Zard, Notre Dame de Paris. Il musical dei record (tradotto in 7 lingue, visto in Italia da 2 milioni e mezzo di persone, 10 milioni in tutto il mondo con 10 milioni di dischi e dvd venduti) è tornato dal 3 marzo in tour italiano con il cast originale del 2002, a partire da Lola Ponce nel ruolo di Esmeralda e Giò Di Tonno in quello di Quasimodo: il via da Milano per culminare a settembre all’Arena di Verona. A Notre Dame de Paris sono seguite altre importanti e costose produzioni che non hanno avuto lo stesso successo, ma Cocciante non demorde e rilancia: l’anno prossimo tornerà il suo Romeo e Giulietta completamente rivisto dal grande coreografo MichaVan Hoecke, mentre verrà rilanciato in tour internazionale, e arriverà per la prima volta in Italia, Il piccolo principe da Saint Exupery scritto nel 2002. Cocciante, lei non sembra davvero un settantenne. Piu che di bilanci, lei parla di progetti in corso... «Preannuncio che ho un nuovo grosso progetto per l’anno prossimo e ne sentirete parlare presto. Ho una vitalità che mi viene dall’amore per la musica e, soprattutto, dal non sentirmi mai arrivato. Mi tiene govane il rimettermi sempre in discussione. Io mi critico sempre e mi aspetto dal futuro di poter dare ancora qualcosa di bello e potente». Tra canzone e opere musicali, qual è il suo metodo di lavoro? «Scrivo tutti i giorni per diversi settori, ho il cassetto pieno di composizioni. Ma non focalizzo il progetto finché non ho un’idea. Come quando arrivò il paroliere Luc Plamondon a propormi l’idea di Notre Dame. Avevo già composto, senza un tema, 12 brani che sarebbero diventati quelli principali dell’opera. Io lavoro così: scrivere ha un senso se si scrive in libertà, solo così nascono pezzi genuini. L’obiettivo primario è la creazione, non il business». Che a volte, come nel caso di Notre Dame, coincidono... «Notre Dameè stato l’inizio di un nuovo modo di trattare questo genere, non solo in Italia ma anche all’estero. Prima c’era l’opera barocca, poi l’opera italiana, l’operetta, il musical, l’opera rock. La mia non è niente di tutto ciò, è un nuovo modo di interpretare il dramma in musica, un’“opera popolare”, per il grande pubblico. Il musical era diventato anglosassone sia nelle armonie sia nel modo di scrivere. Io, che sono italiano e francese, ho voluto recuperare il belcanto e la nostra musicalità. In futuro? Mi piacerebbe scrivere un’opera buffa». Lei ha preso anche i suoi rischi lasciando la canzone per produzioni musicali cosi imponenti... «Quando ho scritto Notre Dame, abbandonando per anni la canzone, in tanti mi hanno detto: ma cosa fai? Ti rovini. Quando ha debuttato altri mi hanno accusato di essere troppo me stesso. Ma occorre essere se stessi. Quasimodo è il personaggio che mi rispecchia, quando canta “Dio come è ingiusto il mondo”, sono io. Anche “Mi distruggerai” era nata per me, non raccontava di una donna, ma un tormento dell’anima. Tutti abbiamo problemi dentro, io urlo i sentimenti piu intimi, penso alla mia canzone Quando finisce un amore. Un cantante è nudo, più fa scoprire la sua anima meglio è. L’anima è la cosa piu bella che un uomo possa avere». Ha a che fare con il divino, secondo lei? «Io credo in Dio, ma sarò sincero. La nostra religione è stata troppo deformata nei secoli, noi stessi occidentali abbiamo un modo di comportarci che non è più coerente. Per fortuna è arrivato papa Francesco che sa benissimo che le cose vanno rimesse a posto. L’ho incontrato pochi mesi fa con un gruppo, prima di un concerto: è bello vedere questa semplicità, le sue carezze ai bambini e ai malati. Questo è il tipo di papa di cui abbiamo bisogno per riavvicinarci alla religione». Nell’anno giubilare dedicato alla misericordia anche Notre Dame ha un suo senso... «La misericordia è un concetto dimenticato, dovremmo cominciare ad applicarlo per tornare a vivere nella maniera piu alta. In Notre Dame i veri protagonisti sono i diversi come Quasimodo e gli ultimi come la comunità di diseredati e zingari di origine spagnola di cui fa parte Esmeralda. Anche qui si parla di migrazioni, che sono un problema di sempre, di uomini che vivono male e chiedono il diritto di asilo e di vivere meglio». Anche lei è dovuto andare via dal suo paese natio, il Vietnam, quando era piccolo. «Certo, io sono un privilegiato, rispetto a questa povera gente, però non è stato indolore. Mio padre è italiano, partì per l’Africa come manovale perché non voleva vivere sotto il regime fascista, poi andò in Vietnam dove iniziò a costruire case e fece fortuna come imprenditore. Conobbe e sposò mia madre, un’insegnante francese, e nel 1946 nacqui io a Saigon. Ricordo ancora con dolcezza i colori, certe giornate assolate, la serenità della gente. Quando avevo 11 anni però fummo costretti ad andarcene perché la situazione era diventata troppo pericolosa per gli occidentali (presto sarebbe scoppiata la guerra in Indocina). Ci trasferimmo a Roma, ma mio padre perse molte delle sue proprieta laggiù. Non ci sono più tornato». E come ha vissuto i fatti di Parigi? «Purtroppo hanno dato una drammatica lezione a tutto l’Occidente. La situazione è molto grave. La nostra civiltà è in decadenza, e noi siamo considerati deboli. Nella storia vincono i “puri”. Il terrorismo è una cosa terribile, e sono indignato per quanto è successo. Ma dovremmo riflettere su come l’islam, quello sano, esprima una integralità che noi abbiamo perduto». Dobbiamo ripartire dalla cultura? «L’arte contribuisce sempre a far pensare l’uomo, aiuta a crescere. Il mondo senza l’arte non sarebbe niente. Ma in Italia è una tragedia per la cultura, abbiamo una ricchezza enorme che viene maltrattata. Lo Stato non c’è. Il cinema, in cui eravamo grandi, è stato distrutto, i musei sono tenuti male, i teatri chiudono. Penso allo Smeraldo di Milano, dove suonavo sempre, che e diventato un supermercato. In Francia quando l’Opéra doveva chiudere, è partita una petizione fra gli artisti e lo Stato l’ha dichiarata monumento nazionale». E la musica? Lei dopo un anno come giudice al talent “The Voice” lasciò affermando che non riusciva piu a sopportare di vedere mandare allo sbaraglio tanti giovani. «Confermo. Non solo i talent, tutto è fatto solo a scopo commerciale. Oggi i dischi devono funzionare subito o sei morto. Noi in Italia avevamo il pregio della libertà: quando ero giovane veniva prima la nostra espressività, poi il business. Altrimenti non ci sarebbero stati i De Gregori, i Venditti e nemmeno io. Pensi che agli inizi di me dicevano: ma quello non canta, urla. Figuriamoci un po’ oggi». Quali sono le collaborazioni che hanno segnato di più la sua carriera? «Quando lavoro con gli autori voglio che ci sia un matrimonio totale. Mogol mi diceva: “Nella tua musica c’è già il mio testo”. E quando c’è questa alchimia, diventa un’esperienza meravigliosa di vita. È stato così con Mogol, con Morricone che ha arrangiato i miei primi dischi, con Vangelis che mi ha davvero arricchito. E, ultimamente, con Panella e Plamondon. Ma prima di tutti mia moglie Cathy, con cui siamo sposati da 33 anni. Il nostro segreto è che siamo complementari. Io mi occupo della parte artistica, lei è la mia consigliera e organizzatrice. Abbiamo uno scopo unico: la creazione artistica».